»Quanto a ciò che risguarda le relazioni coi popoli oltramontani, esse, come nelle mani del Sommo Gerarca sono di necessità estesissime, abbracciando tutti i negozj dell'Orbe Cattolico, nelle nostre mani invece essendo quelle cominciate soltanto da pochi giorni, non possono non riuscire scarse e ristrette. Dalla qual cosa noi ricaviamo per al presente piuttosto consolazione che altro: conciossiachè quello di cui insieme con tutti i buoni italiani nutriamo maggior desiderio, si è di essere lasciati stare, e che noi possiamo da noi medesimi provvedere alle nostre sorti. La massima forse delle sventure che cader potesse a questi giorni sulla nostra Nazione, saria la troppo fervorosa ed attiva amicizia di alcun gran Potentato.
»In risguardo poi dell'Austria e della Nazione Germanica, noi ripetiamo assai volentieri in vostra presenza quello che altrove affermammo; cioè a dire, che da noi non si porta odio, ed anzi si porta stima ed amore alla virtuosa e dottissima Nazione Alemanna; e che agli Austriaci stessi siamo pronti ed apparecchiati a profferire la nostra amicizia in quel giorno e in quell'ora che l'ultimo suo soldato avrà di sè sgombro l'ultimo palmo della terra italiana. E come l'Italia è lontanissima da ogni ambizione di conquiste, e da qualunque disegno di valicare i certi confini suoi, perciò ella desidera sinceramente di stringere molti legami di buona vicinanza e amicizia coi finitimi popoli. Noi, di ciò persuasi, abbiamo sollecitato e pregato principalmente il Governo Sardo a spedire abili Commissarj con queste intenzioni medesime appresso la valorosa Nazione Ungherese; e noi giunge notizia certissima, che il Ministro delle relazioni esteriori del Regno Sardo ha tanto più volentieri accettata e assentita la nostra proposta, in quanto egli aveva (secondo che scrive) rivolto di già il pensiero a quel subbietto medesimo.
»Ripiegando al presente il discorso sui nostri interni negozj e sulle politiche condizioni di queste Provincie, varia, abbondante e faticosissima è l'opera che da far ne rimane. Imperocchè non è parte del pubblico reggimento, la qual non domandi larghe riforme ed utili innovazioni; e se l'opera in ciascun suo particolare è laboriosa e difficile, essa è tale infinite volte di più nel suo tutto insieme, volendolo bene ed intrinsecamente coordinare ed unificare; la qual cosa ricerca un vasto sistema preconcepito di civile e politico perfezionamento: e a tale sistema intenderà il Ministero con tutte le forze sue.
»Ciascuno di noi vi esporrà tra breve, o Signori, lo stato del suo special Dicastero, e le mutazioni necessaire e profonde che fa pensiero d'introdurvi. Il Ministro delle Finanze segnatamente v'intratterrà delle condizioni attuali del pubblico erario, e vi proporrà quei partiti che, dopo maturo esame e finissima diligenza, egli reputa esser migliori per ristorare così il Tesoro come il credito pubblico, e affine che ciò si adempia col minore aggravio possibile delle popolazioni.
»Ai Ministri sta pure a cuore di presto sottoporre al giudizio e deliberazione vostra quelle proposte di legge che lo Statuto promette, e sono organi principali alla vita nuova costituzionale in cui, la Dio mercè, siamo entrati. Principalissime fra gl'istituti e le leggi nuove e fondamentali a cui dovrete por mano, saranno la costituzione dei Municipj, e la risponsalità effettiva e non illusoria dei Ministri e dei pubblici funzionarj. Lo istruirvi e ragguagliarvi quest'oggi sopra i particolari moltissimi di tali proposte e di somiglianti, non credo che riuscirebbe opportuno. Presto l'esigenze del nostro ufficio condurrànnoci a farlo con quella chiarezza e puntualità che domanda ciascuna materia.
»Signori! i tempi corrono più che mai procellosi. Nei popoli è una soverchia impazienza di tramutare gli ordini, e perfino i principj e le fondamenta della cosa pubblica. Tutto ciò che i secoli effettuarono e stabilirono con fatica e lentezza, vien minacciato di súbita distruzione. Ma dopo aver atterrato, conviene rifabbricare con gran saldezza e con felice magistero; e da questa opera sola potrà giudicarsi il valore della moderna sapienza civile. Il Ministero à piena fiducia che voi radunati nella Città eterna, daccanto all'immobile seggio del Cristianesimo, varrete a compiere l'impresa difficilissima del riedificare e ricostruire; e che voi in queste arti di pace e di civiltà saprete pareggiare la gloria de' nostri armati fratelli, che là sulle rive del Mincio e dell'Adige rispondono con eroica bravura allo straniere insolente, che lanciava sul nostro capo inerme e infelice l'accusa bugiarda di slealtà, d'ignavia e di codardia.»
