— «Cosa posso guadagnare?...» «Io metterò in serbo per mio uso e consumo i quattro sesterzi del senato, e tu.... tu mi verserai otto sesterzi per moggio....

— «Otto sesterzi per moggio? E perchè mai?

— «Perchè?... Tu vuoi discutere, mentre io voglio guadagnare.

— «Vostra Eccellenza si diverte a celiare.

— «Non celierò: il senato vuole che tu mi dia del danaro e che io ti venda del grano. Ti basta?...» — [379].

Questa, la logica feroce degli amministratori delle province!

Ma tutto ciò non esauriva la serie delle gravezze imposte da Roma all’isola malaugurata, nè le altre, che riferiremo, sono più di una piccola parte di quelle di cui siamo informati.

La decima preesisteva alla conquista romana. Il guaio si era che, per l’innanzi, essa aveva sopperito ai bisogni locali, mentre ora andava a pieno beneficio della lontana metropoli del Lazio, ed era quindi necessario, in vista delle sempre incombenti necessità locali, imporre ulteriori tributi. E di tal natura pare debba, fra l’altro, considerarsi un tributo sugli averi pagato indistintamente da tutti i Siciliani, del quale ci informa anche Cicerone[380]. A quelli diretti seguivano i tributi indiretti. La Sicilia era territorio chiuso da barriere doganali. Tutto quanto se ne esportava veniva colpito da un’imposta del 5%[381]. E non solo tutto quanto veniva esportato all’estero, ma, forse anche, tutto quello che ciascun Comune esportava in altri Comuni. Barriere commerciali pare si elevassero fra tutte le città dell’isola, ed è lecito indurre che, in maniera analoga, il trasferimento del possesso e dei possessori fondiari, doveva, come ogni altra forma di libera operosità, venir limitato o recisamente proibito[382].

Ma ai tributi, di cui, bene o male, sappiamo qualche cosa, sono da aggiungere gli altri, diretti od indiretti, di cui nulla di particolare noi conosciamo, ed essi, pare ascendessero senza meno al numero di sei, tra i quali, forse, non sono calcolati i diritti di Roma sulla pesca, sulle saline, sulle miniere[383], sui terreni da pascolo[384], e chi più ne ha più ne metta[385].

L’ordinamento economico non era la sola camicia di forza, con cui il governo di Roma soffocava i suoi governati di Sicilia. Le conseguenze n’erano aggravate dalla forma dell’ordinamento politico e giudiziario. Quale questo fosse, per la Grecia, noi l’abbiamo veduto; non diverso, o peggiore, poteva dirsi il regime della Sicilia.