A me, in considerazione della salute d'Italia, fa grandemente mestieri di seguire con l'occhio e un po' più d'accosto indagare ed esaminare questa trionfale processione del frigio berretto. E prima, concedo che non sarà molto malagevole fare repubblicana la vicina Etruria; e confesso che, nel trambusto e scombujamento in cui trovasi quello Stato, tanto è facile imporgli qualunque forma di governo, quanto difficile il conservarvela. Contuttociò, nè anche in Toscana mi avviso sarà senza dolore il piantare la vostra bandiera; perchè, se il gran Duca si rifuggisse (poniamo) in Siena, si avrebbe forse un lacrimevole saggio del Medio Evo Italiano; e noi vedremmo ancora il sangue dei Fiorentini e dei Sanesi bagnare le glebe del più fiorito giardino d'Italia. Pure, ripeto, vi si conceda che la Toscana presto diventi Repubblica; ma non molto di forza, non molto di tesoro, non copia grande di gente, non notabile incremento di armi e soldati recherebbe quella conquista alla causa che voi caldeggiate. Egli bisogna procedere più avanti, varcar la Macra e la Sesia, varcar le frontiere del Piemonte ancora armato ed intatto, perchè là è il nerbo, là il braccio e lo scudo d'Italia. Ora, in Piemonte la conversione non può succedere del sicuro con uguale facilità e con uguale prontezza, perchè ciascuno quivi à la mente e l'animo pieno e informato di regie memorie e di regie tradizioni e costumi. Il Popolo Piemontese, partecipando più d'ogni altra stirpe italiana della natura settentrionale, à la fantasia meno mobile, il consiglio più posato, molta gravità e costanza negli usi, negli affetti e in qualunque intimo pensiero e convincimento. E che lo spirito monarcale di quella provincia non sia fugace e non iscemi rapidamente siccome altrove, si dimostra dalle cagioni. La storia intera del Piemonte è da secoli parecchi la storia sola della casa di Savoja. Tutto il bene e tutto il male provenne da lei, e séguita a provenire. Nè possono i Subalpini dimenticare giammai, che mediante la spada, il valore, la sagacità e la industria de' principi loro sieno divenuti una gente che à moltissima dignità, forza, importanza fra moltissime altre, e che è giunta oggi per effetto di regie vittorie e di regie conquiste a tenersi in mano la più gran parte de' destini della Penisola. So che accosto al Piemonte sta Genova, e so che Genova è, per lo contrario, nutrita di tradizioni repubblicane, e tra costumi repubblicani è cresciuta. Ma colui s'ingannerebbe più che mediocremente, il quale reputasse Genova molto disposta ed apparecchiata ad accettare la vostra bandiera. Genovesi e Liguri sono, innanzi ogni cosa, mercatanti e navigatori; e per l'esperienza raccolta in più di trent'anni, non v'à nessun cittadino colà, il quale non siasi avveduto e non confessi candidamente, che alla città di Genova, così a rispetto del suo commercio, come dell'importanza sua politica e della salute comune d'Italia, torna utilissimo essere congiunta al Piemonte, e rimanere provincia del regno Sabaudo. Ora, ecco il mio discorso a che viene. Chiamando i Subalpini sotto il vostro vessillo, voi non perverrete che ad uno di questi due effetti: o si sveglierà e diffonderà pel paese una oppugnazione micidiale e rabbiosa contro le idee repubblicane e contro le libere istituzioni; ovvero il vedrete riempiersi tutto di partiti e di sètte, di sanguinosi tumulti, e di soppiatte congiure e macchinazioni. Nell'uno e nell'altro caso, il Piemonte verrà senza meno scompigliato e disfatto: cosa per la quale l'esercito Subalpino, nel cui cuore e nelle cui braccia sta la vera e la sola forza italiana, non potrà mantenersi ordinato e disciplinato, nè congiunto e stretto da un solo legame di affetti, nè rivolto al proposito solo della guerra santa del riscatto. A me poi non bisognano molte parole a mostrare le conseguenze di tutto ciò.

