D'altro lato, non è forse la Chiesa, per propria essenza, la vita spirituale e comune di tutti i fedeli? Ella è in ogni luogo, e non è intera in veruna parte; e ciò tutto che piglia sostanza ed autorità perdurabile in lei, ottenne per innanzi l'universale consentimento, vogliatelo espresso o tacito, posteriore ai decreti di Roma o anteriore. Che il pontefice sia caput Ecclesiæ, ovvero caput in Ecclesiâ, come sottilmente si questionò, poco importa di definire. Conciossiachè nell'una e nell'altra sentenza rimane vero pur questo, che da sè e per sè il papa non è la Chiesa, nè alla Chiesa può prevalere.

Ma io vo dubitando non forse questo mio lungo proemiare e questo discorrere alquanto sospeso sieno per accendere in voi una troppa viva curiosità, la quale io non ò modo alcuno di soddisfare. E per fermo, egli trattasi unicamente di ricondurre in onoranza e in costume (benchè solo in qualche porzione e in maniera assai temperata) ciò che la cristianità intera praticò abitualmente per molti secoli e in tutte cose; intendo la elezione dei capi e dei reggitori fatta a suffragio comune del clero, e accettante e plaudente il popolo. Dico di rinnovarsene l'uso in qualche porzione, e in riguardosa maniera. Seguite, vi prego, le mie parole, e giudicherete, illustre Signore, s'io sono quell'avventato e guasto cervello che dicono. Io propongo, adunque, per lo men male, che in niuna provincia italiana o straniera si sveglino per al presente le gelosie di Stato; e però prosiegua il pontefice, prosiegano i principi a scêrre, come per addietro, i pastori spirituali de' popoli. Taccio similmente di Sinodo universale infino a tanto che popoli e principi con ardore e concordia non lo richiedano: il che sarà molto tardi. Ma voglio che dai suffragi del clero appostatamente adunato in ciascuna provincia, escano tutti coloro a cui spetta il nome e l'ufficio assai profanato, ma solenne pur nondimeno e magnifico di cardinale di Santa Chiesa; e voglio, quindi, che il capo e giudice di tutta la cristiana repubblica venga da tutta essa eletto mediante que' suoi deputati nel novello Concistoro raccolti.

Il principio elettivo fu anima della Chiesa, e sua legge sovrana ed universale. I tempi declinando al peggiore, e sempre più temperandosi ella agli usi e alle fogge regie e feudali, recarono presso che al nulla quel suo spirito di franchigia e di fratellanza. Ora, il mondo che in ogni culta contrada esce di pupillo e ricompónesi a libertà, e in tutte le funzioni civili e politiche e in ogni maniera di magistrati rimena e dilata la virtù elettiva e forme più popolari di reggimento, chiede con giusta impazienza di scorgere altresì il principio elettivo restituito nella repubblica dell'anime e delle coscienze, che è la Chiesa. Certo, comparirebbe strano ed intollerabile, che il diritto dell'eleggere fosse durato appo lei ne' giorni ch'era sbandito dalla città e dal consorzio politico, e non risorgesse al presente che è da per tutto ricuperato, e in ogni principale esercizio del viver comune è intromesso ed usato assai largamente.

Queste cose non prima si annunziano, che il buon giudicio universale le assente, e brillano a tutti gli occhi di verità e di evidenza; perchè le necessità e il carattere dell'età nostra, la maturezza delle opinioni, l'indole singolare e propria de' nuovi costumi e de' nuovi istituti, la mente, a così dire, di tutto il secolo le pensa e le persuade. Ponete in disparte coloro al cui intelletto fa velo la cupidità e l'orgoglio, e coloro alla cui pietà e religione fa misero inganno la tirannia dell'uso, e la pochezza e viltà dell'ingegno e dell'animo; e voi sopra ogni bocca cristiana udirete oggi suonar di nuovo la sentenza antichissima di San Leone pontefice, che nelle sacre elezioni sia colui preferito il quale dal clero e dal popolo consenzienti è richiesto. Del pari, voi scorgerete esser nel voto d'ognuno, che la Casta del Quirinale si sperda; e udrete quindi ripetere comunemente quella troppo legittima e naturale interrogazione di San Bernardo, ch'io poneva in fronte della mia lettera: an non eligendi ex toto orbe orbem judicaturi? Ben è vero che molte e significative assai sono state le domande di quel non timido cenobita, alle quali nè papa Eugenio nè gli eredi suoi nella tiara trovato ànno, infino al dì d'oggi, buona e adequata risposta.

X.

Ma vediamo in iscorcio i modi più pratici, e insiememente legali, ordinati e pacifici, per conseguire sì grande effetto. Voi col veloce ingegno supplite alla parsimonia di mie parole.

