Mancano a questo abbozzo di legge moltissimi particolari completivi ed esplicativi. Ma quando il concetto suo generale sia falso, non gioverebbono quelli per raddrizzarlo; e dove, per lo contrario, ei si combaci in buona parte col vero, il pronto ingegno de' lettori supplirà al rimanente.

(Dalla Lega Italiana.)

Fu dettata questa Lettera appena giungeva notizia della sollevazione parigina del 48, e venne qualche dì dopo mandata fuori in Firenze dal Le Monnier. Ciò non pertanto, ella sembra in molte sue parti piuttosto narrazione che previsione; effetto questo del diligente ed assiduo studio che l'Autore à posto a conoscere le condizioni morali e civili della nazione appresso la quale trovò rifugio e ospitalità cordialissima per lunghi anni.

LETTERA AD ANTONIO CROCCO, INTORNO AGLI ULTIMI CASI DI FRANCIA.[11]

Di Firenze, li 10 di marzo del 48.

Questi giorni addietro, essendo io in procinto di lasciar Genova e venirmene giù in Romagna per provvedere alle cose mie, cessai del tutto di scrivere nella gazzetta La Lega, non mi bastando il tempo nè il capo di attendere a parecchie private faccende e di dettar fogli sopra materie gravissime come le dà ora il mutamento avvenuto di là dall'Alpi. Ciò à sembrato a qualcuno una specie d'artifizio per non dichiarar la mia mente e le mie previsioni in subbietto incerto e rischioso. Io m'affretto, pertanto, a manifestare e spiegare al pubblico quel che io ne penso, il più distintamente che io posso e per quanto me ne dà arbitrio la legge;[12] stimando assai minor male il prendere errore nel giudicare gli eventi umani, che l'incorrere taccia d'artificioso e dissimulato: benchè, a dir vero, il silenzio mai stato non sia reputato nè arte nè dissimulazione; ma in tempi difficili, gli animi sono inchinati al sospettare, e i giudicj hanno qualcosa d'immoderato, come gli avvenimenti. Però io studio di difendere la reputazione mia; ed a voi singolarmente la raccomando, amico caro ed egregio, siccome a colui che vincendo tutti di bontà e rettitudine, dovete della lealtà e schiettezza delle intenzioni intendervene più che bene. Quanto è poi al valore di questi miei pareri, se mai in veruna cosa non può esser grande la importanza delle mie opinioni, impedendolo la scarsità dell'ingegno e dell'esperienza, ne' nostri giorni elle debbono assomigliare ai sogni ed ai vaniloquj: perchè ora la scienza stessa consumatissima de' più prudenti sembra divenire inutile; e da un lato, ogni paradosso piglia baldanza di apporsi alla verità; come dall'altro, non v'à raziocinio fondatissimo ed evidente che non pericoli di mentire.

L'ultima rivoluzione di Francia è di sì gran momento per tutta l'Europa, che vi si possono ordir sopra infinite questioni e in infinite parole condurle. Ma io voglio esser breve, secondo mio istituto e come porta una semplice lettera. Senza che, le menti sono a questi dì in sì fatta guisa distratte e preoccupate, che il lungo sermonatore non trova uditorio. Io risolvo, quindi, di far parola unicamente di quelle domande che ricorrono sulla bocca di tutti, ed ànno riferenza maggiore con le cose d'Italia. E per produrre un discorso alquanto metodico, mi torna bene dividerlo per paragrafi, ed a ciascuno apporre la sua rubrica.

§ I.
Se la rivoluzione ultima di Parigi sia pel progresso civile un bene od un male.

Per definir la quistione, accade prima guardare se nel governo repubblicano uscito della rivoluzione s'incontrino le qualità e disposizioni dalle quali s'argomenta la fermezza e stabilità delle cose, ovvero il contrario. E per certo, se la repubblica non durasse, come la rivoluzione fallito avrebbe il fine suo, mancherebbe la principal cagione di lodarla e chiamarla un bene e un profitto. Secondamente, occorre considerare, se la repubblica potrà tenere inverso del popolo le promesse singolarissime che gli fa; perchè, quando a lei non fosse fattibile di tenerle nemmanco mediocremente, le opinioni repubblicane scapiterebbero forte, e gli animi in generale perderebbono molto della fiducia e speranza in quel progresso civile che la Francia presume di maturare così prontamente. In fine, egli è lecito agl'Italiani di valutare il male ed il bene dell'ultime mutazioni a rispetto di sè medesimi, e pel vantaggio o il danno che sta per procederne ad essi in particolar guisa. Ciascuna di tali cose noi metteremo in distinta considerazione: ora qui notiamo soltanto alcuni pregi ed utilità, e d'altra parte alcuni demeriti e danni parziali dell'avvenimento straordinario e impensato del quale Parigi medesima sbalordisce.

