Tali e inumerabili altri avvisi ed ammonimenti porge a pensare l'ultima rivoluzione di Francia, ed è questo per sè un profitto molto notabile a tutti i popoli. In essa è altresì un pregio comune con quella del 1830, e che merita singolar lode. Io vo' dire che ambedue sonosi unicamente imprese e compiute per dar ragione e sicurezza al diritto, e per allargare e riconfermare le pubbliche libertà. Per lo certo, nel 30 il ceto mezzano non combatteva dallato al popol minuto per questo fine speciale di conquistare predominio ed autorità; come, parimente nel 48, la plebe non à creduto di vincere per solo difendere e migliorare le condizioni sue proprie. In ambidue i tempi si corse all'armi e si versò molto sangue a nome di alcuni generali principj di giustizia e di libertà, e per ardore di sentimenti generosi e magnanimi: la qual cosa torna ad onore particolare di Francia e della sua civiltà; e a tutte le culte nazioni dee recare conforto e coraggio il sapere che v'à un popolo nel bel mezzo d'Europa il quale fia sempre prodigo del suo sangue per rivendicare alcun diritto comune, e aprir nuove vie al perfezionamento sociale e politico.
Ma d'altra parte, e quantunque io sappia affermando ciò di sgradire e contraddire a moltissimi, pure non tacerò ch'ei non si dee reputare assai ferma e savia l'indole d'una nazione, nè assai progredita e matura la sua vita politica, quando per abolire alcune pessime leggi e impossessarsi d'alcune franchigie, noi la scorgiamo non saper ritrovare altro mezzo che la via del ferro e del sangue: e questo dico in ispecial modo per la rivoluzione ultima del 24 febbrajo; conciossiachè, nell'altra del 1830 fu dura necessità di resistere a un improvviso e violento assalto di tirannide armata. Io pertanto mantengo che in quell'intervallo di diciassette anni compiuti, qualora ai Francesi meglio educati e più autorevoli e savj non avesse fallito il coraggio civile, la perseveranza e l'unione, e quando elli avessero voluto e saputo por mano a tutti i mezzi efficaci e legali che lor porgeva la Carta per conseguire o ricuperare tale franchigia e tal'altra, niuna forza, niuna abilità, niuna scaltrezza, niuna corruttela di governo e di deputati potea frodarli del lor desiderio. Ben è vero che non è da imputarsi cotale errore alla plebe, la quale scorgendo da un lato la pervicacia del principe e dall'altra la inettitudine d'ogni ordine dello Stato a spezzarla e domarla, ebbe ricorso al vigore delle sue braccia, e da sè medesima ricomperossi dell'umiliazione soverchia in cui governo e governati lasciavano lei e la Francia intera in faccia alle culte nazioni che la circondano. Ma perchè la vittoria sembra magnificare ogni cosa e persino gli eccessi, e l'Italia precipita sempre ad imitare ogni fatto straniero, però giova di ricordare, che se la plebe à in Francia compiuto il suo debito in modo maraviglioso ed eroico, avevano innanzi mancato al debito loro tutte le altre parti della nazione: e ciò è quivi accaduto troppo sovente, e non per mera accidenza; il perchè quel popolo vanta infinite e strepitosissime vittorie d'armi, ma vittorie civili assai poche: e pur queste sono le sole desiderabili, e dovrebbero esser le sole del nostro secolo.
§ II.
Se la repubblica nuova francese mostri di potersi reggere lungo tempo.
