Ma più di tutto amara e gravosa riesciva, anche per loro, quella trasformazione in senso oligarchico delle secolari istituzioni cittadine, che veniva ad equipararle senz’altro alle città suddite[334]. Atene, la città autonoma per eccellenza[335], vide così, all’estrazione a sorte dei suoi magistrati, sostituita l’elezione fra poche centinaia di elettori censiti e restituito all’Areopago l’antico potere di controllo politico[336], che a mezzo il V secolo era caduto sotto i colpi della democrazia ateniese, guidata da Efialte e da Pericle. Per tal guisa, fin dai primi anni dell’Impero, la decimata assemblea popolare, sovrana in principio ed impotente in realtà, fu vista ridurre le proprie attribuzioni ai decreti di elogi e di onori suggeriti dall’alto, e l’antico Consiglio cittadino, ridotto di numero, tramutarsi in un corpo esclusivamente, o quasi, di parata, mentre i magistrati serbavano solo le più ovvie tra le funzioni amministrative.

Come se ciò non bastasse, la politica estera delle città «libere», tal quale era già toccato alle cittadine dell’Italia romana, venne ora compressa e soffocata entro limiti intollerabili. Al pari delle città suddite, esse subivano il divieto sia di comunicare con altre città, sia di stringere alleanze di qualsivoglia genere[337]. Per tal guisa, soffocate all’interno e all’estero, fissate su rotaie salde ed incrollabili, ognora impedite di manifestare i pensieri ed i desiderî più innocui, le sedicenti città libere potevano dirsi tali soltanto di nome[338]. Eppure l’antico regime municipale, come del resto ogni regime politico, per vivere e per generare quei meravigliosi effetti, di cui le innumeri autonomie locali erano state capaci nella Grecia classica, avea bisogno di un’indipendenza quasi assoluta: la subordinazione a un potere estraneo e cervellotico, l’osservanza di norme artificiose, colpivano i suoi organi e le sue funzioni più vitali, ne provocavano la decadenza e la corruzione[339].

I Romani in Grecia.

Accanto a questa teoria, vi fu, al solito, l’assai più lugubre pratica. Quale si dimostrò nella Grecia, ridotta a provincia, il contegno dei Romani?

I magistrati romani, anzi i semplici luogotenenti, traversavano la Grecia, sia spillando danaro alle città immiserite, sia costringendo le autorità locali ad obbedire alle loro intimazioni, sia saccheggiando manu militari i tesori e i capolavori artistici delle metropoli e dei templi, nel silenzio complice o condiscendente del governo e dei suoi governatori.

P. Gabinio Capitone, sia nella qualità di luogotenente, come nell’altra di comes di Sulla, aveva tosto approfittato della partenza del suo generale per arricchirsi, a furia di quelle violente estorsioni, che certo non erano state sua originale invenzione. Lui aveva imitato il giovane ufficiale sullano Caio Antonio Ibrida, infausto proconsole della Macedonia e dell’Acaia, sotto lo specioso pretesto di ammannire una degna pena alle città già defezionate al nemico. In Grecia, Verre, il famigerato Verre, attingerà l’esperienza delle sue future gesta di Sicilia. Ivi egli comincerà con l’estorcere alle città statue e capolavori di arte, e, quando ne sarà sazio, si darà ad operazioni più prosaiche, ma non meno lucrose. Imporrà a Sicione un indebito tributo in danaro, e il primo magistrato cittadino, che avrà l’audacia di contrastargli, sarà messo sotto chiave in uno stambugio, e, perchè sangue non venisse sparso, si adoprerà il fumo delle legna verdi a fargli subire un lento e persuasivo processo d’asfissia. Indi spoglierà il Partenone del suo oro, Delo delle meravigliose statue di Apollo, Diana, Latona, e continuerà la sua via di rapine e di fervidi ritrovati, navigando alla volta delle colonie elleniche dell’Asia Minore, ove, con l’occhio fisso a più superbi destini, si recava ad accompagnare il propretore della Cilicia[340].

