Si può dalla Lombardia giungere a Bellagio per terra, e forse anche per tal motivo i conti Taverna[69], ed Anguisciola pensano ora di alzarvi una fabbrica di diporto. I due rami del Lario formano colle terre di Pieve d'Incino e la Valle Assina[70] un ampio triangolo nel quale stanno e monti aspri, e valli feconde! Qualche terra ci rammenta anche il culto de' Gentili, come Castel Marte, e Proserpio, che ci ricorda la consorte di Plutone. Tutto questo gran corpo di contadi sbocca per così dire per varie vie al promontorio di Bellagio.
Tosto però, che da quel lido ci scostiamo alquanto, già mutasi scena, e l'aspetto ne attende severo della Grosgalla inospita. Frangonsi i flutti del lago adirato per ben due miglia contro gli scogli di questa montagna, e stanzian volontieri tra que' sassi que' pesci, cui noi diamo il volgar nome di carpani. Finalmente il deserto lido oltrepassata di poco la linea del promontorio di Lavedo ricomincia a spargersi di case, ed ivi è Lezzeno, Lezzeno di cui corre il proverbio, che sia senza luna d'estate, e senza sole nel verno. I vini infatti, che si raccolgono ivi, hanno dell'acquoso, e solo ebbero fama per l'autorità di Lodovico Duca Sforza, il quale consigliato da' medici usavali a giovamento delle aduste viscere e delle ferventi podagre. A giorni di Paolo Giovio era il costume di mischiarli con nobil tempera a quei di Griante o di Varenna, quando i mosti bollivan tuttora. I Vigoni, e i Bellini, che vivono a Milano, v'hanno buone abitazioni: più remota dal luogo è l'origine dei conti Silva. Perpetue vigne e castagneti ne guidano alla punta della Cavagnola, Cavagnola dove amano d'approdare i nocchieri per riprendervi lena con una giara di vin robusto. Sono già tre secoli, che sul campanile della chiesa, che or più non esiste, tenevasi una lanterna col lume, acciocchè i naviganti avessero una scorta nel bujo, quando scendevano dal faro di Lavedo.
Di qui s'apre quel seno d'otto miglia piegandosi fortemente fino ai lidi de' Tornaschi. In questo ottiene le glorie prime Nesso, Nesso capo di Pieve, distinto di antichissima arcipretura. Per una valle, che il divide, spumeggia un fiumicello, e puossi ivi godere nel caldo un zefiro perenne. Mette Nesso per dirupate vie alle terre di Veleso e Zelbio, le quali ad onta delle alte rupi pur raccolgono grani, e vassi pure al famoso pian del Tivano[71]. Su queste montagne venne di recente introdotta una buona manifattura di coltri di lana.
Lungo il lido non si veggono più terre. Ma sul dorso de' monti stanno Careno, Pognana, Lemna, Molina non iscarse d'uomini, che per commercio sparsi nel mondo si ridussero a tetti loro arricchiti. Avvi a Molina sovra un picciol torrente un arco di due balze, che quasi insieme si congiungono. Ma Palanza gode ancora di più vago sito, e le di lei cipolle paragona il Merula con quelle d'Ascalona lodate da Strabone. Sulle creste verdeggiano i pascoli, ove mugolano per tutta la state le mandrie, e a giorni di Paolo Giovio vi s'incontravano i cervi sovente, ma non so io, che ora i pastori ve li veggano.
