Quanto alla seconda richiesta della pubblica educazione, a me non par dubbio che un governo popolare davvero, e caldo zelatore dell'utile dell'infime classi, propagar non possa e moltiplicare quel bene infinitamente di più e meglio che non s'è fatto fino al dì d'oggi in Europa. Ma due cose son da notare su tal proposito. L'una è che l'educazione è termine relativo, e relativa è la convenienza e proporzione di lei con l'esercizio di tutti i diritti civili e politici. Quindi, se vuolsi in Francia che la repubblica renda, a breve andare di tempo, ogni cittadino capace di entrare al parlamento e scrutarvi le leggi, non chiedonsi più fatti umani ma sovrumani, e d'altro pianeta che non è questo il quale abitiamo. Se vuolsi, invece, che la repubblica proceda con metodi tali, che la cultura dell'ingegno e dell'animo sempre più s'accresca e si spanda nel popol minuto, ciò non solamente è fattibile, ma sta segnato fra gli uffici e le obbligazioni primissime d'ogni virtuoso e illuminato reggimento. L'altra considerazione da compiere e da tener qui presente, si è, che per isventura tutto ciò che riferiscesi in diretto modo all'intelligenza ed al cuore, à natura tanto spontanea ed incoercibile, che mal si può domandare a un governo e ad una legislatura di porlo ad effetto per vie immediate e mezzi imperiosi. Possono i reggitori e i legislatori mettere in arme un esercito, costruire una flotta, decretare spedizioni e conquiste; non possono per via d'impero e con sicurezza di frutto costringere un sol villaggio a lasciar l'ignoranza ed addottrinarsi.
Per ultimo, ha domandato la plebe in Parigi, che ad ogni operajo venga cotidianamente e senza pericolo d'interruzione fornito il lavoro, e col lavoro accertata sussistenza. Ma di ciò, come di materia gravissima e ancora molto involuta, faremo discorso distinto e particolare.
§ IV.
Se la repubblica può fornir lavoro cotidiano agli operai che ne mancano.
Per prima cosa, chi entra a speculare su tali argomenti e non à grande uso, badi di non iscambiare le dispute e le speranze de' comunisti con quelle de' socialisti. Ai primi sta fitto in capo di credere che possa il mondo civile pervenire alla comunanza dei beni, e quindi abolire affatto la povertà. Questa teorica è tanto disforme non pure dai fatti fin qui durati fra gli uomini, ma dall'essere intrinseco delle cose, che non diviene pericolosa se non fra genti di grosso ingegno e selvatiche, o pel soverchio dei mali e dell'oppressione accecate e infreneticate. Non vive a questi dì in veruna città d'Europa una plebe così pronta d'ingegno, provveduta di cognizioni, accorta, sperimentata e di buon giudicio come la parigina: il che ha bastato per disseccare le barbe del comunismo in sul primo mettere che facevano; e tutto il lor succo è stillato nella repubblica Icaria, i cui cittadini, come s'impara dal nome, hanno l'ale appiccate con un poco di cera, e mai non esciranno del labirinto che sonosi compiaciuti d'architettare a lor posta.
Ma un'altra generazione di scrittori è in Francia, che ha per intento speciale di meditare su quelle forme comuni di vita socievole, e su quegli istituti generalissimi che appajono in ogni parte del mondo cristiano, rimangono quasichè inalterati per mezzo alle mutazioni e alle rivolture politiche, e compongono tutti insieme l'ordine e l'assetto primo ed elementare in che si riposa da secoli la parte più civile e più culta del genere umano. A tali scrittori suolsi dar nome di socialisti; e non ostante che parecchi di loro trasmodino e corrano a immaginare sistemi speciosi d'umana socialità, pur nondimeno il concetto che sveglia le lor fantasie è nobilissimo e fondatissimo; e in quello s'appuntano tutte le investigazioni della filosofia civile; in quello fermò la mente Platone, e gli altri insigni intelletti che guardano come da specola eccelsa i moti, i portamenti e le condizioni della intera famiglia umana. Ma da un lato, sonosi questi scrittori imbattuti in fieri problemi che sembrano chiusi e sepolti a qualunque intelletto; e dall'altro lato, l'indole peculiare degl'ingegni francesi mal si confà e si proporziona con essi: imperocchè l'acume non basta ove domandasi profondità; nè la perspicacia analitica, ove si desidera il sicuro sguardo sintetico; nè l'ordine, la lucidezza, il minuto distinguere, il presto concludere, il