Il dominio più glorioso e luminoso, un dominio che dette e dona appiglio a troppe giustificazioni ed attenuanti, sì da avere ispirato a Giorgio Grote nella sua mirabile Storia della Grecia antica un’apologia, appassionata e incondizionata, fu l’impero d’Atene che, profetizzato dall’oracolo[270], recando come suo centro il suolo sacro dell’isola di Delo, si stendeva fino a una linea immaginaria, che da Bisanzio scorreva lungo la Tracia; poi, costeggiando la Grecia europea, toccava Citera; di là raggiungeva Carpato e, per Carpato, Rodi, la Doride e la costa asiatica, toccava Calcedonia di faccia a Bisanzio, allacciando le mille città, che con amara ironia Aristofane largiva ai suoi concittadini quale materia abietta di parassitismo[271]. L’impero ateniese subì, è vero, due grandi tracolli: il primo, dopo la guerra del Peloponneso (401), il secondo, dopo la pace di Antalcida (387). Ma e l’una e l’altra volta il suo orizzonte tornò di nuovo ad estendersi sino al limite estremo degli antichi confini: nel 377 quella che suol dirsi la seconda Lega marittima, e che invece fu realmente la terza[272], era già costituita, e il 364 a. C. rivide le triremi di Atene veleggiare imperiose dal Bosforo a Rodi, dall’Asia minore al continente europeo. Tanta gloria non sarebbe crollata per sempre che dopo la fatale Guerra così detta degli alleati (357-355)!

Il primo impero era in origine proceduto dalla spontanea volontà dei soggetti[273]. Alla fine delle due prime guerre persiane, un gruppo di nazioni, in maggioranza ioniche, insulari e peninsulari, si erano volontariamente associate ad Atene per la tutela dei comuni interessi marittimi, che eventuali invasioni nemiche avrebbero potuto turbare. Il secondo aveva avuto, quale scopo, il riscatto dalla tirannide spartana[274]. Ma tanta originaria spontaneità non bastò a fare in modo che quell’impero fosse esercitato con mitezza o tollerato con rassegnazione.

L’alleanza, formatasi nel 477, alla dimane della battaglia gloriosa di Platea, portava seco un grave vizio di origine, che fra breve l’avrebbe tramutata in tirannia secreta od aperta: il patto perenne della sua indissolubilità, anche se le cause che l’avevano generata fossero col tempo venute a mancare. La seconda Federazione, sebbene mirasse anch’essa a uno scopo ben definito, fu subito, da Atene, rivolta a maggiori intendimenti di espansione e di violenza politica sul mare e sulla terraferma: in Beozia, nel Chersoneso tracico, in Calcidica, nel Peloponneso, nel Jonio[275]. Era evidente che, in tali circostanze, quella concordia d’interessi, da cui la Lega era uscita, veniva meno e quindi la possibilità della Lega stessa.

Perciò la prima e la seconda Confederazione ateniese furono teatro — sempre aperto — di crisi di ogni genere. Ma specialmente la prima. Alla metà del secolo V, le città confederate che, ventisette anni prima, il savio Aristide era riuscito a stringere intorno ad Atene nella previsione di una quarta grande offensiva persiana, avevano cominciato a disgregarsi, a balenare, ad insorgere. Il minaccioso pericolo persiano non esisteva più, o Atene non si curava più di darvi la caccia per le mobili acque del Mediterraneo. Perchè dunque ciascuna delle isolette, ciascuna delle città marinare dell’Egeo, le quali fino ad ora erano vissute delle loro modeste industrie, dei loro pacifici commerci, avrebbe dovuto consacrare parte delle proprie ricchezze e, peggio ancora, il sangue della propria gioventù a scopi bellici, che punto la riguardavano e che tornavano invece ad esclusivo vantaggio della potenza ateniese? Le proteste furono rafforzate da rivolte, pur troppo, sanguinose ed infelici. Atene allora propose una trasformazione radicale della Confederazione. Le cittadine malcontente avrebbero continuato ad attendere, come innanzi l’uragano scatenato dalla Persia, ai loro piccoli affari d’ogni giorno. Soltanto, la metropoli dell’Attica si sarebbe occupata di guerra, ossia della difesa, di sè e di loro tutte, dalla Persia, e a tale scopo avrebbero pagato un annuo contributo in danaro.

La proposta, in apparenza equa, fu accettata. Salvo pochissime — le maggiori isole di Lesbo, Chio, Samo —, tutte le antiche alleate di Atene preferirono ora diventare sue tributarie. Ma non passeranno molti anni, ch’esse si pentiranno amaramente dell’errore commesso. Esse avevano per danaro barattato l’indipendenza; esse non avevano più parte nella direzione della lega e, quindi, nell’indirizzo che Atene vi avrebbe impresso. Atene si sarebbe armata potentemente, mentre esse, l’una dopo l’altra, si sarebbero dispogliate delle armi. Il denaro, infine, che contribuivano ogni anno, avrebbe a poco a poco cessato di volgersi a vantaggio comune, e Atene, divenuta ormai signora assoluta, o l’avrebbe adoperato altrimenti nell’interesse proprio, o, magari, l’avrebbe rivolto contro gli interessi e la indipendenza delle antiche alleate. La triste pratica non avrebbe tardato a trovare una qualsiasi formula giustificativa. E Atene dichiarerà tra non guari che dell’uso del sangue e della ricchezza dei suoi sudditi, ella, purchè ottemperasse alla difesa dell’Egeo, non era tenuta a render conto ad alcuno![276].

