25º Travagliamoci segnatamente a conciliare le opinioni de' buoni, e a tollerar quelle che non combattano di fronte il fine a cui debbe tendersi unanimemente, la rigenerazione italiana.
Tra noi le opinioni riusciranno varie e diverse in qualunque tempo, perchè troppa per natura è in ciascuno la singolarità e l'indipendenza dell'ingegno. Ma se il cuor nostro verrà compreso e infiammato da magnanimi affetti, e se la devozione sincera alla causa comune italiana rattempererà l'invidia degl'inferiori e l'orgoglio e l'ambizione smodata dei capi, la discrepanza dei pareri non impedirà mai certa unità di operare nelle cose di maggior momento; perchè un affetto generoso e comune e prevalente sugl'interessi privati e individuali termina sempre col rinvenire alcuno spediente onorato e alcun modo pratico di conciliazione e d'accordo. Rimedio, adunque, al conflitto acerbo delle opinioni, al soverchiare dell'orgoglio e all'insorgere abituale contro l'autorità e la disciplina, è l'amore immenso e puro nella Patria comune, e il sentimento profondo e radicatissimo del dovere.
26º Addottriniamoci delle condizioni topografiche, morali, intellettuali, economiche, ec. di ciascuna parte d'Italia, affine che cessi la vergogna perniciosissima di aver più notizia di alcuni Stati forestieri che della nostra Patria medesima; e affine si sappiano per appunto così i nostri mali, come i nostri beni, e i dati tutti richiesti alla soluzione del problema nostro sociale e politico.
27º Poichè un secondo legame di fratellanza e un avviamento all'essere di nazione sta riposto per noi Italiani eziandio nella unità delle religiose credenze, e nel dimorare in Italia il capo e moderatore augusto di quelle, curiamo d'imprimere in tale unità un carattere peculiare che ci distingua dagli altri popoli, e faccia la Chiesa italiana esemplare a tutte le altre. Spieghisi, pertanto, l'antica bandiera cattolica di Arnaldo da Brescia, di Dante, del Savonarola, del Marsilio, del Sarpi. La scritta della bandiera sia tale: — Ai dogmi e all'ortodossía rispetto e osservanza profonda: l'autorità e forza della Chiesa e l'opera de' suoi pontefici è meramente spirituale: quindi l'opinione sola e non i governi ànno ingerimento legittimo in essa: le discipline debbono essere riformate e rivocate alle origini: debbe tutto il corpo de' chierici partecipare, come in antico, alla scelta de' suoi gerarchi. — La legge morale evangelica è strettamente incorporata con la vita civile e con le virtù cittadine.
NOTA.
Tutti i precetti e suggerimenti fino qui registrati sono insufficientissimi a compire la trattazione delle materie a cui guardano. Il poco che scrivemmo vuole unicamente delineare un esempio della maniera d'investigare e proporre simile sorta di pratiche.
ALLA CONTESSA OTTAVIA MASINO DI MOMBELLO.[4]
Pregiatissima signora ed amica.
Alla sua gratissima rispondo molto più tardi del debito e del conveniente; ma io desiderava pure poterle dir cose ferme e ben risolute circa il mio tornare in Italia. E prima, io voglio renderle grazie il più caldamente che posso della memoria sempre amichevole che mi conserva e della grande amorevolezza di tutte le sue parole: anzi le dico, che fra le innumerevoli dimostrazioni ch'ella m'à dato di affetto e bontà in varj tempi e in mille maniere, questa ultima è delle più care e non riesce inferiore ad alcuna; sicchè io ne custodirò viva e perpetua nell'animo la ricordanza. Ora vengo al proposito, e primieramente io mi rallegro con lei, con me, con la nostra patria e con tutti i buoni, dell'atto d'amnistia promulgata da Sua Santità, pel quale sonosi alfine vuotate le carceri e le secrete che da lunghissimi anni mai non cessavano di riempirsi, rinnovando e martoriando gli squallidi abitatori. L'accoglienza poi benigna e graziosa che Pio IX à fatto a parecchi scarcerati, la scelta dello Gizzi a segretario di Stato, e altri segni e dimostrazioni provano chiarissimo la vera e profonda bontà del pontefice, e il suo desiderio sincero di riformare lo Stato, contentare i popoli, e così porre termine a una condizione di cose che veramente scandolezzava il mondo civile, e recava funestissimi danni alla religione.
Dubito forte che riesca al pontefice di attuare la metà sola del bene che disegna di fare; ma non per questo non sarà degno personalmente di affetto e di riverenza grande; perchè in un secolo quale si è il nostro, e in mezzo ad una nazione oppressa e degenerata, chi può pretendere in cotesto sant'uomo la eroica ostinazione di Sisto V, il coraggio di Giulio II, la mente e la sapienza d'Innocenzo III e di Pio II?