I Francesi di maggior conto, e d'ingegno e studio più consumato, tenevano per impossibile il buttare a terra Luigi Filippo, propriamente per questo, che tra la repubblica e lui non rimaneva altro termine a cui appigliarsi. Ora, quella impossibilità stessa di mettere alcuna cosa in mezzo fra il governo presente e la discendenza di Luigi Filippo o di Carlo decimo, terrà in piedi la repubblica. Conciossiachè il frutto più naturale della vittoria ottenuta, si è di volere sperimentare il governo nuovo che n'è uscito, e che è il solo espediente non messo in uso da lungo tempo e non caduto di credito: però, niuna forza può ora subito ricondurre i Francesi a rifar quello di cui a gran pena si sono disfatti. E per questa necessità che sente ciascuno, vedete come tutti riconoscono a gara il governo temporaneo repubblicano, maravigliati insieme e orgogliosi di possederlo. Ma esaminando la cosa alquanto più addentro, io porrò prima in ricordazione, che la plebe parigina non professava da sedici anni a questa parte altre opinioni politiche, salvo le schiette repubblicane. Ben si potea giudicare che non isperasse di condurle ad effetto; e come viveasi fuor modo scontenta ed amareggiata di tutto quello che intorno di lei si operava, così facea mostra, massime negli ultimi anni, di poco o nulla attendere alla politica. Ma non però cangiava, o temperava le opinioni ed i desiderj. Al presente, avendola il coraggio suo proprio e l'altrui cieca ed inesplicabile improvedenza fatta signora ed arbitra dello Stato, e posseditrice di quella forma di governo che secretamente agognava, noi non iscorgiamo cagione e potenza alcuna capace di prontamente dispossessarla della conquista: e a quel che pare, ne vive non poco gelosa; e nulla varrebbero appresso di lei i nomi, le lusinghe, le promissioni, le vie mezzane e i termini conciliativi che altra volta la sedussero; imperocchè l'esperienza è tanto vicina, la memoria tanto viva, e l'illusione così poco durata, da non lasciare speranza veruna di ritessere le arti medesime. Oltre che, la repubblica in Francia è l'ultimo effetto e il termine ultimo di quel corso preordinato e fatale che ivi ànno proseguito le cose. Perchè in antico vi fu spiantata col ferro la grossa feudalità; poi col ferro, con l'arte e col dirozzare le moltitudini, caddero l'uno vicino all'altro i corpi privilegiati. Nel 30, il terzo stato (come il domandano) raggiunse il colmo delle sue libertà e del suo predominio. Nel 48, infine, comparisce la plebe, e segna l'ultima evoluzione di quel riscuotersi ed affrancarsi di tutte le classi, il quale è testimoniato da ogni pagina della storia moderna, e in cui forse si adunano e si sustanziano i fatti più eminenti e cospicui dell'èra presente. Ora, perchè la plebe trovi suo luogo allato agli altri ordini e le sia conservata una qualche balía, fa duopo imprimere nello Stato la forma più popolare che dar gli si possa; e questa o risolvesi nella dittatura, la qual carezza la gente inferiore per combattere chi sta sopra; ovvero risolvesi in pretta democrazia. Ma uscendo di tali generalità, e riducendo il discorso al fatto della sussistenza della repubblica nuova francese, a me non si lasciano immaginare se non quattro cagioni per virtù delle quali potria essa repubblica venire atterrata: e sono, il volere della plebe e della nazione mutato; il volere e la forza d'alcuna classe speciale di cittadini ovvero di tutte, levatane solo la plebe; la stanchezza delle continue mutazioni e dell'anarchia; la violenza delle armi straniere. Il primo supposto per niente non è probabile, perchè un desiderio sì vivo e ostinato di sì gran moltitudine non può cangiare per lievi cagioni, ma per molto straordinarie ed inopinabili; e tuttochè le provincie si differenzino alquanto dalla metropoli, e in alcune parti della Bretagna e in alcune del mezzogiorno i campagnoli favoreggino tuttora in cuore la causa regia, io non dubito che dalle assemblee primarie non esca una pluralità più che grande di voti per la repubblica. Nessuna probabilità si accompagna neppure col secondo supposto, cioè che le classi agiate insorgessero contro la plebe per ristorare la monarchia; conciossiachè, o non sarieno tanto ardite, o venendo pure alle armi ed al sangue, del sicuro, soccomberebbono. Nel terzo supposto ci è molto minore inverisimiglianza; ma solo il tempo vale a