Il 25 di novembre del 1847.
PROGRAMMA DEL GIORNALE LA LEGA ITALIANA CHE PUBBLICAVASI IN GENOVA.
Dal titolo che apponiamo a questo Giornale subito vien conosciuto che il fine peculiare a cui si studia di giungere, e per cui distinguesi da molti altri, egli è di promuovere con mezzi legittimi, e per quanto l'opera d'inchiostro il può fare, una Lega Italiana, che da parziale ed economica quale al presente la vogliono, divenga generale e politica, e le si possa attribuire il nome di santa con molto maggior ragione ed effetto, che a quella tentata (or fa trecent'anni) contro alla prepotenza di Carlo V. Per fermo, l'impresa forse migliore e più elementata di bontà e di religione che valgono gli uomini ad attuare in ordine alla politica, a noi par quella di ajutare gagliardamente un popolo a costituirsi e durare in essere di nazione. Conciossiachè, come in ciascuna città e provincia la comodezza del viver comune si origina principalmente dalla varietà delle industrie, delle attitudini e degli uffici tra i cittadini, così il bene e l'avanzamento dell'uman genere, più che dall'altre cose, risulta dalla varietà dell'indole e dei costumi che tra le nazioni interviene. Ondechè, ogni popolo giunto a potere e saper vivere di vita propria e spontanea, e però ad assumere le forme ingenite e qualitative di mente e di cuore che sortì da natura, accresce a tutta la stirpe umana nuove specie di facoltà operose e fruttifere, e nuove sembianze e virtù di civile perfezionamento. Perciò, chiunque partecipa e suda a produrre e dar compitezza a un fermo e perpetuo stato di nazione, visibilmente obbedisce un decreto de' più solenni e più manifesti di Provvidenza; e per contrario, chi gli si oppone, reo diventa, per così dire, di umanità lesa e tradita, e si affatica di sformare e di rompere l'organo più efficace e maraviglioso dell'universal bene, e che stava in modi specialissimi prepensato e preordinato nell'idea eterna della vita sociale del mondo. Da questo procede, che promovendo noi e ajutando (per quanto i privati il possono) la Lega Italiana, noi effettualmente ajutiamo un'opera santa; essendo che nelle presenti condizioni di nostra patria, niuna cosa può meglio d'una confederazione giovare al fatto finale e massimo della nazionalità. Egli s'intende, nè sembra mestieri il significarlo, che noi desideriamo a un tempo medesimo di crescere e di solidare l'unione degli animi e delle azioni, stantechè ella sia il cemento primo e vero della lega politica, come questa a rincontro non pure dilata, riconferma e riaccresce l'unione, ma la conduce a presto e abbondevolmente fruttificare; e sì dall'una e sì dall'altra dee, come da radici validissime e profondissime, rampollare e fiorire la compiuta e vera italianità, già disposta e iniziata dalla natura, sancita dalla gloria del nome romano, consacrata dalla unicità di religione e di culto, maturata dal tempo e dalle stesse sventure, assentita e predestinata dai cieli, a cui piace di suscitare per la quinta fiata i figliuoli[8] di questa terra veneranda e famosa a compire alcun gran prodigio di civiltà, in profitto e splendore di tutta l'umana repubblica.
Dappoichè la fortuna, o, meglio, la Provvidenza pone in arbitrio d'ogni buon cittadino l'adoperarsi con utilità copiosa e attuale al cominciato risorgimento d'Italia, vogliono la prudenza e il dovere, che, messe in disparte le speranze troppo ambiziose e troppo fantastiche di cui ricreavasi e consolavasi la nostra mente nell'inerzia del servaggio, ora si badi con maggior diligenza alla realtà delle cose, e lasciato il nudo possibile, addirizziamo l'intelletto al certo od al molto probabile. L'Italia è da secoli divisa e rotta in più Stati, ed ha fra essi poca o veruna comunanza di vita politica: per la qual cosa, non potendosi toglier di mezzo le divisioni, e volendo pure che l'Italia sia una quanto è fattibile mai, rimane che noi ci acconciamo a quella forma di unità che sola può coesistere con la pluralità degli Stati: cioè ad una confederazione la più stretta, la più omogenea, e la meglio ordinata che dar si possa. A questa, dunque, intenderemo con tutto l'animo e tutto l'ingegno; e talora con l'autorità della storia, tal'altra col ragionamento, più spesso con le induzioni chiare ed aperte che gli avvenimenti quotidiani suggeriranno per sè medesimi, sforzeremoci di conseguire che il concetto di una Lega Italiana politica divenga nella mente de' popoli segno e simbolo di nazione, e desiderio intenso ed inestinguibile; e in quella dei principi, un'alta necessità di fatto, pericolosa a combattere, profittevole ad accettare.
