Tale la malinconica teoria: «giacchè, infatti, chiedeva Cicerone, una decima è stata prelevata in virtù delle leggi e delle consuetudini» e alla prima se n’è aggiunta una seconda per i bisogni della nostra sussistenza ed in virtù di un regolamento posteriore: poichè ogni anno si acquista grano in nome della repubblica, e se ne esige quotidianamente per i magistrati ed i loro dipendenti, quale parte del ricolto, per esigua che sia, credete voi che rimanga al contadino od al proprietario siciliano, di cui costoro possano disporre pel consumo o per la vendita?»[364].
Ma, al solito, il modo in cui i governatori solevano tradurre in pratica queste norme teoriche era assai più tremendo del loro ideale contenuto. Alla Sicilia — prima in ordine di tempo fra le province romane — s’era molto probabilmente voluta fare una condizione di favore. In Sicilia, secondo risulta da tutte le notizie relative all’amministrazione dell’isola, l’imposta principale — la decima — non era appaltata ed esatta dalle onnipossenti romane compagnie di pubblicani. La decima era appaltata, nell’isola stessa, dal pretore, a singole persone del luogo, cittadini romani o no: i così detti decumani. Si era voluto deliberatamente prolungare il regime tributario preromano a cui l’isola era avvezza da gran tempo[365]. Ma tanto liberale concessione metteva la provincia nelle mani del governatore, al di fuori del controllo e delle limitazioni, che su di lui poteva esercitare il senato o il censore romano. Sarà lui soltanto, il governatore, a presiedere le aggiudicazioni e ad assegnare gli appalti a chi vorrà; e, se altrove, talora, i pubblicani soverchiano il proconsole o il propretore, in Sicilia, questi tiene nel suo pugno la sorte delle città tributarie, ed entra a loro danno in combutta coi decumani, che egli potrà scegliere a suo talento[366]. Ecco perchè grande è il nostro errore nel ritenere quell’amministrazione di C. Verre in Sicilia, che si svolse fra il 73 e il 71 a. C., come un fatto transitorio ed eccezionale, come l’aberrazione mostruosa di un magistrato e di un uomo. Invece, secondo acutamente scriveva uno storico di quel periodo, «considerata nel suo complesso, malgrado tutte le sue colpe e al disopra di tutti i suoi non confessabili interessi», quell’amministrazione «sembrava dominata da un criterio direttivo: quello di affermare in tutta la sua estensione e in forma assoluta il dominio romano, di accentrare nel governatore tutta la direzione della vita amministrativa e giuridica della provincia»[367].
Non si trattava dell’opera individuale di Verre, ma di una pratica organicamente connessa con lo speciale regime amministrativo della Sicilia, di una pratica, quindi, costante ed universale, sì che le diffuse notizie che noi possediamo dell’infausto periodo dell’amministrazione di lui, debbono avere, ed hanno, in realtà, un valore più largo ed impersonale di quello che volgarmente loro si attribuisce, e debbono considerarsi come una preziosa miniera esemplificatrice delle vessazioni del governo e delle sue pratiche strabilianti.
La decima! La decima non era in verità che un pretesto od un pietoso velame destinato a nascondere cose assai peggiori. Talora essa valicava il doppio del legalmente stabilito, tal’altra, la metà di quello ch’era stato seminato, e non era impossibile che al coltivatore venisse, con facile rovesciamento di termini, lasciato solo il decimo del raccolto![368]. Nel distretto di Hibla, sotto l’amministrazione di Verre, era stata prelevata una quantità di grano sei volte maggiore del seminato. Da Herbita, la cui decima era stata fissata, un anno, in 18.000 (hl. 9000 ca.) e un altro anno in 25.800 medimni (hl. 12.500 ca.), i decumani avevano saputo spillarne ben 85.600 medimni e 2000 sesterzi per giunta. Dal solo municipio di Etna, essi ritraevano 300.000 moggia (hl. 25.000 ca.) e 50.000 sesterzi (L. 10.000) di utili[369].
Ma tanta mitezza di richieste si doveva unicamente alla temperanza dei percettori dell’imposta. L’appaltatore della decima — il decumano — avea ordinato Verre, era in facoltà di entrare senz’altro in possesso della quantità di frumento, di cui si fosse creduto in diritto, salvo all’agricoltore d’intentargli processo.... Consiglio cinicamente irrisorio! I membri del tribunale competente venivano reclutati tra i satelliti e i complici del governatore, e sede del giudizio era quella scelta all’uopo dal decumano, onde gli agricoltori dovevano abbandonare i campi e l’aratro e intraprendere la via crucis dei tribunali e dei litigi giudiziari....[370].
— «Bisognava» — scrive Cicerone, introducendo uno di quei suoi mirabili dialoghi, riboccanti sarcasmo, delle Verrine, coi quali il loro autore mirava a porre in evidenza tutta l’infamia del governatore romano, — «bisognava dare ad Apronio» (uno dei più feroci caudatari di Verre) «tutto quanto Apronio avesse richiesto».
— «Anche se avesse richiesto una parte superiore al ricolto?
— «Sicuramente», ed «i magistrati avrebbero dovuto sforzarvi l’agricoltore.
— «Ma era lecito reclamare?
— «Senza dubbio»; «ma presso il giudice Artemidoro...: l’alter ego di Apronio.