facile concepire, ove bisogna per vie implicate e tortuose aggirarsi, ove la minutezza, la facilità e la speditezza non colgono e non abbracciano se non la buccia e le foglie. Da ciò è seguito, che i libri de' socialisti francesi con molte parole recano poca sostanza, e filosofano poetando, e fabbricano castelli incantati. Ma in Francia ove ogni cosa si volgarizza, e la scienza è trattata in modo assai piano e con favellare accessibile all'intendimento comune, quelle gran parole droit de travail, organisation du travail, solidarité de tous pour tous, e altrettali, non furono dette al sordo: raccolsele il popol minuto e ne fe capitale; ed oggi che à l'arme in pugno e sente l'aura della vittoria, volgesi non minaccioso, ma instante e autorevole a coloro medesimi dalla cui bocca uscivano quelle avviluppate sentenze, e lor dice con gran franchezza: — Cittadini e maestri, noi vi tenemmo fede; teneteci voi le fatte promesse, dappoichè la Francia è a vostra requisizione, e or potete quel che volete. Agli altri ceti à bastato la libertà e l'uguaglianza: a noi bisogna altra cosa; che la libertà sola non ci disfama e non ci disseta: noi domandiamo alla repubblica un pane in cambio del nostro sudore. — Così à discorso la plebe. Or che poteva il governo rispondere ai vincitori armati, se non quello che disse un officioso ministro ad una regina: — Vostra maestà stia certa che se la cosa è possibile, ella è fatta; e se impossibile, si farà? —
Ma esaminando il subbietto ne' suoi principj, ei vi si trova subito una dolorosa contraddizione. Che all'operajo voglioso della fatica non debba mancare la sussistenza, comparisce un diritto così patente e un debito così essenziale del consorzio civile, che vedendosi tuttogiorno accadere il contrario, l'animo se ne sdegna profondamente, e viene indotto a proferire quel medesimo che io scriveva, parecchi anni fa; cioè «che ogni comunanza di uomini la quale non sa trovar modo, o non vuole, di riparare dalle necessità estreme della vita gl'individui suoi innocenti e non istanchi mai del lavoro, non può dirsi con rigore nè sapiente nè civile, ma sotto sembianze molto contrarie è barbara tuttavia e insipiente.» D'altra parte, le difficoltà di ben soddisfare a tali diritti ed esigenze degli operai diventano in pratica così sformate e quasi direi formidabili, che a pochi governi in sino al dì d'oggi è bastato l'animo di affrontarle, a nessuno di vincerle; essendo che noi intendiamo di ricordare i soli provvedimenti e i soli rimedj conciliati con gli altri diritti umani, e massime con la libertà; e non chiamiamo spedienti veri e legittimi quelle case di ricovero (a citar pure un esempio) in cui l'uomo perde sua libertà naturale, disciogliesi dalla famiglia e gli s'interdice di procrearla. Sta per compiere il terzo secolo da che sotto il regno di Elisabetta, l'Inghilterra udì pronunziare la sentenza medesima la quale oggi si va ripetendo dai socialisti; che, cioè, il povero à buon dritto e buona ragione di sempre poter barattare con un tozzo di pane il lavoro e la fatica delle sue braccia. Eppure, quella sentenza fu per addietro e tuttavia si rimane sì mal praticata e avverata nel suolo stesso ove fu proferita, che ne dovremmo ritrarre un troppo sinistro augurio, e disperare da questo lato del progresso del genere umano. Nel vero, assai poco giova che il governo provvisorio di Francia siasi tanto sollecitato a mandar decreti per costruire officine e iniziare i pubblici lavorii: qui, per lo certo, cade in acconcio il trito proverbio, che dal detto al fatto corre un gran tratto. Ciò non ostante, qualche notabile cosa è da credere che porranno in istato, perchè a loro fa gran bisogno di contentare le moltitudini. A noi rimane per al presente l'ufficio di spettatori; nè l'esempio, comunque riesca, fia mai perduto. Di questo, peraltro, io mi persuado e vivo certissimo, che quantunque tra i componenti medesimi del nuovo governo siedano alcuni filosofi socialisti, ad essi non va ora pel capo di mettere in atto la strana dottrina dell'organisation du travail quale la c'insegnano alcune loro stampe ed opericciuole, e che ad effettuarsi e compirsi non è più spedita e facile o più durabile e profittevole delle utopie de' sansimonisti e della repubblica Icaria. Niente ancora à trovato l'ingegno umano di positivo e di pratico in