condurre la sazietà e la stanchezza; e innanzi di giungere all'ultimo effetto di queste, ricercasi una lunga serie di prove e di tentamenti sfortunatissimi. Il quarto supposto, poi, dell'intervenimento della forza straniera, troppo è difficile ad avverarsi e a mettersi in atto nel presente stato d'Europa, come presto discorreremo. Seguita da tutto ciò, che, per mio avviso, cagione molto prossima ed efficiente della caduta della repubblica, non appare e non si conosce. Forse taluno vorrà tra esse annoverare lo sgomento e il ribrezzo che à lasciato di sè la repubblica sanguinosa del 93. Ma ciò potea valere a non farla nascere, ma è insufficiente a distruggerla; perchè i mansueti ed i timidi non oseranno affrontare il pericolo che va insieme con quella caduta, ed invece si volteranno a sperare che la repubblica d'oggidì dissomigli al tutto dalla passata; e al governo provvisorio si scorge che sta molto a cuore di insinuare negli animi cotal concetto, e però ha decretato l'abolizione della pena capitale per le incolpazioni politiche. Insomma, il volgo che sempre è credulo e speranzoso, e scambia di leggieri il fatto col desiderio, mostra di rinnovare sotto a' nostri occhi la favola della volpe, la quale la prima volta che s'imbattè nel lione, ebbe a morir di paura, ma la seconda si fece un po' animo, e la terza gli stiè discosto sol dieci passi ed entrò seco in parole. A me poi sembrano alquanto curiose eziandio le nostre gazzette, le quali si sbracciano a dimostrare che le stragi e i supplizj della passata repubblica non possono ricomparire, unicamente per questa ragione, che i tempi nostri sono umanissimi e vincono tutti gli altri di dolcezza, di tolleranza e magnanimità. Questa presunzione che à ogni secolo di soprapporsi agli antecedenti in ogni bel pregio della mente e dell'animo, a me si rappresenta come una gran vanità, e nessun vero filosofo la può menar buona. Oh non sanno costoro quanto era umano e benigno il secolo scorso, massime in sull'ultimo scorcio suo? Forse che non predicavasi contro la pena di morte dal Beccaria, con lode e compiacimento di tutta Europa; e Caterina II e Leopoldo I non la sbandivano da' loro codici? Per certo, nessuno avrà ingegno da vincere gli enciclopedisti in soavità di affetto e in mansuetudine di consigli; e con le parole sul labbro di fratellanza e d'amore iniziarono i democrati del secolo scorso le lor repubbliche transitorie e non innocenti.
Per buona ventura, ciò che rimuove da' nostri tempi il rischio e il sospetto di veder rinnovate le calamità e le stragi onde ancora si piange e si teme, non consiste meramente nella bontà e tenerezza dei cuori odierni, ma nell'essere dappertutto cessate le cagioni precipue degli odj profondi, e delle ostinate e risorgenti persecuzioni. Veramente, una caparra di lunga pace e di agevole conciliazione e concordia, fu data agli uomini il giorno che l'uguaglianza civile entrò nella ragion delle leggi e nella pratica della vita. Sembrano, adunque, mancare nel governo nuovo repubblicano le intestine provocazioni alle passate violenze ed atrocità; e mancherannogli poi le esteriori, se i regni circonvicini risolveranno di non minacciarlo e di non costringerlo a disperati partiti e difese.
§ III.
Se la repubblica può mantenere quel che promette.
Ciò che moltiplicar potrebbe in Francia i disordini, e produrre prestamente fastidio e stanchezza negli animi, e quindi preparare la lor soggezione a un governo dittatorio assoluto, sarebbe se la repubblica in niuna guisa potesse appagare ed affezionarsi la moltitudine ond'ella è sorta. E però, noi dobbiamo con più diligenza riandar la materia da questo lato. Nel dì stesso della vittoria, la plebe mandava attorno un Programma ove son registrati i suoi desiderj, e ove s'accenna in qualche modo il nuovo diritto pubblico ch'ella intende di promulgare. Il qual Programma è da curarsi e da esaminarsi in ogni sua parte; perchè, quanto difetta di formole ministrative e di ordinamento scienziale, tanto mostra alla scoperta il moto primo dell'intelletto del popol minuto, e c'insegna con sicurezza i voti e l'esigenze più vive ed universali. Tre specie di enunciati son nel Programma: l'una discorre delle istituzioni interne politiche; l'altra delle corrispondenze esteriori; l'ultima di alcune novità ed istituzioni interne sociali, come si usa chiamarle al dì d'oggi.