Ma ecco la sponda in tutto il lario la celebratissima; Pliniana il rumor della spumante acqua ne invita, e il nobile edifizio, e più il miracol del fonte venerabile per la memoria, che ne fecero i nostri due Plinj. Saria colpa il non rivolgere al porto la prora. Giovanni conte Anguisciola per Filippo II Re delle Spagne Governatore di Como vi alzò sulla rupe il palagio, che tuttor vi si ammira; impiegovvisi il Conte nel 1570, come narrasi dal[72] Ballarini, ma poco il godette, perciocchè nel 1579 cercato a morte da un sicario avvolto nell'abito di minor conventuale, tanta ne prese doglia, che chiuse in breve i[73] suoi giorni, e nel ministero succedettegli il nipote Orazio Marchese Pallavicini. Ma il superbo edifizio godettesi dal Conte Fabbio Visconte Borromeo; acquistossi sulla fine del XVI secolo dai Canarisi, il cui successore è il Marchese Francesco. Corre fama, che l'Anguisciola fosse uno de' quattro piacentini patrizj, per cui cadde trafitto Pier Luigi Farnese Duca figlio del Pontefice Paolo III, ma morto lui da' congiurati nel 1547, come mai l'Anguisciola temette insidie in tutta la vita sua? Pure si narra, che ivi egli si ricoverasse da quelle quando Como era per lui l'asilo migliore. Allori e cipressi misti a faggi pioppi castagni coronan la villa. Dal portico di ordine dorico mirasi la fonte indietro e grande avanti spazio di lago. Non più esiste la bella statua di Milon Crotoniate dal Boldoni descritta.[74]
Succedono le selve e i vigneti dei Tornaschi, Torno ma quella uva poco esposta al sole, e più la sciocca manìa di coglierla acerba danno vini lazzi, che però in conto alcuno non possono rammemorarsi con quel liquor languido[75] che Orazio bevette in onor di Corvino. Era però nel paese ancor cinque lustri fa incredibile il raccolto, e poteasi dir con Virgilio, che dai colmi tini spumasse la vendemmia, ma niun quasi ora surroga alle piante vecchie i giovani maglioli. Però, se quel popolo avesse la pazienza d'attendere l'ottobre per cogliere i grappoli, premerebbe migliore il vino, e saria allora tentato di rinnovare la vigna. Egli è noto per le sperienze riferite nel Dizionario Chimico di Macquer accresciuto dallo Scopoli con acini pur verdi e colti in Parigi nella state, i quai si lasciarono fermentare collo zucchero frammescolatovi, essersi premuto vino eccellente. Or la stagione e il sole infondono questo zucchero natìo negli acini, e se il Galileo disse un tratto il vino essere un composto d'umore e di luce, fin dal secolo XIV il nostro Dante, se non erro di memoria, cantava:
Mira il calor del sol, che si fa vino
Misto all'umor, che dalla vite cola.
Ma della agricoltura non si curano molto quelli di Torno, poichè non avvi contrada del Lario, che mandi maggior numero de' suoi a girar pel mondo, e quindi ritornano essi alla patria ben di sovente con non poco danaro. Prima di queste procelle ultime politiche moltissimi andavano in Francia, ed è notevole, che i Tornaschi patiron disagi moltissimi, e fin l'eccidio del lor paese, perchè sotto Luigi XII e Francesco I seguivano le parti Galliche. Quindi andaron raminghi e profughi, e soltanto nel 1532 ai 13 aprile lor ridonò Francesco II Sforza la grazia sua[76]. Dopo rialzossi a felice stato quel luogo col favor del commercio, e vi furono lanifizj di nome, ma tutto svanì poi sul principio del secolo XVII. Girolamo Borsieri nella descrizione manoscritta del territorio Comense ci lasciò memoria de' pannilani, che si tessevano in Torno, e particolarmente nomina quelli, che si chiamavano meschie. Narra in oltre, che verso il 1545 l'avessero mediocremente ristorato i di lui abitatori, e che quelli per venti e più anni si fossero aggirati sul Bergamasco. Forse l'incremento di quelle fabbriche si deve a questi esuli addetti troppo al nome Francese.[77]
Del resto presenta Torno a' naviganti una prospettiva giocondissima posto in lunga estensione a' più piani. Collocati al lago sono i giardini amenissimi del Canonico Canarisi, e vi biondeggiano a dovizia i limoni; sovr'essi stanno quelli già de' Tridi, or del Ruspino, che arricchitosi in Russia quelli ed altri fondi comperò. Vedesi al porto l'antica prepositurale; ma più addentro nella terra ed elevata è la Chiesa di S. Giovanni, dove con molta riverenza conservasi uno de' chiodi, da cui vuolsi, che fosse confitto il Salvator nostro. Questa chiesa venne dal Borsieri giudicata fattura dei tempi di Giustiniano, poichè a' suoi giorni vi si conservavano due epitafj cristiani di quell'epoca. Ma sulla cresta del primo giogo, cui dietro più alti ne sorgon altri, vedonsi i vestigi e le ruine di Monte Piatto, dove v'avea convento di monache a santa Elisabetta dedicato, e le ultime abitatrici d'esso si recarono al santuario della Madonna sopra Varese. Era già stato eletto il chiostro di Monte Piatto, cel narra il Borsieri, come atto a rappresentare i luoghi santi di Gerusalemme, ma la riforma fatta ne' Minori Osservanti interruppe i disegni, che si volsero al monte di Varallo; e perdette quindi il Lario nostro una sì bella occasion di concorso.