Su quella folla d’infelici scendevano, come dovunque, quotidiani, famelici avvoltoi, i mercanti, i capitalisti romani, gli uomini d’affari: i così detti negotiatores.

La Grecia fu, con la provincia di Asia, il maggiore e più sciagurato campo delle loro gesta. Gli Italici, massacrati per ordine di Mitridate nell’88 a. C., ammontarono, nella sola Delo, a circa 20.000[347]. Quarant’anni più tardi, Pompeo potrà reclutare, da Creta e dalla Macedonia, una legione d’Italici[348], due dall’Asia[349], da Cipro circa 2000 soldati[350], altri ancora dalla Tessaglia, dalla Beozia, dall’Acaia, dall’Epiro[351]. E dalla Grecia e dall’Asia è a noi, fra tanta esiguità di notizie, pervenuta la copia maggiore — una copia enorme, rispetto alle rimanenti province — di menzioni di società commerciali romane[352]. Or bene, tutta questa folla di Italici, domiciliati all’estero non erano in massima parte che speculatori, attirati fuori della patria dalla brama di formarsi un patrimonio o di accrescere quello di cui disponevano[353]. Essi non erano, in genere, che dei prestatori di danaro a interesse, pronti ad accorrere là dove la pubblica o privata miseria ne facesse probabile il guadagno e la fortuna. Tale era, pur troppo, la Grecia. Le guerre, le devastazioni, le requisizioni militari e tutte le altre cause, che abbiamo passate in rassegna, avevano ivi provocato o ingigantito la povertà, e la povertà avea costretto privati e municipi a gittarsi in un baratro di debiti. Ma gli obblighi, che i poveri ed i deboli contraggono con i ricchi ed i potenti, somigliano troppo ai patti che, nella favola esopica, le bestie più miti avevano stipulato col re della foresta. I capitali dei doviziosi vincitori furono messi a disposizione dei vinti, ma le usure ne riescirono enormi, ed acerrime, le conseguenze.

Nella prima metà del sec. I a. C., la città di Teno, non ostante la liberalità di taluni dei suoi creditori, non riesce a liberarsi dei debiti che la schiacciano[354]. Nella seconda metà dello stesso secolo, l’amico intimissimo di Cicerone, T. Pomponio, Attico, terrà in Grecia, legati agli uncini dei suoi prestiti, i privati e le città della Macedonia, dell’Epiro, dell’Acaia e delle isole greche, e, probabilmente rivestito delle guarentige e dei poteri della legatio libera, partirà in guerra, quasi si trattasse di nemici in armi, contro i suoi debitori di Sicione, intenzionato a farsi giustizia da sè, se il senato non fosse stato pronto a impedirne lo scempio. Attico era, in fondo, un onesto; ma uomini assai peggiori di lui si aggiravano a migliaia per le città greche: vampiri famelici e voraci, in caccia, non di prosperità, ma di quella miseria, che non avrebbe tardato a generare, per loro, ricchezza. Nè l’attività o le gesta dei così detti finanzieri italici si arrestavano all’industria del danaro. Essi, dicemmo, s’impadronivano degli ultimi resti della produzione e del commercio locale, dimezzando e contendendo agli indigeni le ultime briciole, le estreme risorse della esistenza.

Così la Grecia formicolava di Romani e d’Italici — coloni, operai, negrieri di carne bianca, temibili concorrenti dei pirati[355], trafficatori in bestiame, in grano, in vino, proprietari di terre, largite loro dalla guerra e dallo Stato, impiegati, ispettori, intendenti, subamministratori, che calavano vittoriosi a privare dell’aria e della luce gli agonizzanti della remota provincia, o, magari, letteralmente, a finirli. E nell’Ellade antica, non ostante il talora vantato filellenismo romano, noi rileviamo da per tutto quella caratteristica partigianeria dei governatori in pro degli Italici e a danno dei provinciali, che ribadiva le catene del loro servaggio e ne impediva la resurrezione futura.

