Nanà non gli aveva mai parlato così.
Enrico fu vinto. Lo spasimo che aveva durato fino allora lo aveva reso debole come un vigliacco: non diversamente il torturato dai frati domenicani riusciva dopo il tormento degli stivaletti o dopo lo strazio delle tanaglie roventi a dichiararsi reo d'un delitto imaginario.
La felicità che gli pioveva a un tratto sul cuore dalle parole di Nanà era troppo viva, perchè egli ponesse indugio ad accettare la proposta di quella donna, che lo aveva ammaliato e che si dava anima e corpo in suo potere. Come avrebbe ella potuto resistergli ancora, una volta, che fossero insieme notte e giorno fuori di Milano?
La vittoria, finalmente, la sospirata, la agognata vittoria era certa!
In quel momento il desiderio lunghissimo e intenso, l'idea della conquista e del trionfo non gli lasciarono discernere neppur in ombra tutto quello che v'era di estremamente grave in una fuga da Milano colla famosa Nanà.
E d'altronde ci avesse anche pensato come avrebbe potuto ritirarsi?
Non ne avrebbe avuto nè la forza, nè la volontà.
Acconsentì. In cinque minuti s'intesero e fissarono il punto della partenza. Doveva essere pel domani. Enrico non doveva dir ad anima viva che stava per andarsene da Milano. Avrebbero poi preso in affitto una qualche villetta romita in Isvizzera, e là sarebbero vissuti felici come due colombi nel nido.
In questo suonò la mezzanotte al pendolo sul piano del camino.
Sappia s'alzò e venne a stringere la mano a Nanà per congedarsi, dicendole sottovoce:
—Fra mezz'ora?