L'astuto Radetzky ripeterà inverso del Piemonte quel medesimo che operava a rispetto della Lombardia. Chiuso egli e ben trincerato nelle sue vaste fortezze, venne spiando a grand'agio il luogo, il giorno, il momento opportuno per assaltare e sbaragliare i nemici. Ora, pensate, o Colleghi, che una simile cosa va mulinando colui in risguardo del viver politico degl'Italiani; e visto il Piemonte sossopra e l'esercito disunito e scompaginato, gli piomberà addosso un bel giorno, e in due marciate, con poco sangue e contrasto, si accamperà nella nobil Torino.

Una istanza mi si può movere contro, ed è la presente. La Francia non può del sicuro abbandonare questa od altre Repubbliche nuove, nate dell'esempio suo, perchè ucciderebbe insieme il principio che la fa vivere oggi, e il quale di sua natura è geloso, diffusivo e superbo. Che quando anche a quel Governo non paresse necessità di soccorrere una nascente Repubblica, sua compagna e sorella fidissima, il moverebbe un'altra più certa e più sentita necessità; quella di non poter tollerare i Tedeschi accampati al piè delle Alpi, e vicinissimi alle sue sacre e inviolate frontiere.

A me sembra altresì di udire alcuno che aggiunge: — Forse alla impresa nostra avremo compagna eziandio tutta la parte più animosa e civile del genere umano, scossa e maravigliata della portentosa risurrezione di Roma: i voti, le propensioni e gli sforzi di tutti i Popoli, non ancora in compiuto modo emancipati e sicuri, in noi si convergeranno, e starà con noi come vivo e organato lo spirito democratico di tutte le genti; forse dal nostro esempio, il quale dal luogo e dalle memorie prende valore inestimabile, scoppierà nuova scintilla di universale e inestinguibile incendio, e a noi toccherà la gloria, non tocca a veruno, di avere come cagione prossima affrancato davvero e rigenerato per sempre l'Europa intiera. — Vedete che io non mi adopero punto a celare ed attenuare la copia e il vigore delle vostre risposte, nè le speranze, le congetture, i giudicj e gl'indovinamenti che il nobil cuore e l'ardir generoso vi detta e vi persuade.

Signori, il danno d'Italia si è, che spesso ella incomincia e intraprende ciò appunto che altrove è finito, e procaccia di rialzar quelle insegne che altrove sono cadute: ella, per sua sventura, non sa ben cogliere e usare nè il tempo nè l'occasione. Se alquanti mesi addietro aveste ordito i vostri disegni e le vostre speranze in sulla democratica forma che pigliava tutta l'Europa, io ci avrei ravvisato alcun buon fondamento: ma quest'oggi, invece, non può da nessuno ignorarsi che incomincia a prevalere e predominare in Francia, e per ogni dove, uno spirito gagliardo di conservazione e di resistenza; e che, pur troppo, la falange ordinata e strettissima ch'egli conduce, ha guadagnato assai vittorie sui popoli; e torna peggio che inutile il volerlo più oltre occultare e negare a noi stessi. Già la seconda terribile sollevazione di Vienna è caduta e spenta; l'altra di Berlino s'è tutta rivolta in favore del monarcato; e non mai la Casa di Brandeburgo à di maggiore autorità e preponderanza e di maggiore dignità regia goduto ed approfittato. A Francoforte, o Signori, mentre poco fa nessun principio e forma di reggimento democratico pareva assai larga e assai popolare a quell'Assemblea, oggi non più si pensa ad un presidente di condizione privata, e scelto e foggiato all'americana, ma si pensa e guarda ad un re di vecchia progenie e di antica possanza, e il qual sia imperatore di tutta Germania, e non elettivo come in antico, ma nella linea sua rinascente e perpetuo. La Svizzera, finalmente, la Svizzera stessa che pur si regge a Repubblica, e soscriveva testè un patto confederativo, fondato sopra massime le più umane e le più liberali del mondo; quest'oggi, voi lo sapete, cerca e studia di stringer legami di salda amicizia coi principi che la circondano; e piuttosto si mostra parziale e tenera dei loro interessi, che degli interessi e bisogni estremi e angosciosi dei miseri rifuggiti Italiani.

