«Dal costituirsi del suo impero», spiegava Aristotele[261], «il popolo ateniese ritrasse grande facilità di vita. Col provento dei tributi, delle tasse, delle imposte sugli alleati vivevano a spese dello Stato più di 20.000 persone. Seimila erano i giurati, mille e seicento gli arcieri, duemila i cavalieri; cinquecento i buleuti; cinquecento le guardie dei cantieri; oltre cinquanta le guardie urbane. Le magistrature cittadine occupavano circa settecento persone; altrettanto quelle estere; e, dopo la guerra del Peloponneso, si ebbero ancora due mila e cinquecento opliti, venti navi di crociera ed altre che trasportavano le guarnigioni, su cui montavano duemila uomini; poi c’erano il pritaneo e gli orfani e i custodi delle carceri: tutti costoro vivevano del pubblico danaro....».

Finchè lo Stato è potente, è quindi ricco; finchè esso può versare a piene mani, dalla ricolma cornucopia, l’agiatezza che la maggior parte dei cittadini non è in grado di procurarsi a più facili condizioni, il demone della guerra civile tace e sonnecchia, saziato. Ma il giorno della sventura albeggia sanguigno, allorchè una siffatta condizione, malamente istituita dalla violenza, comincia a sgretolarsi. Quando lo Stato non può più liberalmente donare, e le nazioni soggette sfuggono al lungo, esoso servaggio, allora l’idra della guerra civile si ridesta, e i poveri si gettano furiosamente sui ricchi, e la spoliazione universale ha principio. Non si possedevano, invero, mezzi più rapidi di conquista della ricchezza. La scienza dello sfruttamento della natura era ancora infante, onde l’agiatezza doveva scaturire in prima linea dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. L’imperialismo all’esterno era perciò il naturale prolungamento della schiavitù, o della servitù, all’interno; e il suo strumento, la guerra, un mezzo legittimo di acquisto della ricchezza....[262].

Così fu nel mondo antico, così è stato nel moderno all’incirca sino alla fine del secolo XVIII, sino al prodigioso sviluppo di quegli strumenti meccanici, che hanno reso possibile la grande industria. Per questo la forma caratteristica dell’imperialismo antico, quel suo spianarsi con la violenza la strada verso i mercati più vicini e lontani, quel suo suscitarli o ampliarli, con brutali atti d’imperio o con la eliminazione dei rivali e dei concorrenti; quel suo assoggettarsi intere popolazioni, imponendo ad esse di vivere soltanto per i loro conquistatori; per questo, dico, tale forma di imperialismo cieco e brutale, è durata fino al giorno in cui non fu possibile apprendere che esisteva, che poteva esistere, una specie migliore, forse più savia, di soddisfazione dei propri bisogni: quella di cooperare alla gestione delle risorse naturali dei popoli inferiori; quella di abbattere, con la viltà dei prezzi o con l’abbondanza degli elaborati industriali, le muraglie cinesi di regimi sociali chiusi e gelosi. Fu gloria della borghesia del secolo XIX, specie della nazione europea — l’Inghilterra — che prima giunse alle soglie della grande industria, aver creato questa seconda civile forma d’imperialismo, destinata a surrogare l’antica, che s’era perpetuata nell’età moderna, attraverso i sistemi coloniali spagnuoli. Pur troppo, l’Ellade divina visse in un tempo, in cui il destino non le permise di cogliere i novelli fiori della vita, cui la sua indole meravigliosa la faceva specialmente adatta. Onde, anche colà, su quella terra sacra all’arte ed alla bellezza, il dominio di uno Stato sovra altri popoli fu sangue e dolore. Peggio ancora, quello che noi diciamo la luminosa civiltà greca, fu solo la civiltà di qualcuna delle città greche, che si alimentò del dolore, del sangue, della distruzione, seminata tutt’intorno, per ogni dove.


