—Che bravo figliolo! Chi l'avrebbe detto! Che bravo figliolo! Allora discorriamo un poco del tuo avvenire—soggiunse egli col suo miglior sorriso.

Il ribollimento del suo dolore, fece scoppiar l'Enrico in nuovo pianto.

—Via Enrico—disse il tutore tra l'ammirazione e il compatimento—non rammaricarti poi troppo colle tristi memorie. Tuo padre, come pure la tua povera mamma, erano due degne e sante creature che ti stanno guardando di lassù e che ti proteggeranno contro i pericoli della vita.

—Son qua, se lo crede necessario,—disse il giovinetto.

—Hai tu pensato qualche volta a quello che vorrai farne della tua vita?—cominciò a bruciapelo don Ignazio.

—Quello che vorrò farne della mia vita?—ripetè Enrico—-ma credo che farò anch'io nè più nè meno di quello che fanno tutti gli altri.

—Gli altri, gli altri!—sclamò il tutore con una smorfia—chi sarebbero secondo te questi altri?

Enrico fu un poco sorpreso di questa specie di interrogatorio, ma dissimulando rispose:

—I miei amici d'infanzia, i giovani della mia età, i miei compagni di collegio… non saprei io… quelli che conoscerò in società… per esempio, mio cugino Lorenzo e Gigi Prato e Ferdinando Sappia che sono maggiori di me, ma che mi volevano tanto bene, e Alfonso Sant'Albano, che veniva sempre a trovarmi, con la sua mamma e con cui giuocavo… ti ricordi zio? precisamente in questo salotto, prima di andar in collegio….

—Ascolta, caro il mio figliolo; questo già non è il momento di farti un predicozzo sui cattivi compagni, però….