Queste sono verità, miei Colleghi, positive e di fatto, e però evidenti (almeno agli occhi miei) ed irrepugnabili; e se evidenti non sono, se dubbie, se mescolate di falsità, bisogna ciò provare con allegazione di altri fatti più veri e più certi, e non altramente.

Dopo ciò, voi replicherete ancora, il mondo, l'Europa rimanere con noi; e se non il mondo, la Francia? Signori, a rispetto di quella potente nostra vicina, io mi rimetto assai volentieri alle parole medesime del Lamartine, alle parole solenni del Cavaignac. Io non discopro in esse, e niuno può discoprirvi, se non che espressioni dubbie ed ambigue, frasi artatamente mozze ed involte, dichiarazioni a doppio aspetto, generalità con iscarso o nullo significato; poca volontà al certo di mettere il proprio sangue e i proprj tesori in difesa e in redenzione di alcuna parte d'Europa; e molta volontà invece di serbare le cose quiete, munire le Alpi e assicurar le frontiere con accordi tra Governi e intervenimenti comuni. E se ciò si udiva dalla bocca del Lamartine e del Cavaignac, qual giudicio dee formarsi quest'oggi, che la Repubblica in Francia è stenuata ed agonizzante, e che ognuno aspetta in più o meno lunghezza di tempo un secondo Impero Napoleonico?

Ma tutto questo considerato, e concludendosi a forza che la Repubblica è di presente impossibile, e all'Italia troppo funesta, qual consiglio rimane da seguitare, e che ricisi partiti da vincere? Riappiccheremo noi quelle pratiche che niuno spera di veder pervenire ad alcun durevole risultamento? rinnoveremo e ritenteremo accordi e conciliazioni fatte vane oggimai e impossibili? chiederemo forse perdono di colpe che non si commisero? o rinuncieremo ai santi diritti che la medesima natura à scolpito nel cuore di tutti gli uomini, siccome titoli e note della grandezza dell'esser nostro?

Anzi ogni cosa, o Rappresentanti, abbiatevi questo per giudicato, che la gran questione che oggi qui ci raduna non si risolve per intero col nostro arbitrio e talento, e pigliasi errore non lieve, a pensarlo.

Per fermo, Voi siete padroni e arbitri della legislazione novella di questa contrada; e in voi sta il potere legittimo, ed anzi lo stretto debito di provvedere con ogni ampiezza alla sua vita civile e politica, ma non più là di quella parte e di quell'ufficio che poco o nulla s'attiene alla sostanziale ed universale salute d'Italia. Certo, a voi non è lecito di far cosa la quale rompa la simiglianza, l'accordo e l'armonia necessaria fra le istituzioni de' nostri popoli; e non dovete imprendere mutazione che metta in compromesso estremo la quiete, l'ordine, e il prossimo e ben augurato avvenire di tutte le Provincie Italiane. Io affermo e sostengo pertanto, che questa gran parte dell'arduo problema non è in vostra facoltà, e non pende dalla vostra sentenza; ma voi dovete riporla nelle fraterne mani della Costituente Italiana: ed aggiungo, che tanto a voi disdirebbe e nuocerebbe di più, miei Colleghi, il sembrare poco guardinghi d'invadere e sopraffare i diritti della Costituente Italiana, in quanto vi avete raccolto il pregio e la lode d'iniziarla e di decretarla; e ciò fareste, o patrioti, quando, in che giorno, in qual congiuntura, in qual luogo? in mezzo di Roma, al cospetto de' vostri fratelli, con atto precipitoso e dispotico, nella vigilia stessa (può dirsi) del dì fortunato che Ella, la grande Assemblea, verrà a sedere sulle cime del Campidoglio.