Gli alleati — così quelli della prima ora, come gli altri della seconda Lega — corrispondevano un annuo tributo fisso. Era una precauzione che offriva dei vantaggi. Sotto questo aspetto, la Lega ateniese sembrava dimostrarsi più salda e sicura di quella peloponnesiaca, che Sparta aveva organizzata intorno al suo breve dominio lacone-messenico. Ma appunto questo vantaggio doveva costituire una delle debolezze dell’imperialismo ateniese, e convertirsi in una nuova fonte di mali. Quando il pericolo, persiano e spartano, dileguerà, Atene, lieta di tanta ricchezza, ch’essa sola amministrava, comincerà ad usarne nel proprio esclusivo interesse. Senza dubbio molti dei modi, in cui Atene impiegò il denaro delle sue alleate, hanno diritto alla riconoscenza eterna degli uomini. Le grandi opere d’arte ateniesi del secolo V (il Partenone, i Propilei, l’Erechteion, il Teseion, il tempio a Posidone sul promontorio Sunio, tutte le statue e i meravigliosi bassorilievi che adornavano la Città e i suoi monumenti), furono inalzate col sudore e cementate nella sofferenza e nell’umiliazione della Grecia intera[277]; ma quella vergogna e quelle lagrime Atene seppe convertire in perle meravigliose, oggetto nei secoli di venerazione imperitura. Molte altre volte però, quel danaro fu adoperato a scopi assai meno nobili. Il tentato asservimento della Grecia centrale, la vana conquista della Sicilia e d’altre terre dell’occidente greco: tutto questo fu fatto con i tributi, ma non già nell’interesse, della Grecia alleata ad Atene. Pur troppo, niuno era più in grado di contrastarvi; niuno più di opporre una resistenza, che riuscisse a preoccupare l’invitta dominatrice; e le città, che a intervalli lo tentarono, ne vennero punite con nuove durezze. Atene era arbitra assoluta del destino altrui, e il mondo greco si stava raccolto, umile e trepidante, sotto il suo impero. Allora l’antico, immutabile contributo venne via via, sotto varie forme e pretesti, sforzato a subire un aggravamento progressivo. Lo si era in origine consolidato in una cifra, che, complessivamente, non superava i 460 talenti[278] (2.500.000 lire-oro). L’entusiasmo dei primi anni non aveva forse ben ponderato la gravità del carico che le città alleate si venivano ad addossare. Ebbene, si passò tosto a circa 600 talenti[279] (L. 3.500.000), spiegabili in parte col sopravvenire di nuovi alleati, forse anche col riscatto dagli antichi obblighi militari[280]; ma non certo con le cresciute necessità di difesa del pericolo persiano. Qualche decennio ancora, e si passò da 600 a 1000 e poi a 1200 e a 1300 talenti[281] (L. 7.000.000 o L. 7.500.000)!

Allora non si trattò più di un danno relativo, non di un aggravio tollerabile; si trattò della rovina di parecchie popolazioni alleate. Finalmente, la tremenda massima politica imperialistica, che un antico scrittore di parte conservatrice attribuiva ai democratici ateniesi, apparve pienamente incarnata nella realtà. Gli Ateniesi dovevano possedere tutte le ricchezze degli alleati: questi, invece, solo quanto occorreva ad essi per vivere e penare nell’impotenza![282].

Le conseguenze furono tremende. A molti dei cittadini degli Staterelli alleati non riuscì più possibile sottostare ai carichi che il nuovo gravame imponeva loro. Numerose famiglie emigrarono, abbandonando disperate la patria[283]. E si formò la leggenda, o la verace tradizione, che molti degli isolani uscissero dalla terribile crisi, perdendo, per debiti, insieme con gli averi, la libertà propria e quella dei loro figliuoli[284].


Ma i gravami e i danni economici dell’imperialismo ateniese non si limitavano al tributo annuo. Già alcuni degli Staterelli tributarî non avevano diritto a tutti i vantaggi, che potevano derivare dall’alleanza. Essi avevano diritto solo a versare il tributo pattuito[285] e probabilmente a sobbarcarsi a taluno dei sacrifici, di necessità connessi con l’esercizio dell’impero ateniese. Ma gli altri, quelli che, a mezzo il secolo V a. C., si illudevano di aver convertito in danaro ogni loro obbligo e di avervi soddisfatto del tutto con gli annui versamenti pattuiti, furono, a poco a poco, di nuovo, costretti al servizio militare e poi anche a contributi supplementari in danaro[286] o in natura[287]. Il tributo, il classico φόρος, non era quindi più che un segno materiale di soggezione, i carichi, che la federazione e l’alleanza importavano, dovendo essere sostenuti a parte con sacrifici appositi.