APPENDICE.

Terenzio Mamiani, chiamato a sedere nell'Assemblea Costituente Romana dagli elettori della provincia di Urbino e Pesaro, accettò l'onorevole ufficio con la speranza di far prevalere nel congresso le opinioni sue intorno alla forma di governo; essendo che moltissimi deputati sembravano partecipare a quelle opinioni, e volerle difendere con la parola e col voto.

Nella terza tornata dell'Assemblea, cioè subito che si potè, giusta gli ordinamenti, far luogo alla discussione, il rappresentante signor Savino Savini salì in tribuna, e propose di dichiarare in quell'ora medesima essere i Papi scaduti per sempre dal dominio temporale. Allora il Mamiani, chiesto di parlare, ribattè la proposta col seguente discorso, già pubblicato nel Monitore Romano.


Signori,

Pronunziare la decadenza dei Papi è dir cosa che racchiude due molto distinte significazioni, le quali fa gran bisogno di ben chiarire e di ben intendere. Dappoichè l'Assemblea Costituente risiede in Roma, e giudica di essere qui mandata dal Popolo tornato in possesso di ogni diritto, i Pontefici non possono più oltre pretendere alcun impero temporale assoluto, nè alcun principio d'autorità il qual sia superiore e nè manco pari a quello che rappresentasi dall'Assemblea. Con tale sentimento, adunque, assumendosi la proposta della decadenza dei Papi, credo che pochi o nessuno dissentirebbe in quest'Adunanza. Ma per ciò che risguarda l'altra significazione, che comunemente s'intende e s'inchiude in quel pronunciato, e ciò è che i Papi non debbano venire mai più investiti, neppure da voi, di autorità principesca; ella è cosa sulla quale desidero di manifestare e di esporre alcuni miei pensamenti. Godo in primo luogo, che la discussione sia subito pervenuta al suo capo essenziale. Alcuni qui sedenti desideravano assai di procrastinare, e che l'Assemblea volesse avanti occuparsi nella legislazione costituitiva del nostro Stato. Ma io godo (ripeto) che il vero quesito, il principalissimo e fondamentale quesito sia subito posto innanzi; per trattare il quale io accettava l'onore ed il carico di rappresentare in questo consesso la Metaurense Provincia. Per tale subbietto gravissimo, e affine di assistere a così grande e solenne dibattimento; benchè io sapessi che il mio nome è caduto e la mia influenza è annullata; benchè sapessi di non poter più fare assegnamento su quella facile udienza, su quel pronto aderire e su quegli applausi frequenti che seguitavano i miei discorsi in altra Assemblea; pure, sciogliendomi da ogni dubbiezza e acchetando nel cuore qualunque trepidazione, sónomi intieramente affidato alla vostra benevolenza e alla vostra giustizia.

Signori, siamo schietti, e fuggiamo le sottigliezze e l'equivocazioni. In Roma, non ci à via nessuna di mezzo; in Roma non posson regnare che i Papi, o Cola di Rienzo. Mostriamoci dunque franchi e sinceri alla prima giunta, e come s'appartiene più specialmente a un'Assemblea popolana e certa dei proprj diritti, quale è questa appunto qui radunata. Dichiarare la decadenza dei Papi in tutte e due le significazioni anzi espresse, vuol dire nè più nè meno che stabilire in Roma il Governo Repubblicano.