L’imperialismo ellenico ebbe denominazioni varie e diverse. Si disse, e fu detto, egemonia, sinecismo, sintelia, simpolitia: nomi tutti, che, pur palesando circostanze diverse, significavano il più delle volte un identico sistema di sfruttamento politico, economico. E la consuetudine del fatto si cristallizzò, presso gli Elleni, in una delle loro più salde ideologie morali. La opinione classica di Aristotele che, degli uomini, taluni siano fatti per comandare, altri per servire, e che, quindi, la schiavitù umana riposi sur una legittima base naturale, viene dai Greci applicata alla lettera a tutte le forme di rapporti internazionali. Per essi, «il diritto naturale reclama che ciascuno comandi a coloro che ha potuto soggiogare» e che «il debole debba andare soggetto al più forte»[263]. Secondo il pensiero politico greco, la neutralità o la libertà dei piccoli Stati non è ammissibile, e neanche sono ammissibili i loro rapporti di amicizia con gli Stati maggiori e potenti. A questi ultimi occorre in modo assoluto la soggezione dei primi, perchè la neutralità sarebbe più dannosa dell’aperta inimicizia, e tale amicizia verrebbe interpretata dagli altri loro sudditi come una prova di debolezza. Meglio l’odio che l’amicizia dei deboli! L’odio, che almeno è segno e riconoscimento di potenza! Chi non intende sottostare a questa legge universale della vita delle nazioni, che niuno inventò per prima, ma tutte ereditarono ab aeterno, e ciascuna tramanderà altrui in eterno; chi, diciamo, contravviene a questa legge ne paga il fio, diventando schiavo dell’impero altrui. Chi non domina sarà dominato; e, per non essere dominata, ogni nazione deve, con ogni mezzo, riescire a tener gli altri sotto il proprio dominio![264].

Per questo, in un’ora grigia di pericolo e di terrore, nel fitto della guerra del Peloponneso, alla dimane della seconda invasione spartana nell’Attica, mentre le fiamme dell’incendio disertavano ancora i bei vigneti, fatti rigogliosi attraverso lunga serie di anni e di cure, e la peste, piombata d’improvviso sulla città, mieteva il fiore dei giovani ateniesi, Pericle, il sommo maestro della democrazia antica, vedeva la gloria della sua Patria emergere da ciò che ne costituiva una delle colpe più gravi, e sarà uno dei suoi più dolorosi tormenti: la vastità e l’esosità del suo dominio. «Sappiate», egli diceva, volgendosi ai suoi concittadini attanagliati dal lutto e dall’angoscia; «sappiate che la nostra patria ha conseguito grande gloria presso tutti i mortali e ch’essa ha acquistato fino ad oggi una potenza, la cui memoria sarà eterna nell’avvenire, perchè, Greci, teniamo l’impero su moltissimi Greci e abbiamo sostenuto gravissime guerre, contro tutti e contro ciascuno, e abitiamo una città potente e abbondantissima di tutte le cose. Solo chi è vile potrà rimproverarcene; ma l’uomo d’azione vorrà emularci; o, se questi beni egli non possiede al pari di noi, dovrà invidiarci. Cosa importa che siamo odiati o mal visti? Tale sorte toccò in ogni tempo a tutti coloro che ebbero la volontà di dominare altrui. Solo chi perviene a grandi cose è nel vero. L’odio non dura; soltanto lo splendore di oggi, e la gloria che ne discende, sono immortali....»[265].

