Rimane di far parola d'una straordinaria incombenza data ai tribuni; d'invigilare e conoscere, durante la dittatura, se il pericolo della patria è cessato. Merita la cosa che noi ne discorriamo a più bell'agio nel prossimo foglio; e vedremo quanto curiosa e piacevole invenzione riesca questo aborto di Tribunato.
(Dalla Speranza dell'Epoca.)
SULLO SBARCO DEI FRANCESI A CIVITAVECCHIA.
26 aprile 1849.
Lo sbarco delle truppe francesi in Civitavecchia è avvenimento gravissimo, nel quale sta inchiusa una questione di fatto e una questione di alto diritto. Sebbene, in quanto al diritto, la parola questione è forse impropria ed equivoca; imperocchè, al sentir nostro, la violazione del diritto è patente, e non può muovere alcuna ragionevole controversia. Per ciò noi ringraziamo di cuore i Triumviri per avere prontamente e con solennità protestato; ed altre grazie avremmo ad essi reso, se per compire lo sbarco fosse ai Francesi tornato necessario il venire a qualche atto di forza e all'uso dell'armi, e i superiori e magistrati del luogo fossersi ritratti in Roma o in altra terra sicura, secondo che in simiglianti frangenti è costume di fare. Sì nel proclama dei Triumviri e sì in quello dell'Assemblea, per ciò che spetta all'invasione del territorio, sono adoperate parole piene di giusta indignazione e di romana alterezza. Ma ci avrebbe gradito assai che le legittime rimostranze non fossero unicamente state fatte nel nome nostro, ma di tutta la Nazione Italiana; perchè non è lecito mai di scordare che noi siamo provincia d'Italia e nobile parte del territorio nazionale comune, il quale gli stranieri ànno offeso e violato, offendendo e violando il nostro particolare. E in questi sensi per appunto fu dettata la protestazione del Ministero del 16 di novembre contro il minacciato invio di truppe francesi; in questi sensi parlò il ministro Mamiani al Consiglio dei deputati, i quali tutti nella sua sentenza convennero con pieni applausi ed unanime deliberazione.
Ma, salvato il principio, e fatto conoscere agli stranieri che alla Nazione Italiana se manca tuttora il nervo non manca il senso, e che l'altrui forza può bene opprimerla ma non ingannarla, nè indebolire in cuor suo la coscienza piena che à racquistata del proprio diritto, deesi considerare con gran diligenza la questione del fatto.
Noi preghiamo strettamente ogni buono e leal cittadino a ponderare con fermo giudicio, se nelle condizioni presenti d'Italia e nella disposizione più generale degli animi, e dopo cadute le armi subalpine a Novara, sia probabile o no di trovare mezzi copiosi, séguito e ardore di gente, ostinazione invitta e magnanima non diciamo per far trionfare il diritto, ma per difenderlo con dignità. D'altro lato, è grandemente mestieri di porre eziandio in esame, se la calata de' Francesi non abbia per cagion vera e impellente la necessità di prevenire altre violente occupazioni, ben davantaggio odiose e malefiche, e di gente nimicissima d'ogni libertà nostra e del sacro nome d'Italia. Uopo è di considerare se nel pericolo sommo in cui si travaglia la patria, e sul punto di naufragare e perire, non le corra debito di gettar via nell'onde qualche insigne parte del carico perchè tutto il restante si salvi. Infine, veggano e considerino gl'ingegni integri e imparziali, se in tanto bisogno di concordia e di fratellanza, non divenga ufficio doveroso e pietoso insieme di rimovere quelle poche cagioni di differenza che peranco insorgono in mezzo di noi, e impediscono che noi ci stringiamo tutti in un sol pensiere e ci affatichiamo in un solo studio, e il qual sia di campare ed assicurare alcuna porzione di libertà, e quanta almeno i nuovi infortunj d'Italia e la prepotenza degli stranieri ne posson lasciare intatta e sincera . . . . . .
(Dalla Speranza dell'Epoca.)
ELOGIO FUNEBRE DI RE CARLO ALBERTO
detto da Terenzio Mamiani nella Metropolitana di Genova il dì IV ottobre MDCCCXLIX.