Delle innovazioni politiche, non sarà troppo malagevole contentare la plebe; ma ne risulterà una tale democrazia, e sì fattamente pura e gelosa di sue potestà, che il popol minuto sempre farà prevalere la volontà propria su quella degli altri ceti, e l'impero del numero non avrà verun contrappeso. In America è tuttociò temperato dalle condizioni peculiarissime di quella contrada, che porgono modo di provveder sempre alla sussistenza dell'infimo popolo: un altro temperamento viene colà dalla forma confederativa, la qual reca meno impeto nei consigli e nelle opere, e lascia al congresso centrale il trattar solo i negozj effettivamente e universalmente comuni, e però più larghi e meno mischiati di passioni e preoccupazioni. Il Senato eletto a ragione di Stati e non di popolazione, e le franchigie comunitative estese e intangibili sono un terzo e validissimo temperamento. Ma in Francia, sino a che la plebe rimarrà sveglia e manterrà suo potere, le assemblee vestiranno un carattere tribunizio assoluto, e i deputati più ambiziosi vedrannosi astretti a plebeizzare, quanto in America e più. Non àvvi, al parer mio, buona e leale rappresentanza di tutto il popolo, e non è in questa potere e virtù efficace e fruttifera del bene comune, che allorquando nelle assemblee raccolgonsi i due elementi migliori dell'universale intelligenza: cioè a dire, l'istinto morale e il buon senso pratico delle moltitudini dirozzate; e la fina e meditata sapienza dei pochi, la qual dee giungere al parlamento per la sua propria virtù e valentía, e non mendicando il suffragio di chi non sa e non può giudicarla. Egli è forte da dubitare che le assemblee sovrane e costitutrici in Francia trovino un ordine di elezione il quale risponda al nostro concetto.
Il Programma soprannotato, racchiude altresì alcuni enunciati, o, a dir meglio, alcuni voti e proposte delle dottrine sociali moderne. Esso vuole che tra i lavoranti da un lato e chi li adopera e paga dall'altro, intervenga un accordo tale, che il maggiore utile del secondo mai non si converta in iscapito o in profitto minore de' primi, ed, e converso, il profitto di questi torni eziandio a bene di quello. Vuole il Programma in secondo luogo, che l'educazione morale e intellettuale diffondasi nel popolo di maniera sì larga, imparziale e compiuta, da non impedire ad alcuno il franco e pieno esercizio d'ogni diritto civile e politico. Esso vuole, infine, che ai giornalieri e braccianti mai non sia per mancare il lavoro: e dove i privati non lo porgessero, provveda lo Stato, e il fornisca egli di continuo ed a tutti.
A rispetto della prima pretesa, che, cioè, il governo concilii ed unifichi gl'interessi de' lavoranti e di chi li adopera nelle officine e in altre bisogne, è follia di sperare che cotal fatta di accordi e di aggiustamenti possa procedere da una legge. V'à molte forme e guise d'associazione tra gli artigiani, e quella pure vi si conta la qual consiste a fare insieme le spese, insieme faticar il lavoro e insieme spartire il guadagno. Ma, tuttavolta che da una banda sarà il capitale e l'ingegno, e dall'altra la nuda opera delle braccia, nessuna legge e nessuno spediente varrà a rimuovere l'antagonia tra le due parti; e quello che finora fu speculato intorno al subbietto, o riuscì insufficiente, o illusorio e non praticabile affatto. Piacesse a Dio che si potesser levare da entro il consorzio umano le antagonie! ma ve n'à delle necessarie ed irremovibili, perchè pongon radice nell'intima costituzione dell'uomo: ed anzi, che è la natura senza contrasti? Ei pare che rimosse le contrarietà cesserebbe ogni moto, e i germogliamenti e gli effetti dell'universal vita s'ammortirebbono essi pure, e di mano in mano dileguerebbero.