Nella seconda metà del V secolo a. C., alla vigilia della paurosa invasione ateniese in Sicilia, così il più grande storico dell’antichità greca faceva che un oratore siracusano parlasse ai deputati convenuti di tutte le città di Sicilia: «Se abbiamo senno, noi dobbiamo invitare i nostri alleati ed affrontare pericoli per conquistare quello che non ci spetta.... All’ambizione degli Ateniesi io credo si debba essere larghi di indulgenza; io non censuro chi tende a dominare; io censuro chi consente ad ubbidire: è insito nella natura umana far violenza a quelli che volontariamente si assoggettano....»[266]. Uno spartano, al quale si offriva pace, purchè Sparta si piegasse a liberare una terra, che per secoli aveva tormentata — la Messenia —, così poteva essere indotto a parlare: «Io vorrei sapere dai miei contradittori se si dànno occasioni legittime per affrontare in battaglia la morte. Non forse quando i nemici ci gravano di imposizioni contrarie a giustizia.... quando liberano i nostri servi, e assegnano loro terre, che noi ereditammo dai padri nostri, e, così facendo, non solo ci spogliano delle cose nostre, ma anche ci colmano di danno e di vergogna? Per conto mio, sono d’avviso che per siffatti motivi, non solo si debba soffrire la guerra, ma eziandio l’esilio e la morte», «chè, per noi, non può darsi danno maggiore di quello che oggi si chiede....». E come sopporteremo «che i nostri antichi sudditi rechino [ad Olimpia], dalla terra già nostra, primizie e vittime più copiose di quelle che offriremo noi stessi?». Come tollereremo «che quelli che ora soffrono la più dura delle servitù abbiano a trattare da eguali coi loro padroni? Ognuno di noi ne sarà ferito di un dolore inesprimibile.... Infatti la nostra elevatezza di spirito di un tempo sarà chiamata arroganza, e si dirà che, non valendo di più degli altri, abbiamo finora dominato con la violenza, simulando una falsa superiorità»[267]. E, poco più tardi, agli Ateniesi precipitati in fondo ad uno degli ultimi scalini della sciagura, Isocrate, il mite apostolo di pace del mondo ellenico, così era costretto a rimproverare: «Noi siamo già da tempo corrotti e ruinati da una genia di politici, i quali pongono tutto il loro studio nell’asserire che Voi non dovete consentire che alcuno tragitti il mare senza comperare per tributo il beneplacito della Vostra città.... Ond’è che tale, pur troppo, persiste la nostra idea favorita, da supporre che, se ci riesca di coprire il mare con poderoso naviglio e di sforzare le città a pagarci tributo e ad inviare in Atene loro rappresentanti, noi abbiamo compiuto opera meritoria»[268].

La salda convinzione di questa ineluttabilità dell’imperialismo delle nazioni giunge sino a fare in modo che le stesse vittime trovino giustificati i loro tiranni. Non si tratta di legge, che la volontà dei mortali possa cangiare o attenuare; ma di una fatalità, ascosa e tremenda, che grava su tutti — dominatori e dominati — gli uni e gli altri soggetti a un destino imperscrutabile. Atene non ne imputa gli Spartani più che non ne imputerebbe Tebani od Argivi: Sparta opera secondo è fatalmente costretta. Se Sparta non fosse, altri occuperebbe il suo posto, assumerebbe il suo tremendo ufficio; e, purchè avessero la forza di scambiare le parti, le vittime redente si comporterebbero tal quale come i loro aguzzini di ieri e di oggi. Neanche le modalità dell’esercizio del proprio impero possono essere liberamente regolate. Chi è salito a grande altezza è tenuto a insidiare ed offendere altrui; ed è giocoforza ch’egli reprima ogni inclinazione all’indulgenza[269].

Fu perciò fortuna se un imperialismo, concepito in guisa tanto assoluta ed implacabile, non si rendesse responsabile di tutto quello di cui s’erano resi, o avranno a rendersi, colpevoli gli imperialismi orientali e romano. Se l’imperialismo greco attentò alla esistenza, politica e sociale, di qualche nazione, se giunse fino a creare un ambiente deleterio per ognuno degli Stati, ch’ebbe ad esercitarlo, e che venne perciò destinato a spegnersi man mano entro la cerchia di desolazione, ch’esso si andò spianando d’intorno, esso non fu mai una cosa orribile come l’imperialismo assiro-babilonese o come l’imperialismo romano degli ultimi secoli della Repubblica. Più che improvviso e tremendo turbine devastatore, fu tisi lenta e sottile, marasma quotidiano e supremamente fastidioso. Il che non vuol dire che i suoi effetti riescano meno degni di rilievo. Esso, lentamente disfacendo antiche e gloriose civiltà, paralizzò lo sviluppo di energie nazionali destinate a un grande avvenire; impedì la possibilità di una storia unica e comune dell’Ellade; il che a sua volta decise del finale destino politico di quella nobile contrada, divenendo per tal guisa uno dei più gravi elementi dissolvitori della Grecia antica.

L’imperialismo ateniese: soggezione economica.