Io dico, pertanto, che ogni accadimento di simil genere è di gran profitto ed insegnamento agli uomini; ed anzi, è di tanto maggiore, quanto quello arrivò inopinato e contra l'aspettazione e il giudicio dell'universale. Un volume intero non capirebbe forse tutte le dottrinali sentenze e i documenti e precetti politici che scaturiscono dall'ultimo moto francese: ma, per toccare un poco d'alcuni, e di quelli segnatamente che ànno più spessa e facile applicazione, vedesi, per primo, riconfermata con terribil suggello la massima del Segretario Fiorentino, che, cioè, nessun nuovo re dee rischiarsi a combattere quel principio in virtù del quale salì al trono. Ma, certo, Luigi Filippo salito in seggio a nome della libertà e per odio della Santa Alleanza, tanto ristrinse le libertà quanto n'ebbe agio, e carezzò poi fuor di modo e senza pudore i governi assoluti e nemici di Francia. Oltre a ciò, regnando egli principalmente per lo sostegno e i suffragi del ceto[13] mezzano, mai non dovea nè poco nè molto alienarsene l'animo e disamorarlo del suo governo. Per fermo, quello sopratutto che nella giornata memorabile del 24 di febbrajo fece traboccar la bilancia e dar la vittoria alla plebe, fu l'inerzia e lo scontentamento della Guardia Cittadina, composta quasichè per intero del ceto mezzano. Ma re Luigi Filippo è stato da tre principali cagioni indotto in inganno: dall'adulazione crescente ed ipocrita dei governi assoluti; dalla pienezza e facilità dei primi successi; e, in fine, dal troppo basso concetto ch'ei s'era formato degli uomini in generale, e più specialmente de' mezzani cittadini suoi difensori, i quali a lui comparivano non altra cosa salvo che una turba di trafficanti, desiderosi di guadagnare e di spendere e di menar vita grassa e tranquilla. Il perchè, stimava egli con la pace e il riposo a qualunque costo serbati, e con la frequenza e moltiplicazione dei traffichi e delle industrie, tenerseli sempre amici; dimenticando così, che gli uomini, e massimamente i Francesi, mai non sono una cosa intera e omogenea, ma un misto di molte e diverse: senza dire che per resistere alla plebe ardita e scontenta, non basta la pura indolenza degli altri ceti, ma bisogna la vigilanza e lo zelo; e questo non vive se non con l'affetto profondo, o con lo stimolo acuto e incessante degli interessi. Negli uomini è in generale molta fiacchezza, ed ella degenera non radamente in viltà; ma la natura nemmanco permette loro di scordarsi del tutto la parte gentile e generosa dell'animo dalle sue mani medesime fabbricata. Di quindi avviene che i principi i quali si fidano e fan capitale della sola porzione volgare ed interessata del cuore umano, trovansi un bel giorno ingannati: il che molte volte accadde, e moltissime succederà per l'innanzi, conciossiachè i principi per isventura non veggon sovente daccosto a loro risplendere l'alterezza, la dignità e la grandezza umana; e benchè non dovessero misurare il rimanente del mondo dai cortigiani, pure per abito naturale il fanno, e ruinano. Insomma, nessun impero è saldo nel mondo se non à fondamento in alcuna forza morale; nè si dà forza morale durabile veramente, se non concilia con gli interessi la coscienza del bene. Ma troppo era vecchio Luigi Filippo a mutar metodo ed opinione: e così riman vera eziandio l'altra sentenza del Machiavello, che gli uomini pajono grandi e sapienti il più delle volte perchè l'indole loro si conforma affatto coi tempi; ma se questi o mutano o si alterano profondamente, non sapendo quelli fare altrettanto perchè la natura e l'abito non lo concedono, debbono guastare la propria fortuna, e cadere.