—E dire che gli ho già pagato il cambio!—sclamò il notaio.—Tu vorresti dunque andar a far il soldato semplice?
—Certo. Non potrei pretendere di più per ora.
—Bel mestiere! Mangiar nella gamella e scopar i cessi.
—Far il soldato per il proprio paese—rispose Enrico—è l'unico mestiere che convenga a chi ha fatta la vita che ho fatto io finora.
—Eppure—riprese don Ignazio—se tu promettessi di far proprio giudizio una buona volta, ci sarebbe ancora la speranza di accomodare i tuoi imbrogli salvandoti parte di sostanza. Io mi impegnerei di risparmiare un centinaio e più di mille lire.
—Via, non parlarne, caro zio—rispose Enrico con dolcezza.—Ho detto poc'anzi all'usuraio che i creditori saranno pagati tutti fino all'ultimo centesimo. Io rispetto troppo la mia firma.
—Insomma non c'è verso di fargli mettere il capo a partito—borbottò il notaio ponendosi a sedere come sfiduciato.—È una testa falsa… e addio patria!
Mentre don Ignazio pronunciava questo giudizio sul suo pupillo il marchese d'Arco, che come il suo solito non aveva ancora aperto bocca, avvicinatosi a Enrico e messogli una mano sulla spalla gli diceva:
—Bravo Enrico. Hai fatto il tuo dovere d'uomo d'onore e questo deve essere sempre dinanzi ad ogni cosa.
—Ma sì, ma bravo, ma benone!—sclamava il notaio dimenandosi ne' panni.