[255]. Aristot., Polit., 2, 3, 6.
[256]. Polit., 2, 6, 11; 12; cfr. Beloch, Bevölkerung, p. 159.
[257]. Così tentarono gli ultimi re e gli ultimi tiranni spartani, così Nicocle a Sicione; così più volte gli Etoli e i Tessali; cfr. Fustel de Coulanges, Questions historiques, pp. 126 sgg.
[258]. Fustel de Coulanges, Questions historiques, p. 130; cfr. Malthus, op. cit., p. 546.
[259]. Liv., 42, 30, 4.
CAPITOLO TERZO. L’IMPERIALISMO
L’imperialismo greco.
Noi siam soliti raffigurarci il mondo ellenico come avvolto in un nimbo di luce e di azzurro, come ricolmo di tutte le grazie della natura e della vita. Eppure anche su quel suolo — anzi specialmente su di esso — fiorì il fiore, acre ed atroce, di ciò che noi oggi chiamiamo imperialismo, ossia la determinata volontà di singole nazioni di assoggettarne delle altre per servirsi di queste agli scopi del proprio benessere, materiale e spirituale.
Era, pur troppo, assai più che nel mondo moderno, la fatale conseguenza della produzione tenue e rozza, che la forma servile del lavoro imponeva, e che, portando, sul mercato comune, una quantità assai piccola e assai costosa di beni, invitava gli uomini a procurarsi il resto con la fatica e la sofferenza degli altri. Era, pur troppo, la fatale conseguenza della disoccupazione, della povertà, del naturale amore all’ozio, istillato nella grande massa dei liberi dal fenomeno stesso della schiavitù che spingeva questi, o i governanti per essi, a procurarsi, e a procurar loro, un artificioso benessere attraverso la ricchezza dello Stato, conquistatore e dominatore.
«Molti dei magistrati Ateniesi», avverte un antico, «ripetono di saper distinguere il giusto dall’ingiusto al pari di tutti gli altri uomini, ma che la povertà della moltitudine li costringe a comportarsi iniquamente verso le altre città....»[260]. Di quanti beni, infatti, non era questa iniquità apportatrice alle moltitudini!