Ma se governatori, giudici e pubblicani adottavano coi privati trattamenti così sbrigativi ed inconfutabili, non meno eloquente era il metodo praticato con le città. Più volte queste usavano assumersi la così detta redemptio tributorum, usavano, cioè, riscattare il tributo, assumendo senz’altro l’appalto delle decime. Ma sì pietose intenzioni erano subito frustrate dalla ingordigia dei protetti del governatore, i quali (ed il caso si ripetè con scandalosa frequenza) chiedevano, per allontanarsi, somme e risarcimenti favolosi. I Termitani — citiamo di preferenza esempi tratti da colonie greche — che avevano voluto riscattare la decima cittadina, allo scopo d’impedire che il fortunato concorrente Venuleio si recasse sul posto, si erano dovuti obbligare a fornirgli 7000 moggia di frumento (hl. 600) e 2000 sesterzi (L. 500). Il poverissimo distretto di Lipari era fortunato di riscattare per 30.000 sesterzi (L. 6500) la sua decima di soli 600 medimni (hl. 300). Finalmente, gli Ennesi, dopo aver appaltato le decime per 8200 medimni (hl. 4000), dovevano corrispondere al solito Apronio 18.000 moggia di frumento (hl. 1500) e 3000 sesterzi (L. 600)[374], quale inevitabile pot de vin da versare nelle mani del concessionario.
Tutto questo per la prima decima! La seconda e la terza, del pari che le contribuzioni destinate al pretore, venivano (vivaddio!) risarcite dall’erario. Ma nè il prezzo era liberamente dibattuto dalle due parti, nè — l’abbiamo osservato, e non fa d’uopo insistervi — le obbligazioni teoriche della Repubblica romana differivano gran fatto da quelle tradizionali del leone verso le bestie minori della favola. Il frumentum emptum od imperatum era facile rifiutarlo sotto pretesto della cattiva qualità, e, giacchè in ogni modo bisognava che venisse fornito, le città erano costrette a ricomperare le granaglie da loro versate in più nella prima decima e a corrispondere in moneta sonante il valore degli ettolitri richiesti al massimo dei prezzi correnti, che, naturalmente, il governatore preferiva stabilire[375]. Ma dove trovare il danaro necessario? Occorreva ipotecare l’avvenire, sobbarcarsi a dei debiti, e per l’appunto presso l’usuraio romano, che prestava al 2, al 3, spesso al 4% per mese, cioè a dire dal 24 al 48% per anno. E allora bisognava vendere i buoi, l’aratro, gli strumenti da lavoro; vendere se stessi o fuggire....[376].
Ma non accadeva sempre così. Talvolta si era più generosi: si accettava il frumento e si pagava. Si pagava al prezzo fissato stabilmente dal governo romano, salvo lievi deduzioni. Si deducevano i diritti di visita, di cambio — sicuro, di cambio, in un paese in cui non c’era cambio! —: i diritti, ancora più misteriosi, pro cerario, «nomi questi, esclama Cicerone, non già di diritti reali ma di furti sfacciati», infine il 2% per gli scribae[377].
E che dire del frumentum in cellam, ossia del frumento destinato al governatore o al suo seguito, di cui la Repubblica corrispondeva l’importo? Il governatore, s’intende, avrebbe pagato; ma egli sapeva altresì escogitare i mezzi per non pagare, anzi per farsi pagare. Egli aveva il diritto d’imporre il trasporto del grano là dove avesse meglio creduto; il diritto, poniamo, di imporre ai contribuenti del Lilibeo di consegnare i carichi ordinati, a Panormo od a Siracusa; a quelli di Siracusa, a Panormo o al Lilibeo. Nella prospettiva di un trasporto così dispendioso, i sudditi preferivano fornire i cereali gratuitamente o fornirli magari in danaro sonante, a prezzi fantastici e favolosi[378].
— «Io», diceva ad esempio il governatore, rivolgendosi al contadino, in uno dei citati dialoghi delle Verrine di Cicerone, «io avrei bisogno di comperare da voi del frumento....»; «potrei pagarlo a quattro sesterzi al moggio....
— «Vostra Eccellenza è generoso; io, infatti, non potrei venderlo a meno di tanto.
— «Ma, voi l’avete capito, io non ho bisogno di frumento; io ho bisogno di quattrini.
— «Veramente», replicava l’altro interdetto, «io avevo sperato di fare qualche guadagno; ma se è necessario pagare, pagherò, purchè l’Eccellenza Vostra, mi faccia pagare al prezzo corrente del grano.
— «Il prezzo corrente del grano è di soli due sesterzi al moggio.
— «Cosa può quindi l’Eccellenza Vostra guadagnare da me, giacchè è stata indennizzata con quattro sesterzi per moggio?