—Ho dormito a Como. Ecco perchè sono qui così presto. Ieri sera ho perduto l'ultimo vapore e non ho avuto il coraggio di fare questo tratto in barca.

—Sfido io! Le donne poltrone sono ancora a letto… o tutt'al più alla toilette. Non sanno godere la campagna quelle pettegole.

—Oh, del resto non sono che le nove.

—Bravo, bravo!—sclamò don Ignazio entrando nel salotto e mettendosi a sedere.—Oh, giacchè siamo soli, parliamo dunque un poco seriamente dei nostri affari. Il suo amico che mi fece l'onore di domandarmi in di lei nome la mano della mia Elisa, le avrà portata la mia risposta.

—Ed io sono venuto incoraggiato appunto da quella risposta—disse
Rubieri.

—Lei può imaginarsi se io non sarei felice. Ma le dirò la verità, noi non abbiamo ancora avuto occasione di parlarne alla Elisa.

—È naturale! L'amico mi portò la lieta notizia soltanto ieri mattina, ed io due ore dopo partivo da Milano.

—Mi ascolti, caro Rubieri—disse il notaio invitando lo scultore a seder dinanzi a sè.—Lei sa che da qualche tempo io vagheggio l'idea di ottenere dalla Giunta municipale quella tal concessione di cui le ho parlato e che deve far più ricca d'assai mia figlia che lei mi fa l'onore di chiedermi in isposa. Mia figlia è unica, e naturalmente… Lei è assessore e mi dicono che può tutto presso il conte sindaco.

—Oh questo è una esagerazione—sclamò Rubieri.

—Sì sì, m'hanno assicurato che il sindaco la stima assai, e fa tutto quello che lei gli suggerisce.