Roma per troppa vecchiezza ormai non à lingua nè moto, e soltanto la paura le rompe alcuna fiata quel sonno a cui torna sì volentieri, e che già piglia sembianza di letargía. Mestieri è, pertanto, che le Chiese sì provinciali e sì nazionali, risveglinsi e parlino, e quanta vena d'acque pure e vitali va disseccandosi in Vaticano, altrettanta ne sgorghi e zampilli per ogni dove del bel giardino cattolico. Concedo, o Signore, che congregare nel lor concilio nazionale i vescovi delle Gallie, o quelli delle Spagne nel loro, e così d'altri popoli, riesca oggi difficilissimo; e forse ai governi rispettivi non gradirebbe il disegno, ed alcuni de' più sospettosi ne impedirebbero l'attuazione. Ciò non ostante, la cosa è da reputarsi per buona e fattibile in sè; e gli esempj nelle storie ne abondano, e la necessità persuade azioni incomparabilmente più malagevoli. Nè mi sgomento a pensare che i concilj nazionali (a condurli con ogni piena e scrupolosa legalità) ricercano l'assenso di Roma. Perchè mal potrebbe esso lungamente e ostinatamente venir negato a un numero grande e concorde di vescovi, ciascuno de' quali è al papa uguale e compagno nell'ordine, e venerabile nella dignità. Ma io stimo e son fermo di credere, che radunanze molto più anguste e men rumorose sieno bastevoli all'uopo. E veramente, per li sinodi diocesani e annuali de' preti, e per li provinciali e triennali de' vescovi (i quali ultimi cominciano appena a farsi vedere oltr'Alpe e oltre Reno), il convocarli ed aprirli non solo va esente dalle concessioni di Roma; ma l'astenersi dal porli in effetto e dar loro favore e incremento, contradice ad una delle più salutevoli disposizioni della Sinodo Tridentina,[51] la quale toccò in questo i termini non del rigore ma dell'indulgenza; conciossiachè dal concilio santissimo di Nicea venivano i vescovi comandati di abboccarsi nella provincia loro due volte per ciascun anno. In tali adunanze, adunque, prescritte non che lecite, da nessuno impedite, agevoli e pronte ad effettuarsi, io scorgo il punto dove consistere, e il germe fecondo vi riconosco d'infinita fruttificazione. Io non sarò presentuoso e inconsiderato da voler qui definire per filo e per segno quello che in seno di essi concilj dee venirsi deliberando. Una sola cosa desidero e spero, e non potendo agli uomini, la chiedo a Dio immortale; e ciò è, che i preti ed i vescovi congregati guardino alla urgenza estrema dei tempi, la misurino tutta quanta è, e di quindi piglino ardire e consiglio.

Che se alcuni di quei congressi (nè parmi speranza eccessiva) l'indole vera de' nostri tempi conosceranno, e nel chiuso dei petti umani s'industrieranno di leggere, e massimamente del clero inferiore, queste parole o le simili a queste addirizzeranno al Pontefice:

XI.

— Un nuovo caldo di evangelico zelo ricerca, Padre Santo, le viscere della Chiesa, e scoppiano qua e là faville di luce nuova. Imperocchè l'anime pie, forte sgomentate delle vaste e crescenti ruine, e trafitte in cuore dell'accidia abituale e immedicabile dei ministri di Dio, pregarono con singhiottoso pianto al Signore, e sclamarono: Vieni da quattro venti, o spirito, e soffia su cotesti morti, e vivano.[52] Però il mondo cristiano non à indietreggiato in sui sentieri di perfezione, e posto à lunga fatica a riempier di beni i famelici, e nell'esaltazione degli umili si è compiaciuto.[53] Se non che (facciasi luogo al vero), quegli ubertosi principj di umanità, di scienza e di sempre crescente prosperità e gloria di nostra stirpe, che il Vangelo va maturando, e quegli eterni ed inessicabili semi di libertà, di fratellanza e d'universale amicizia fra i popoli che la legge d'amore produce, ànno germinato assai meglio ed in maggior copia nell'altrui campo e sotto le mani de' laici, che nelle terre de' Chierici all'ombra stessa del santuario. Posciachè questi, mal ravvisando il lento portato della cristiana carità, sembrano ributtare indietro e combattere fieramente il vivere moderno civile, e l'infinita potenza di bene che vi si cela. Quindi negano che nel suo grembo prosiegua sotto altre sembianze l'effettuazione di quell'annunzio apostolico: Voi a libertà siete chiamati, o fratelli;[54] quindi ricusano di conoscere il decreto sommo e providissimo, il quale dispone che al colmo d'ogni libertà si giunga per la pienezza d'ogni scienza e per la progressiva sublimazione degl'intelletti e dei cuori; essendochè fu promesso che il vero ci farà liberi,[55] e fu comandato all'umano consorzio di ascendere di grado in grado nell'infinito d'ogni eccellenza, tanto che siamo perfetti, siccome il padre celeste è perfetto;[56] e similmente s'infingono di non sapere che il regno di Dio debba avvenire altresì sulla terra;[57] e la città santa debba discendere dall'eccelso acconcia siccome sposa che al suo marito s'adorna; mentre una voce uscente dal trono divino sarà udita sclamare: Ecco il tabernacolo di Dio per mezzo agli uomini, ed egli abiterà con loro, ed essi saranno suo popolo.[58] A tale funesto dissidio è necessità metter fine. Necessità grande si è che i pastori dell'anime, entrando con esse per le inusate e magnifiche vie del secolo, procaccino di divertirle dai precipizj dove, abbandonate da noi e di noi fastidite, rischiano di dirupare.