Quand'ebbe toccati dei tasti, rinchiuse il piano e tornò presso Enrico, che era rimasto lì abbacinato, credendo ch'ella si burlasse di lui.

—Dunque, che ne dici?—gli domandò.

—Sei decisa a non vedere in me altra stoffa d'uomo, che quella di cui si fanno fuori i mariti?

—Decisa.

—Mi concederai, Nanà, che la cosa è poco lusinghiera per me.

—Hai torto. Tu calunnii la mia scelta. A Parigi, se io avessi voluto essere cento volte contessa, duchessa, principessa lo avrei potuto. Come pure se volessi avere un amante, potrei sceglierne qui a Milano mille più ricchi di te. Ma come sposo, non ci sei che tu, Enrico, a' miei occhi che mi possa far felice. E poi assolutamente io non vorrei per amante un uomo che è già sposo di un'altra. O me, o lei.

—Mi concederai che la è una determinazione gravissima quella che mi cerchi—disse Enrico, che schivava sempre di alludere alla Elisa.

—Non lo nego. Ma per me essa è meno grave che decidermi ad una relazione intima quale la vorresti tu… Come mio marito io avrei interesse a non rovinarti e a non disonorarti; come amante forse non meriteresti da me questi riguardi. Vedi che ti parlo schietto!

—-E se io acconsentissi e ti promettessi di sposarti?—ripigliò
Enrico—saresti tu pronta a raccontarmi il tuo passato?

—Certamente—rispose Nanà franca come una torre.