Duole ed affligge il pensiero che di tal lega debbano per al presente rimanere esclusi i nostri fratelli Lombardi, che sono pur quelli da cui tragghiamo un esempio di lega antichissimo e non superabile di valore e di gloria, e il quale con la pienezza e felicità del successo ne persuade l'utilità d'un nuovo nazionale confederamento. Ma, per l'amore e la fede che l'altre Provincie italiane portano ad essi, ed essi a tutte quelle, e per la speranza che abbiamo comune del compiuto affrancamento d'Italia, riuscirà caro ai Lombardi che pur senza loro noi ci stringiamo e ci colleghiamo, affine principalmente di poterli con men ritardo e maggior sicurezza raccorre e abbracciare al banchetto sacro della conquistata nazionalità.
Di un altro subbietto importante prenderà cura e farà studio particolare ed assiduo il nostro foglio periodico, e questo è l'ammendamento, l'educazione ed il bene stare del popol minuto. Imperocchè, come la lega politica delle Provincie italiane discuopresi, al giudicio nostro, qual mezzo appositissimo, ed anzi di tutti il migliore ed il massimo, che nelle condizioni odierne ci può menare all'indipendenza e al vero essere di nazione; del pari, nell'educazione morale e intellettuale del popol minuto a noi si lascia conoscere il mezzo più attivo e lo strumento più addatto ed usabile per conseguire essa lega, e le altre maggiori felicità e grandezze italiane. E per fermo, nessuna cosa di gran momento viene attuata nel mondo senza l'animo e le braccia del popolo, e unicamente da lui riceverà la nostra carissima patria redenzione certa e finale. E se ciò è vero per ogni dove, in Italia è assai davvantaggio: perchè di là dalle Alpi e dal mare si legge e si trova che la maggior parte degl'istituti e delle glorie nazionali più ragguardevoli riconoscono l'origine loro dai principi, dalla cavalleria e dagli ordini privilegiati; ma in Italia, per lo contrario, autore od iniziatore primo di tutte le nostre glorie fu il popolo. Quindi dovremmo per semplice utilità e cautela politica voltare le cure e i pensieri alla parte sua più valida e più numerosa, che è pure la men fortunata, dove lo spirito del Vangelo e l'umanità dei nostri tempi ad obbligo stretto e incessante non ce lo ascrivessero.
Abbiamo definito in breve quello che di speciale e di proprio intende fare la nostra effemeride. Seguita che diciamo alquante parole intorno alla sua ragion generale.
Nel giorno in cui la saggezza del principe concede ai popoli una franca discussione ed esaminazione degli atti pubblici, il regno della violenza e del cieco arbitrio ha suo termine; ed ogni potere materiale ed irrazionale viene dispossessato e surrogato dalla forza spiritualissima dell'opinione. In quel giorno fortunato, ogni buon cittadino, giusta i limiti di sue facoltà, sente la necessità e il debito insieme di promuovere e addirizzare le credenze, le cogitazioni, i pareri ed i sentimenti della moltitudine, e accostarli a quella sapienza attiva che è l'apice della perfezione civile. A tale ufficio d'illuminare e addirizzare le menti a rispetto della politica e d'ogni condizione assai rilevante del viver comune, noi pure intendiamo di dar l'opera nostra con quante forze ci ha fornito natura; e d'un ufficio siffatto scorgiamo assai chiaramente la somma importanza e solennità, le malagevolezze e i pericoli. Noi sentiam bene, ch'esso è una specie di magistrato, da cui si assume nel nostro secolo gran parte di quella dignità e santità di carattere la qual risiedeva nel tribunale censorio delle antiche repubbliche. Noi, quindi, procacceremo con ogni industria, che se non l'altezza degli studi e la pellegrinità del sapere, la purezza almeno delle intenzioni e lo zelo dell'operare rispondano più che mediocremente al concetto di ciò che debb'essere lo scrittore entrato ad illuminare e condurre i pensamenti e le credenze del popolo. Per lungo disuso, è pressochè venuto meno all'Italia il senso pratico delle faccende politiche, e i figli suoi si ridestano quasi parvoli e adolescenti in mezzo a nazioni adulte e mature: e d'altra parte, il comune nostro decoro, le stupende rammemoranze di età gloriosissime, il viluppo strano de' casi che corrono, la necessità del premunirsi e difendersi richieggono da tutti noi una vigorosa e precoce virilità. Noi con questa considerazione pigliamo speranza che i leggitori del nostro foglio non vorranno di leggieri accusarci nè di presunzione nè d'ignoranza; chè presumere ci bisogna per la salute comune, e saper bene non possiamo ciò che l'esperienza, l'uso e le occasioni sole ne insegnano.
