I sottoscritti, tacendo per brevità molte ragioni concomitanti, e parecchi altri principj del giure internazionale che militano in lor favore, ristringonsi a ricordare al Generale Cavaignac la prescrizione chiarissima dell'articolo 5º della Costituzione nuova di Francia, col quale si decretò che le armi francesi mai non saranno adoperate a detrimento veruno delle libertà dei popoli. Ora, la prima, senza meno, delle libertà loro è la indipendenza nazionale, e il rimanere arbitri sempre e signori delle proprie sorti nel proprio Stato, arbitri e signori dell'interno assetto della cosa publica.
Ma il Pontefice, si obbietta, oltre al signoreggiare tre milioni di sudditi, è Capo e Moderatore di tutto l'Orbe Cattolico; e però ad ogni Potentato che professi la Cattolica Religione, importa di aver sicurezza che il sommo Gerarca non sostenga mai veruna violenza, e nemmanco patisca grave e frequente perturbazione nell'esercizio piano e spontaneo della pontificia podestà.
Noi non c'intratterremo qui nè a combattere nè a commentare cotesta massima, nella sua maggiore astrattezza considerata. Ma vogliasi riconoscere ad ogni modo, ch'ella dee venire applicata e addatta ai veri e congrui casi, non ai supposti o simulati od alieni dal subbietto. Ed oltre a ciò, egli farà bisogno sempre di convenire e accordarsi per innanzi sul modo di praticare con equità e imparzialità quella massima, e salvando scrupolosamente i diritti che a ciascun popolo alla indipendenza, alla libertà e al franco e intero maneggio de' suoi proprj negozj.
Il che presupposto, diciamo in primo luogo, che l'intervento non può venire all'atto giammai, qualora la spirituale autorità del Pontefice non sia negli uffici suoi nè impedita nè perturbata. Ora, la differenza sorta fra il Santo Padre ed il popolo è meramente e unicamente politica. E neppur l'ingegno della calunnia potrebbe tanto aguzzarsi, da dare apparenza di verità a qual si voglia asserzione contraria. La Chiesa è intatta ne' suoi diritti, nelle sue pertinenze, ne' suoi esercizj d'ogni specie e d'ogni ragione.
In secondo luogo, fermato pure il caso, che il sacerdozio supremo non sia con la debita libertà e spontaneità esercitato, in guisa niuna potrebbesi consentire che una sola delle nazioni Europee si arrogasse il diritto e l'arbitrio d'intervenire da sè ed armata mano in un paese a lei forestiero, sia qualunque la ragione e il pretesto che ponga innanzi. Se il Re di Francia (quando era in seggio) ebbe nome di Cristianissimo, l'Imperatore d'Austria fu ed è chiamato Apostolico, il monarca di Spagna Cattolico, e Fedelissimo quello di Portogallo; titoli tutti grandi egualmente e solenni: e però a ciascuno di tali Principi s'addirebbe il privilegio medesimo, e competerebbe un egual diritto d'ingerimento in Italia; e non già alla sola Francia repubblicana, come sembra opinare il Generale Cavaignac.
Infine, nella fatta supposizione, occorre, come accennammo, che l'intervento non calpesti per nulla il dritto de' popoli, e, oltre di ciò, riesca durevolmente utile ed efficace. Imperocchè senza tali due condizioni, dell'equità per un lato e della utilità ed efficacia per l'altro, l'intervento sarebbe vano ed ingiusto, e però dannoso e riprovevole. Al presente, diciamo ch'egli è manifesto che l'intervento armato de' forestieri negli Stati della Chiesa non può succedere senza impedire ed offendere direttamente e in modo enormissimo le pubbliche libertà e franchigie del popol Romano, e per indiretto quelle d'ogni altro Stato d'Italia; e d'altra banda, non può tornare durevolmente utile ed efficace, e ben consuonare col fine. Problemi siffatti non si risolvono col taglio della spada, nè con qualunque atto e adoperamento di materiale forza. E perciò, tutta la parte assennata, temperata e virtuosa dei popoli pontificj à pensato e procurato di sciogliere l'arduo problema per vie razionali e pacifiche, correggendo le prime cagioni e non gli ultimi effetti, la sostanza e non gli accidenti, e procacciando di sbarbicare le vere e profonde radici dal male. Per ciò, essa fece plauso grandissimo al programma ministeriale delli 5 di giugno,[39] in cui si annunciava la lieta speranza di veder separata per sempre, e in guisa adatta e sincera, la potestà temporale dalla spirituale; comechè ambedue unite nella stessa Augusta Persona. E perchè avvi alcune azioni ed usi speciali del potere monarchico i quali il Pontefice afferma di non poterli accordare con la sua paterna e apostolica autorità, egli è grandemente mestieri che quella porzione di regio potere sia delegata e rimessa ad altrui in maniera conveniente e pratica, affine che i popoli dello stato Romano non vengano ad ogni tratto oppugnati nel desiderio legittimo il quale nutrono costantemente d'ogni ragionevole libertà e d'ogni progresso civile; e sopra tutto non vengano mai combattuti nel sentimento lor nazionale, e nella prima e sostanzialissima di tutte le condizioni sociali e politiche: quella, cioè, di vivere indipendenti e signori e moderatori delle proprie lor sorti, e di potersi con gli altri Italiani insieme affrancare dal giogo oltraggioso e durissimo dello straniero.