ordine all'economia pubblica, salvo i principj che si domandano della libera concorrenza; la qual verità non ci vieta di riconoscere i danni e gli stenti che ne procedono molte fiate al popolo degli operai. Ma rimane ad indagare ancor più sottilmente, se la virtù medesima di quei principj sia capace o no di rimuovere in buona parte, o di sminuire e stremare quelle pregiudiciose e afflittive conseguenze; ovvero elle sieno tali da non potersi emendare, eccetto che da riforme ed innovazioni profonde ed isconosciute. Infrattanto, il senso morale e la intuizione immediata dei sommi veri ci persuadono, che la libertà e la spontaneità debbono pure in economia, come in qualunque altra disposizione sociale, essere il germe fecondo e l'efficienza prima ed inesauribile d'ogni progresso, d'ogni salute, d'ogni prosperità. Poco importa che il costringimento s'adempia in nome di pochi, o d'uno, o di tutti: nell'ultimo caso, è salva la dignità umana, non la spontaneità; e quindi l'energia, la copia, la varietà e la perduranza dell'opere di mano in mano decadono e si rallentano. Certo, fa gran maraviglia che quella nazione stessa a cui in fatto di politiche libertà sembra di mai conseguirle nè larghe nè sicure abbastanza, pretenda in fatto d'industria di procedere coi divieti, e con l'intervenimento importuno e dispotico della legge.
Ciò presupposto, e tornando più strettamente al subietto de' pubblici lavorii, noi diciamo che l'attuazione compiuta e perpetua di quelli o tornerà affatto impossibile, o sommamente diverrà perniciosa allo Stato, se non si conformi con le massime della libera concorrenza, e in troppa gran porzione impedisca e conturbi la operosità economica dei privati. Perchè ciò non accada, ricercansi principalmente le quattro condizioni infrascritte.
1º Le pubbliche officine debbono istituirsi universalmente, e poco meno che in qualunque grosso comune. Altrimenti, egli succederà molto presto un'accumulazione tragrande di popolo in quelle sole città ove saranno pubblici lavorii. Diciamo poi, che fatto anche che tali opificj e lavori sieno per ogni luogo moltiplicati, ciò nondimeno rischiasi forte di veder le campagne vuotarsi di gente e mancare le braccia all'agricoltura, massime nelle provincie più montagnose e più sterili; conciossiachè il trovare ne' luoghi murati ad ogni tempo e ad ogni qualità di persone apparecchiato il lavoro e accertato il salario, non può non accrescere a dismisura la propensione de' contadini per ricoverarsi nelle città e lasciar la villa. Converrà, dunque, in sull'aprirsi le officine per tutto lo stato, cercare compensi e provvedimenti nuovi e gagliardi perchè le genti sparse per lo contado, vi si mantengano.
2º Necessità vuole che si decreti e si fermi, i pubblici lavorii venire costituiti per supplimento e riparo alla insufficienza delle industrie private, e però ricevere da queste limitazione e misura; cioè a dire, che nelle officine della repubblica sieno raccolti quegli operai solamente a' quali nessuna privata industria ha potuto fornir lavoro. E ciò si dovrà riconoscere dai commessarj, o in virtù di certificati de' capo-maestri, o con altri metodi e discipline, secondo si troverà più agevole e più sicuro. Chi si consigliasse altrimenti, vedrebbe in cortissimo tempo ogni sorta di lavoranti sgombrare le officine private; perchè, poste pari tutte le condizioni, ciò nondimeno la sola maggior sicurezza e stabilità del salario, e il non servire ad uomo particolare ma sì al pubblico, e non all'umore del principale ma sì agli ordini disciplinati prestabiliti, indurrebbe gli operai ad abbandonare a mano a mano il lavoro de' cittadini per quello del comune.
3º Se il governo non vuol menare a ruina di molte industrie private, dovrà procacciare che i lavori da lui condotti, sieno di qualità da non potersi dai particolari cittadini imprendere con profitto: la qual cosa importa che le pubbliche manifatture quanto più crescono, e tanto più costino e sieno a maggiore scapito del tesoro. Ogni altra specie di lavori condotti dal pubblico renderebbe impossibile la concorrenza privata in quella cotale specie. Ma, d'altra parte, al governo fa gran bisogno d'assai varietà di lavori, perchè dee dar salario ad ogni generazione di operai. Tutti questi nodi sono difficili a sciogliersi, ed esigono nuovi temperamenti e partiti.