Cicerone, che pure una volta si rifiutava di ottemperare alle richieste di Marco Bruto, non cessava di invocare servigi consimili da Servio Sulpicio Rufo, governatore dell’Acaia; e le sue insistenti raccomandazioni non si rivolgono ad una sola persona, ma sono indirizzate a tutta una folla di amici benevoli. Ma, se i più morigerati, come Cicerone, non esitavano a pretendere la rovina d’intere città, il cui destino, a loro modo di vedere, valeva bene l’attaccamento degli amici comuni[356], non diverso, noi abbiamo il diritto di affermarlo, doveva essere il tono delle raccomandazioni di tutti i più cospicui fra i contemporanei e i predecessori. Da per tutto, e da parte di tutti, un richiedere il privilegio per i concittadini e l’iniquità per i provinciali; da per tutto, uno spirito diffuso e sfacciato di clique, un ricorrere di transazioni, di concessioni, di permutazioni di favori, nel cui ingranaggio periva stritolata l’esistenza di un grande e fragile popolo.

Quale complicazione di effetti disastrosi tutto ciò dovesse arrecare, è facile arguirlo, allorchè si pensa che la Grecia era un Paese in decadenza, cui, invece di gabelle e vessazioni, sarebbe stato d’uopo largire le più delicate esenzioni di gravami, e sul quale ogni gravezza era un onere dieci volte più sentito e intollerabile che nelle rimanenti contrade. Allorchè alla Repubblica romana successe l’Impero, la Grecia non era più in grado di reggere alla prosecuzione dello scempio sesquisecolare, e i giustificati lamenti che da tempo risonavano alle orecchie dei Grandi di Roma, indussero il primo imperatore, Augusto, ad adottare i primi rimedi ai mali, di cui il Paese moribondo soffriva[357]. Poco più tardi, il meno ellenofilo dei principi romani, Tiberio, accoglieva per sempre la Grecia tra le privilegiate province imperiali![358].

La Sicilia greca.

Ma già, prima ancora che la Grecia vera e propria passasse sotto il dominio romano, eguale destino era toccato alle città greche della Sicilia. Le sorti della Sicilia greca coincidono esattamente con quelle generali di questa provincia, che era destinata a sperimentare uno dei regimi più duri, sul quale noi siamo, per indiscreta fortuna, informati con sufficiente larghezza[359].

Dei 68 municipi siciliani, esistenti nell’età di Cicerone, tre, tutti colonie greche, erano città così dette alleate, signore cioè (almeno teoricamente) del proprio territorio, e, se n’eccettui il caso, pur troppo non raro, di guerra o di altra necessità, esenti da imposte e da prestazioni, fra cui la più dura era la provvigione del frumentum imperatum, di cui avremo a parlare più innanzi. Cinque, di cui una ellenizzata, erano libere e immuni, cioè a dire in una condizione materialmente analoga alle città alleate, salvo che il loro privilegio, resultando, non già da un trattato, ma da una concessione, era semplicemente precario e la loro immunità non rifletteva l’intero territorio, ma solo quella sua parte ch’era coltivata dai cittadini dei municipi immunes. Trentaquattro altri comuni, fra cui non meno di tredici d’origine greca, erano decumani, cioè soggetti all’obbligo di fornire al governo romano 1⁄10 — la decima — di tutti i prodotti agricoli[360], che al solito non veniva esatto direttamente dallo Stato, ma indirettamente da appaltatori privati. Tutti i rimanenti, in numero, pare, di ventisei, fra i quali, dopo la seconda guerra punica, fu compresa la grande Siracusa, ed in tutto non meno di otto colonie greche[361], giacevano in sull’estremo scalino dell’abiezione provinciale e venivano denominati città censoriae. Il loro suolo, divenuto ager publicus qui a censoribus locari solet, era poscia stato restituito in locazione agli antichi proprietari, ma ciò, in seguito a un bando, che normalmente si teneva dai censori a Roma, forse perchè i concorrenti e i vincitori riescissero in prevalenza romani[362].

La maggior parte, dunque, della Sicilia era sottoposta alla decima. Ma per quanto onerosa si fosse questa condizione, i Siciliani non venivano lasciati in pace per così poco. Lo Stato sovrano poteva abbisognare di ulteriori contribuzioni, o, in sua vece, potevano abbisognarne il governatore ed i suoi numerosi attachés. La Sicilia era quindi costretta a fornire nuovi carichi di frumento, che, nel primo caso, veniva detto frumentum emptum, nel secondo, frumentum in cellam od aestimatum. E se anche il nuovo frumentum emptum non bastava ai bisogni del popolo romano, si ricorreva a qualche cosa come una terza decima — il così detto frumentum imperatum — talora più gravosa delle due precedenti e corrisposta, non già dai soli territorî decumani, ma anche dalle stesse città esenti dall’imposta ordinaria[363].