Approfittando della benignità singolare, ed anche della ragionevolezza e rettitudine vostra, per cui vi avvisate di lasciarmi libertà piena di opinioni e di parole, proseguirò ad aprire la mia sentenza con ischiettezza e un poco distesamente, come ricerca la materia gelosa e difficile. Innanzi a tutto, io vi annunzio, che qui non intendo discutere minimamente il valor dei principj. In quanto ad essi, io vo persuaso, che poca o niuna differenza interviene fra me e buona parte di questa Assemblea. Io, nel vero, ò sempre opinato che qualora al poter temporale dei Papi non riesca in niuna guisa di conciliarsi e accordarsi con tutte le libertà e coi sentimenti nazionali; e qualora venir non possa delegato in massima parte e rimesso alle Assemblee ed ai Ministeri e conformato via via con la generale opinione, esso continuerebbe oggi ad essere quello che, secondo il giudizio mio, è stato troppo sovente, un flagello per l'Italia, un flagello per la religione. Similmente io vi dico, che la Repubblica, al mio sentire, è la più bella parola che suonar possa sul labbro dell'uomo; e dove la virtù e il senno dei Popoli sia sufficiente all'uopo, la Repubblica è del sicuro quel reggimento il quale si confà meglio colla dignità della nostra natura, e tocca l'ideal forma della perfezione civile. Io non questiono adunque nè di principj, nè di massime universali, nè di diritti; io voglio solo fermare l'attenzione vostra sull'indole di alcuni fatti, e indurvi a considerarne parecchie sequele gravissime; e che ne esaminiate daddovero l'opportunità e la convenienza: soprattutto, io voglio insieme con voi ponderare ciò che possono apportare quei fatti alla comune salute e alle sorti estreme d'Italia, la quale io so bene essere nel petto vostro il primo, il sommo dei sentimenti e degli interessi.

Quando i Francesi deliberarono di spiantare il trono di Luigi decimosesto, tenevano a requisizione loro, ed esecutrici del lor volere, trecento e più mila militi agguerriti e disciplinati. Io mi volgo a guardare intorno di voi, o signori, e non vedo l'esercito ch'eseguir debbe i vostri decreti; perchè non suppongo bastare all'uopo le non molte migliaja di uomini che noi possediamo, poco agguerriti finora e disciplinati. Ma v'à di più: dallato alle trecentomila bajonette francesi cresceva ogni giorno e abbondava un'altra forza ugualmente o più formidabile ancora, l'attiva e fervososa adesione del Popolo. Quelle plebi sollevate davano volenterose l'ultima goccia del proprio sangue per la causa Repubblicana; e voi sapete bene il perchè. Al sentimento Nazionale, radicato ed innaturato nel cuor de' Francesi da secoli, aggiungevasi un'apprensione ed una paura assai generale, che il furioso manifesto del Duca di Brunswick si avverasse; e cioè a dire che il Popolo minuto tornasse sotto il peso e l'ingiuria delle servitù personali, sotto il peso delle parangàrie, sotto le avanie, gli spregi, i soprusi, e tutte mai le usurpazioni e le concussioni delle classi privilegiate. Per questo principalmente la moltitudine levandosi a stormo e facendo massa, correva ad affrontare il nemico e a romper col ferro la congiurazione dei re; per questo principalmente rinnovò la Francia tredici volte l'eroico esercito suo. Ma non iscordiamo, io vi prego, non iscordiamo, o Signori, che ciò che la Rivoluzione Francese à raccolto di veramente fruttifero ed utile alle classi inferiori, è pressochè in intero accettato e praticato oggi dalle Nazioni più colte e con saviezza governate. La libertà civile e la parità perfetta innanzi alla legge, l'estinzione dei privilegi e lo svellimento fin dall'ultime lor radici delle soperchierie feudali, buona pezza è che, mercè di Dio, vennero procurati e compiuti in ogni Provincia Italiana. Laonde, non si volendo aver ricorso ai delirj del Comunismo e alle speranze vuote e fantastiche de' Socialisti, quello che si può promettere oggi da noi alle moltitudini perchè ci seguano coraggiose e infiammate, perchè versino largamente e con letizia il sangue delle lor vene, si è un profitto ed un bene poco visibile e poco palpabile, non molto certo, non vicino, non bastante ad accendere la fantasia e lusingar l'interesse.

Peraltro, io sento i giovani generosi rispondermi, che la parola Repubblica à suono portentoso e immortale. La vista del vessillo repubblicano, dicono essi, esercita nel cuor dei Popoli un'invincibile attraimento, e sveglia dovecchessia uno spirito sempre nuovo di splendide azioni e uno zelo infinito di Propaganda. Noi dunque, concludono, afferreremo con fede la santa bandiera, e traendola trionfalmente per le contrade tutte Italiane, troveremo quell'armi, que' tesori, quel séguito e ardore di genti e di opere, che alla vittoria finale della notra causa bisognano.