Tre avvenimenti crediamo noi che sia lecito di prevedere come capaci di distrarre e occupare fuori d'Italia le forze tedesche: una guerra fra i potentati d'Europa; una rivoluzione nuova in Francia; una sedizione grave e durevole in alcune parti dell'impero austriaco. Noi del primo affermiamo potersi ben dare alcune guerre parziali fra i potentati inferiori e alcune dimostrazioni ostili fra i superiori represse tostochè cominciate; ma una guerra generale europea non mai; principalmente, perchè tutte le corone ne tremano come di certa ruina loro: e se lo Czar non ci vede pericolo molto vicino per la propria dominazione, ei non possiede la metà dell'ardire che gli bisogna per rompere la prima lancia e strascinar seco a forza i paurosi alleati. Oltrechè, la rabbia rintuzzata ma inestinguibile della Polonia, la piaga inciprignita della schiavitù in casa, il tesoro insufficiente e mal custodito, le triste prove fatte, or son pochi anni, a Varna, a Silistria, a Ostrolenga; e più, la certezza di perdere le nuove sue flotte e veder disertate dall'Inghilterra le sue marine, terranlo indubitatamente a segno. E si osservi quante occasioni prossime e vive di guerra sono sopravvenute in questi ultimi anni, che poi si conducevano al niente. Noti ciascuno eziandio come nei casi dell'Oriente, gravissimi, precipitosi e di suprema importanza, gli sdegni, le minacce e le offese si risolvono d'ambo i lati in vane mostre e parole. Debbesi egli tenere per vicina e probabile una guerra europea, quando si pensa che l'Inghilterra è tuttavia travagliata nelle proprie sue viscere da un conflitto incessante tra le nuove franchigie e i vecchi privilegi, dall'esorbitanza del suo debito pubblico, dai repentini turbamenti e sbilanci delle sue industrie; e più d'ogni cosa, dallo stato inquieto e miserevole dell'Irlanda, inverso la quale non giova ormai nè la liberalità nè la forza; la prima insufficiente a placare, e la seconda a reprimere? Che diremo poi dell'Austria e della Prussia? Nessuno ignora che gli accorgimenti e le arti famose di Metternich consistono tutte nel rimuovere a suo potere le cagioni e le occasioni d'ogni qualunque novità, e segnatamente della guerra; conoscendo egli assai bene, che al primo cozzo gagliardo fra i re d'Europa, l'impero austriaco n'anderebbe in pezzi. Quanto è alla Prussia, basti il considerare le sue inquietezze sempre crescenti per le provincie renane vogliose di libertà, e pel ducato di Posen; e la povertà delle sue finanze, che durano a mala pena a mantenere l'esercito, quantunque trasformato tutto in Landver; istituzione, che se risparmia moneta, nuoce al nerbo ed alla perizia militare.

In fine, si voglia por mente che le guerre (massime una così generale e rischiosa) neppur ne' paesi retti a governo assoluto si risolvono e s'imprendono oggi contra il volere dei popoli: e questi, rivolti come sono al presente alle prosperità materiali e a moltiplicare le officine e i commerci, non si curano punto di guerre intraprese in nome di alcuni principj speculativi o d'interessi poco visibili agli occhi loro, siccome sarebbe quello della bilancia politica fra i potentati, o l'altro di raffermare il diritto delle monarchie assolute, alle quali suolsi prestare ancora obbedienza, ma non amore nè devozione.

Non taceremo che alcuni argomentano che appunto per questo scemare di forza e di autorità delle monarchie assolute, e per questo prevedere che fanno i principi la caduta poco lontana di lor dittatura, ei debbono consentire animosamente a scendere in campo, e riguadagnare ad un tratto colla vittoria quello che perdono a grado a grado in seno della pace.

Tal ragionamento (a nostro giudizio) non prova più che una cosa, cioè a dire che ai principi non rimane oggimai partito buono e sicuro da scegliere. Da una parte, con la guerra, il rischio estremo d'una ruina immediata e compiuta; dall'altra, con la pace, un perire assai lento ma certo e finale. Ora, non vi è dubbio nessuno che la tempra umana ordinaria com'è pusillanime e fiacca, così appigliasi sempre al partito che lascia tempo e lusinghe in mezzo, dà luogo ai maneggi, alle transazioni, agli accomodamenti, e non esige lo sforzo e il coraggio d'azioni impetuose e piene d'audacia.