Ma tornando ora al discorso del generale Cavaignac, a noi si rappresenta come molto credibile, che dopo aver egli saputo da' suoi commissarj e corrispondenti la quiete profonda in cui vivesi Roma e lo Stato sin dal dimane del giorno 16 di novembre; dopo conosciuta la concordia mirabile in cui si stringono ogni dì più il Ministero, le Camere, il Municipio, la Guardia Civica e tutte l'altre parti del popolo; dopo considerato come ciò mantenga in Roma e in ciascuna provincia un ordine veramente esemplare, e come in seno alla libertà illimitata di pensieri, di scritti e di opere in cui trovansi queste genti, non iscorgesi un atto ed un cenno non pure contrario alla fede Cattolica, ma nettampoco irriverente, e il quale offenda in alcuna parte e frastorni le pratiche numerose e le cotidiane dimostrazioni, apparati e cerimonie di culto esteriore; infine, dopo avere quel Generale considerato, che il Ministero, le Camere ed ogni altra magistratura nulla ànno che fare con le passioni del popolo nè con gli eccessi deplorevoli che ne possono rampollare, e come invece tutti essi que' governanti e que' magistrati mantengonsi fermi nella legalità e nello stretto esercizio de' loro diritti e de' loro doveri; si sentirà costretto a mutare opinione e deliberazione, e non verrà con la forza e l'impeto soldatesco a difficoltare e tardare quella leale conciliazione, la qual dee nascere spontaneamente con segni di perduranza e con reciprocazione perfetta; e così per virtù dell'amore e della persuasione, come per la necessità delle cose meglio conosciuta e sentita d'ambe le parti.
Ma quello che sia di ciò, la deliberazione del Generale Cavaignac, alla quale mal ci soffre l'animo di credere che partecipi di buon grado la generosa Nazione Francese, reca un'umiliazione e un'ingiuria gravissima a tutte le genti Italiane. Sotto qualunque colore, e per qualunque ragione onesta e plausibile, il Generale Cavaignac intenda d'intervenire a mano armata in Italia, ciò è un fatto che, non consentito dalla Nazione e da chi per legge la rappresenta, costituisce una violazione vera e flagrante dell'universale diritto dei popoli.
Il Generale Cavaignac neppure accenna alcun precedente accordo nè coi popoli nè coi Principi della Penisola. Egli non fa motto della richiesta o, per lo manco, dell'aperto e pieno accettare e aderire di Pio IX; la qual richiesta e il quale accettare e aderire noi neghiamo d'altra parte, che possa mai essere stato. Pio IX è il più mansueto de' Principi, ed à cuore alto e italiano. Però, come potrebb'egli voler tornare tra' suoi figliuoli e nella sua sede preceduto e fiancheggiato d'armi straniere? Chi ciò afferma, ed anzi chi ciò suppone di lui, crudelmente l'oltraggia. Oltre di che (non è soverchio il ripeterlo), trattandosi qui non dell'ufficio suo venerando e apostolico, ma unicamente delle differenze politiche nate tra lui e i suoi popoli, tornare in mezzo di loro mediante le armi e la violenza de' forestieri, saría compiere l'atto il più diametralmente contrario che far si possa ai principj del reggimento costituzionale, e alle massime più manifeste e volgari del dritto pubblico.
Ciò tutto considerato, noi sottoscritti protestiamo formalmente e solennemente in faccia all'Italia e all'Europa contra la invasione francese deliberata e apprestata dal Generale Cavaignac; e dichiariamo che alle sue truppe verrà, secondo le nostre forze, impedito lo sbarco, e l'entrare e violare, dovechessia, il territorio nazionale. Il che facendo, noi intendiamo di difender l'onore non solamente di queste Provincie Romane, ma dell'Italia tutta quanta, e di secondare la volontà e la deliberazione fermissima di tutti i suoi popoli. E similmente facciamo caldo, espresso e, più che si può da noi, solenne e veemente richiamo ai Potentati di Europa, ed al senso loro di equità e di giustizia. Imperocchè la causa e l'ingiuria è comune a tutte mai le Nazioni gelose dell'indipendenza, e altere di aver conquistato la politica libertà.