Elisa all'annuncio della partenza di Enrico con Nanà, sentì d'essere stata scossa nel più profondo di tutte le sue convinzioni. Ogni sentimento ne fu stravolto. L'amore così confidente e puro, la speranza che le freddezze di Enrico fossero passaggere, quella stessa sua verginale indifferenza intorno al motivo sensuale, che allontanava da lei il suo giovine amante, e la stima immensa che essa gli conservava pur sempre, malgrado tutto, furono rovinati in un punto solo nel di lei cuore. Non le restava più dubbio. Enrico le aveva mentito.
Come fosse violento lo strazio della povera fanciulla, che pure, per istinto di orgoglio e per delicatezza verso sua madre, lo comprimeva dentro di sè, sarà chiaro a coloro che avranno capito bene quale fosse il carattere di Elisa. Forse ad altri parrebbe esagerazione. Essa non aveva neppure come le anime credenti un rifugio al dolore nella preghiera. Enrico le aveva insegnato che la preghiera verso lassù è un non senso, perchè nessuno nel cielo imaginario dei credenti può star ad ascoltare le querimonie degli afflitti, ed essa gli aveva creduto. La poverina sentiva dentro di sè qualche cosa che moriva. Essa comprendeva che forse, ancorchè Enrico fosse tornato a lei subito, non lo avrebbe più amato come prima, non gli avrebbe più creduto, non si sarebbe più, come moglie, data a lui con trasporto.
Elisa non aveva precisamente le nozioni, che danno lo schifo alle donne sapute, che sdegnano di accogliere un uomo che esce colle labbra roride dei baci d'altra donna. Ma capiva quasi per intuizione questo vero, e si disperava di sentire in cuore che il suo amore, così bello, era stato spezzato forse per sempre. Nondimeno, di quando in quando, in Elisa ardeva una fiamma intensa di sentimento, che si esaltava e che si ostinava a non voler credere il suo Enrico un traditore. La sua voce era tanto sincera quand'egli le aveva detto di amarla lei sola! Ella non l'odiava ancora. Essa voleva riudire le sue espressioni, avere da lui una spiegazione di quella sua mancanza di fede, essere da lui convinta che aveva mutato. E allora si sarebbe decisa sulla propria sorte.
Verso la metà d'ottobre, la famiglia Martelli ritornò a Milano. Di
Enrico nessuna notizia.
Un giovedì, nel salotto stavano radunate quattro persone; era una brutta giornata, piovosa e buia. La signora Martelli, la Elisa presso al camino, parlavano fra loro sottovoce. Il marchese d'Arco in piedi addossato al focolare colle mani raccolte dietro la schiena, tacendo pensava. Egli era arrivato da poco e non aveva ancora parlato; don Ignazio passeggiava borbottando in su ed in giù.
—Mancherebbe anche questa—sclamò egli a un tratto—che mi facesse aspettare questo brigante d'un sor Marliani.
E diede un'occhiata al pendolo confrontandolo col proprio orologio.
—Tre e mezza—disse—e io gli aveva dato appuntamento alle tre.
—Si potrebbe sapere—domandò il marchese—quale sia il suo progetto, don Ignazio?
—Proporgli la transazione del cinquanta percento.