—Andiamo, andiamo—osservò il marchese ridendo non la si riscaldi per così poco.
—È vero o non è vero, che queste cambiali furono da lui firmate, mentre non aveva ancora il diritto di firmarle, secondo il testamento di suo padre?
—E così?—domandò il marchese.
—Come, e così? Vuol dire che la sua firma vale quanto quella d'un minorenne o d'un interdetto, che per legge non valgono nulla.
—Ma che c'entra qui la legge, caro cavaliere? Dall'avere ventitre anni e trecentosessantaquattro giorni, all'averne ventitre e trecentosessantacinque, che è come a dire ventiquattro, non scorre che un giorno, anzi, che dico, un'ora, un minuto. E vorrebbe lei che un uomo d'onore credesse di non essere un minuto prima quello che la legge gli concede di essere un minuto dopo?
—Oh, caro marchese—ribattè il notaio—le chiacchere son chiacchere e i danari son danari. Io sono un uomo positivo, io. Io guardo in faccia alla legge, alla maestà della legge, e non vado a cercare cinque ruote in un carro.
—La legge, caro cavaliere, è stata fatta per coloro che non ne hanno un'altra assai più bella e più forte a questo posto—rispose con molta nobiltà il marchese, ponendo una mano sulla sinistra del petto.—I galantuomini a Milano e dovunque hanno una legge che vale più di tutti i Codici di questa terra, e più di qualunque timore dell'altro mondo e che si chiama il punto d'onore.
—Sì, il punto d'onore non lo nego è una bella cosa,—disse don Ignazio.—Ma se questi briganti di strozzini si accontentano di pigliar la metà dovremo dar loro il tutto?
—Si accontentano è un modo di dire. Ma la questione non è lì. Non sono gli usurai che devono essere contenti, è l'Enrico.
—Dunque egli dovrà proprio esser rovinato di rami e di radici? Venduto che sia il podere e questa casa all'Enrico non restano più di trenta o quaranta mila lire.