V.

Del secondo supposto, cioè che una rivoluzione nuova succeda in Francia, noi affermiamo similmente che niuna buona ragione la dimostra vicina e probabile; intendendo, come si dee, sotto nome di rivoluzione non già un moto popolare in fra pochi dì represso e infrenato assai facilmente, e qual può dirsi con poca alterazione del vero essere stato quello del 1830; ma una scossa profonda e durevole che si propaghi all'Europa tutta, rechi molte e sostanziali novità nell'ordine delle cose, e ponga la Francia alle prese coi suoi nemici.

E per fermo, le vere rivoluzioni sono provocate ogni sempre da gravi e pressanti necessità: ma di queste noi non sappiamo scorgerne alcuna in Francia a' giorni che corrono. Il desiderio di forma migliore politica non basta a un sì grande effetto; imperocchè nè un tal desiderio riesce molto efficace e vivo presso d'un popolo converso tutto ai piaceri e ai guadagni, nè dopo assai delusioni e le tante prove ed innovazioni che à praticate, ei conserva grande e robusta fede alle promesse e alle speranze del meglio. Oltreciò, sentendosi egli pieno di forza e arbitro effettivamente della propria fortuna, non estima dover entrare in incerte rivoluzioni per conseguire riforme e perfezionamenti, ai quali pensa che giungerà senza fallo, e in modo piano e spedito, il giorno ch'ei sieno desiderati e voluti con fermezza e vigore dalla generalità. Da ultimo, ei non sa persuadersi che una o più sollevazioni sanguinose e violente varrebbero a disgroppare il nodo di que' nuovi problemi sociali, la cui risoluzione appar tenebrosa e lontana così ai filosofi come al volgo.

Ben è vero che i proletarj e soffrono e si dolgono tuttavia della scarsa provvidenza delle leggi in verso di loro. Verissimo ch'ei sono numerosi e maneschi, e quei di Parigi e di Lione arditi sopra ogni credere e sprezzatori della morte: ma con tutto ciò, qual potere effettivo risiede in loro e quale capacità di operare con unione e perseveranza, bisognevoli come sono del lavoro quotidiano, sprovveduti di capi e di ordinamento, senza disciplina e governo, senza disegno e fine determinato? Gran porzione poi d'essi pressente quasi per istintivo giudicio, e in parte eziandio per le cose vedute e sofferte, che una rivolta operata dalle sole lor braccia o non reggerebbe contro le forze unite e ordinate delle classi più ricche e civili, o verrebbe senza profitto loro maneggiata e usurpata dai demagoghi, o infine non recherebbe rimedio a quei mali di cui si querelano, e le cui triste radici pajono penetrare e occultarsi nell'ultimo fondo dell'umana natura e nelle condizioni essenziali del viver sociale. Il fatto è poi, che la storia delle nazioni non ci porge esempio notabile alcuno d'una sollevazione di plebe che senza l'ajuto efficace e spontaneo delle classi civili abbia proseguito prosperamente e riuscito al fine proposto. Potrà, pertanto, la porzione men sofferente e più baldanzosa de' proletarj francesi consumare rivolte gravi e piene di sangue, ma non mai una rivoluzione profonda e durevole.

VI.

Rimane che si supponga qualche gran rivoltura in alcuno degli Stati imperiali, come la Boemia, la Galizia, l'Ungheria e la Transilvania. Ora, noi diciamo che tali provincie ajutano di già non mediocremente l'Italia con la inquietezza e l'acuta esacerbazione che le tormenta; perchè costringono l'Austria a mantenere per tutto considerevoli corpi d'esercito, e scemano ciascun giorno il profitto ch'indi potrebbe ritrarsi pel comun bene dell'impero. Ma credere che pur durante la pace europea, esse abbiano forza e audacia d'insorgere e di sostenere guerra aperta contro esso impero, è giudicio precipitato e vano. Il malumore de' Boemi non à peranche nè intensione bastevole, nè omogeneità di opinioni e di sentimenti. La Galizia non può in disparte dall'altre provincie polacche osare di sollevarsi; e l'Ungheria è frenata dalla disunione, che in lei perpetuano le differenze di razze e di lingue, le gare fra i due ordini di nobiltà, e il giogo, difficilissimo a scuotere in Austria, della militare disciplina.