Parrà molto strano al lettore oculato e imparziale, che questo discorso moderatissimo e tutto conciliativo, nè d'altro acceso che di vero spirito religioso e civile, abbia soggiaciuto ad amare censure, e provocato da ultimo una riprovazione più che solenne. Certo, accaddegli in sulle prime il contrario, e infinite lodi raccolse dall'ordine prelatizio; ed è notissimo in Roma, che fu letto e consentito dal Principe, il quale si degnò farvi di proprio pugno alcune ammende e postille. Ma la setta farisaica ed aggiratrice che mai non si scosta da lui, ed à i liberali tutti per reprobi, e ogni sentenza loro per abbominosa ed eretica, persuase a poco a poco al Pontefice, che in quel discorso si nascondeva molto veleno, e le intenzioni n'erano maligne, disleali e sovvertitrici; onde alla fine egli dubitò, se proseguiva a tacersi, di gravare la propria coscienza; e però, nell'Allocuzione sua del 20 aprile del presente anno,[36] dopo alquante parole fatte sul ministro Mamiani, aggiungeva queste altre, visibilmente relative al prefato discorso: — Atque idem ipse (minister) haud multo post ea de nobis palam asserere non dubitavit, quibus Summum Pontificem ab humani generis consortio ejiceret quodammodo et dissociaret. — Ai, lettore, da un lato il discorso, dall'altra la interpretazione romana; sei pregato di giudicare.
Le altre accuse contro il Mamiani sono così nell'Allocuzione significate: — Memineritis, Venerabiles Fratres.........., quomodo civile ministerium nobis fuerit impositum, Nostris quidem consiliis ac principiis et Apostolicæ sedis juribus summopere adversum...... Unus ex illis Ministris asserere non dubitabat, bellum idem, Nobis licet invitis ac reluctantibus, et absque Pontificia benedictione, esse duraturum. Qui quidem Minister gravissimam Apostolicæ Sedi inferens injuriam, haud extimuit proponere, Civilem romani Pontificis Principatum a Spirituali ejusdem Potestate omnino esse separandum. —
Può darsi che il Ministero del 2 di maggio venisse dagli abitatori del Quirinale accettato come una dura e molto increscevole necessità. Ma certo di essa non fu nè autore nè strumento il Mamiani; il quale avendo prima usato quanta efficacia possedeva di parole e preghiere per sedare i tumulti, e ricondurre ogni cosa per entro i confini della legalità e dell'ordine, chiamato poi a consulta dal Principe, non propose nulla che non rimanesse nei più stretti termini della Costituzione; e mai, nè dallo spirito nè dalla lettera di quella si dipartì. Vero è che dopo non molto tempo, nacque, per isventura, dissentimento tra il Principe e i suoi nuovi Ministri; ma, giusta le massime costituzionali, eglino subitamente pregarono Sua Santità di accettare la lor rinunzia, alla quale non facendosi luogo, fu appresso alquanti giorni ripetuto quell'atto con instanze più vive, e similmente senza frutto; insino a che trascorse le cose agli estremi, le rinunzie furono date in modo assoluto ed irrevocabile, e senza aspettare accettazione. In tal guisa quei Ministri permasero (come dicesi oggi) dimissionarj la più parte del tempo che tennero in mano il governo, e non ebber licenza nè di lasciarlo nè di condurlo a lor modo, e a modo pure dei Consigli deliberanti, in ciascuno de' quali il maggior numero de' suffragi fu sempre e abbondevolmente con quelli. Come ciò rassembri a sopraffacimento e a violenza, e quanto sia ingiurioso ai principj e ai diritti della Sede Apostolica, aspettiamo di sapere dall'opinione dei savj.
Circa alle altre frasi testè trascritte dell'Allocuzione, è primamente da confessare, che il Mamiani à in fatto desiderato assai di separare quanto più fosse possibile e conveniente la potestà principesca dalla pontificale; ma però sempre con l'azione dello Statuto e nei termini da esso prescritti; e se quelle parole omnino esse separandum niente più di ciò non vogliono intendere, il Mamiani non se ne tiene punto aggravato, anzi se ne loda e compiace. In fine, rispetto al proposito rimproveratogli di aver voluto proseguire la guerra dell'Indipendenza Italiana in sino a che rimaneva alle armi nostre speranza d'onore e di buon successo, ciò è tanto vero e manifesto, quanto non è che dalla tribuna o nelle sue circolari o in qualunque altro atto ufficiale e pubblico del suo ministero abbia egli significato quella deliberazione nel modo e nei termini che l'Allocuzione riferisce. Poco fedeli rapportatori, pertanto, sono stati coloro ch'ebbero cura ed ufficio di ragguagliare di tali cose il Pontefice; la colpa e l'eccesso de' quali è da misurare dall'importanza e solennità che soglion ricevere i fatti rammemorati, e ciascuna sentenza e ciascun giudicio espresso nelle allocuzioni pontificali, dette in presenza del consesso Cardinalizio, use a trattare i maggiori negozj della cristianità, e a censurare le sole opinioni eterodosse, e quegli uomini di perduta fede che sono scandalo e pregiudicio a tutto il mondo cattolico. Dal che si vede ch'era riposto nella mente di que' pessimi referendarj di assaltar la fama del Mamiani con parole autorevolissime, e così straziarla a loro agio ed ucciderla: perchè contro esse parole, per ordinario, o manca l'ardire della difesa o il mondo non l'accetta; e però possono venire applicate come aguzzi coltelli addosso a persona sprovveduta ed imbavagliata. Ma non pensavano i referendarj, che v'à richiamo quest'oggi da ogni qualunque sentenza la più assoluta e imperiosa; ed anzi, la parità del diritto al gran tribunale dell'opinione è tanta e così perfetta, che concedesi a tutti di giustamente recriminare e dar libello di falsità e di calunnia.