In due modi suole un giornale politico informare e dirigere la mente ed il senso pubblico: prima col farsi o annunziatore pronto e fedele, o raccontatore veridico e giudizioso degli avvenimenti quotidiani; poi, col discutere sottilmente quel che rilevano, indagarne le cagioni riposte, predirne gli effetti remoti, e far tutto ciò col lume e i principii d'un'alta filosofia civile. Noi, dunque, ambedue queste cose ci studieremo di adempiere secondo nostro potere, e con l'aiuto efficace de' nostri amici e rispondenti. Noi cureremo sempre di attinger le nuove alle fonti sincere, e col nostro privato carteggio suppliremo spesso al silenzio e all'insufficienza delle gazzette. Nè le notizie si stringeranno nel cerchio della politica, ma sì farem luogo a quelle altre molte e diverse che importa all'universale di possedere, ed hanno lor parte notabile nella vita comune.
A rispetto, poi, del pesar bene il valore dei fatti, scoprirne le cagioni e le conseguenze, cavarne le massime direttive, e raddurre il tutto agli assiomi della scienza di stato e alle teoriche della civile filosofia, i compilatori avranno mente di conciliare del continuo la pratica colla speculativa; e, per quanto sarà lor dato, eserciterannosi a scorrere con sicurezza e per vie larghe e spedite dalla esamina degli avvenimenti alla contemplazione de' principii; e viceversa, dal concetto delle teoriche astratte ed universali alle applicazioni certe, particolari e feconde. Noi ci farem debito altresì di narrare e scrutare i casi correnti con animo affatto imparziale, e con giudicio non infiammato e preoccupato da passioni di parte e da bollori di fantasia; e però saremo avversi ad ogni ingiustizia, ad ogni eccesso, ad ogni esagerazione così in risguardo de' governi come de' governati: essendo che non s'agogna da noi quel favor popolare il quale è acquistato e meglio diremmo comprato col piaggiare continuo il volgo e le sue passioni, e maneggiando tutto dì le arti tribunizie; ma desideriamo invece di conseguire quell'autorità e quella stima che cresce occulta e lentissima, che dai tristi è combattuta e dagli avventati è mal sofferta ed acconsentita, ma che alla perfine sovrasta alla malvagità degli uni e alle esorbitanze degli altri, e serve come di aroma prezioso a serbare intatto ed incorruttibile un nome di là dal sepolcro. Soprattutto ci asterremo (per parlare alla moderna) dalle personalità; nè mai la indignazione nostra si verserà sull'uomo, ma bensì sull'azione in astratto considerata, e a riscontro d'alcun documento morale o politico. La qual moderanza e giustizia a noi riuscirà non molto difficile, dacchè le azioni malvage e gli affetti bassi e torbidi sempre ci hanno svegliato più compassione che sdegno; e quanto le sorti universe del genere umano e l'attuazione de' sommi principii e la loro abbondevole fruttificazione ci sembrano cosa grande e degnissima d'ogni onorata fatica, altrettanto gli individui ci appajono leggier cosa, e non quasi mai meritevoli dell'odio del saggio. Per le ragioni medesime, e guardando sempre ad effettuare l'utile pubblico e giudicare imparzialmente uomini e cose, noi ci pregieremo di dare leale ajuto e libera lode al governo, ognora che gli piacerà di accrescere e di caldeggiare il sentimento nazionale, e proseguire animoso nelle riforme. Ma non dubiteremo del pari di contraddirgli legalmente qualora se ne dilungasse o in tutto od in parte: e quando (il che per lo certo non accadrà) l'opposizione nostra sincera e dignitosa diventasse impossibile; esauriti innanzi, fino ai termini ultimi delle leggi, tutti i rimedii, gli spedienti e i partiti che lo zelo di buon cittadino sa rinvenire, il periodico nostro cesserebbe di uscire in luce. Così noi speriamo di concordare la moderazione e il vigore, la legalità e il coraggio. E perchè di questa parola moderazione vien frequentissimo l'uso, ma la significazione sua scorre varia e indefinita per gl'intelletti; a noi giova di dichiarare, che domandiamo improvide e immoderate tutte quelle opinioni le quali, impazienti di rimanere in essere di concetto e di desiderio, discendendo dall'ideale al reale, oltrepassano e turbano ciò che nell'atto presente si fa praticabile, e però è duraturo e fecondo del meglio. Similmente, noi domandiamo improvide e immoderate quelle imprese e quei fatti che conducono a travalicare i termini della legalità; la quale benchè negli Stati della Lega sia peranche molto imperfetta, pur tuttavia non nasconde e non confonde siffattamente i suoi limiti, da lasciare incerto e pauroso l'uomo dabbene e il leal cittadino. In un popolo vissuto per qualche secolo sotto la forza e l'autorità dittatoria, sdegnoso sempre del servire, ma sempre ignaro de' proprii diritti e doveri, niun sentimento è più malagevole a insinuare e insieme più necessario del rispetto e quasi diremmo del culto sacro inverso la legge: al qual culto (abbia luogo la verità) appena cominciano ad avvezzarsi i suoi sacerdoti medesimi. E perciò, noi raccomanderemo continuo così al popolo come ai principi, così ai magistrati come alla plebe, la piena e ottemperante venerazione alla legge, che è il Dio dello Stato.