Finora non si era trattato che di novellini alle prime armi o di ufficiali romani in viaggio; ma tutti costoro doveva, senza tema di scapitarci, superare il proconsole del 57 a. C., L. Calpurnio Pisone.

Già scaltrito nei segreti dell’amministrazione, Pisone rinnoverà, in Macedonia e in Grecia, in una volta sola, tutti gli eccessi, di cui già molti altri governi provinciali solevano oramai rendersi colpevoli: e l’indebita percezione delle granaglie, e la scorretta amministrazione giudiziaria, e l’imposizione di nuove tasse ad esclusivo vantaggio del governatore, e la violazione delle più gelose libertà personali e municipali, e la rapina dei capolavori d’arte[341], e innumeri altri consimili abusi. «Egli», dirà, accusandolo, Cicerone, «ha abbandonato la Macedonia alle rapine dei Traci e dei Dardani perchè potessero cavarne la somma, a prezzo della quale avea venduto loro la pace...; egli ha estorto delle somme ingenti a Durazzo, ha spogliato i Tessali, imposto un nuovo tributo annuo agli Achei, derubato loro e i loro templi delle statue, dei quadri, dei capolavori d’arte.... Ha così sfruttato, vessato, dilacerato l’Acaia, la Tessaglia, Atene, Durazzo, Apollonia, Ambracia...; ha fatto scempio dell’Epiro, della Locride, della Focide, della Beozia; ha mercanteggiato l’Acarnania, l’Amfilochia, la Perrebia, l’Atamania; ha abbandonato ai barbari la Macedonia, mandato in rovina l’Etolia, scacciato dalle loro terre i Dolopi e i popoli confinanti....»[342].

A tanto crudele destino non isfuggirono le città alleate e «libere». Fra Roma e queste città, non poteva darsi parità di relazioni. Quali che si fossero i termini degli accordi reciproci, era ingenuo supporvi un’eguale forza di obbligazione per amendue i contraenti. La dura realtà delle cose imponeva che l’esistenza, politica ed economica, delle città libere o alleate di Roma venisse mantenuta entro quei ristretti confini, che l’interesse ed i bisogni della grande metropoli reclamavano. Per ciò tutti i personali atti di devozione e di servilismo rimanevano talora assai lungi dal colmare la misura, tanto più che quelle città, sparse sul territorio provinciale, si trovavano, per dir così, a portata di mano, e, a differenza di quelle suddite, offrivano, col loro relativo benessere, maggiori incitamenti all’ingordigia peccaminosa dei dominatori. Così esse divennero zimbello delle voglie di tutti e di tutte le malversazioni degli ufficiali romani. Vedremo ciò che tenterà Verre in Sicilia; ma nel 57 a. C. il già citato governatore della Macedonia, Pisone, userà fare le città libere della Grecia oggetto particolare del proprio quotidiano saccheggio. Bisanzio, Apollonia[343], Durazzo, Atene, e con esse numerose altre del continente ellenico, anzi, per esprimerci col suo accusatore, tutte le città libere greche, provarono le carezze delle sue mani rapaci[344]. Persino Cassio, il severo Cassio, assalirà la «libera» Rodi, la saccheggerà, confischerà gli averi dei privati, truciderà i cittadini più cospicui....

«Quanti proconsoli, esclamava Cicerone, non sono entrati nelle città alleate, come irrompendo in una piazza forte, presa d’assalto, e ne sono usciti lasciando dietro di sè vestigia così eloquenti da far esclamare: ‘Si giurerebbe che vi sia passato, non un uomo, ma una belva feroce!’»[345]. Non è quindi a meravigliare se, nell’ultimo secolo della Repubblica, noi troviamo molte città alleate, da cui Roma si augurava di poter sempre ritrarre il miglior nerbo delle sue milizie, letteralmente incapaci a fornire i contingenti più esigui![346].