Dopo la presa e il saccheggio di Siracusa, nel 212, che diede un bottino immenso, superiore a quello che darà la stessa Cartagine[386]; dopo la prima e la seconda resa di Agrigento, nel 262 e nel 210, che ebbe conseguenze più lacrimevoli di quella della stessa Siracusa; dopo il massacro di parte degli abitanti, la vendita come schiavi degli altri[387], dopo il macello degli Ennesi[388] e la distruzione di parecchie città[389], dopo il disarmo generale, dopo mezzo secolo di guerre pressochè ininterrotte, i municipi dell’isola ricevettero nel 132[390], in concessione da Roma, un proprio ordinamento comunale, da cui però veniva bandito qualsiasi spirito di indipendenza e di autonomia locale. I sistemi di elezione dei magistrati locali furono, il più delle volte, regolati dal governatore romano, e, se questi talora poteva essere disposto a dettare delle savie disposizioni, era assai più naturale che lasciasse libero il varco all’intromissione illecita ed all’arbitrio. E di arbitrii e d’invasioni di poteri, legalmente definite, ve ne furono anche troppe. Il diritto di veto del governatore non aveva limiti e riesciva a rimettere quasi intere nelle sue mani le sorti delle elezioni[391]. Ma anche in quei casi, in cui ciò non avveniva, la qualità stessa e la pratica consueta dei suoi poteri tramutava qualsiasi disposizione liberale in una feroce ironia. Anzi tutto (è Cicerone stesso ad avvertircene) l’ordinamento dato alla provincia non aveva, come impropriamente si esprimevano i provinciali[392], valore di legge, nè le ulteriori disposizioni del senato, che parevano regolarne le sorti, esercitavano, rispetto al governatore, alcuna efficacia coattiva. Questi, inoltre, possedeva il supremo ius edicendi, che, assai più delle generiche norme del lontano governo della Repubblica, aveva di fatto il peso di una vera e propria autorità governativa e legislativa[393]. Così Verre, che, lo ripetiamo, non bisogna considerare quale esempio isolato, ma come rappresentante, sia pure cospicuo, di tutto un sistema; Verre aveva facilmente potuto convertire, tutte le norme e le consuetudini elettorali della Sicilia in mirabili strumenti di lucro e di oppressione.

Ad Halaesa, ove non si poteva essere senatore che a trent’anni, furono per prezzo — egregio espediente di tirannide — creati senatori fanciulli di diciassette o sedici anni, senza riguardo, senza preoccupazione d’ogni altro limite di censo o di condizione personale[394]. Ad Agrigento, ove i posti senatorii dovevano essere egualmente ripartiti fra gli antichi ed i nuovi coloni, ne vennero — sempre per prezzo — mescolate e confuse indifferentemente le proporzioni[395]. Da per tutto poi i censori, la cui nomina, in forza della loro qualità di compilatori del ruolo delle imposte, era, pei provinciali, cosa d’interesse assai delicato[396], furono direttamente creati da Verre, anzi la loro elezione, messa senz’altro all’incanto. E, usciti dal mercato di Siracusa, ove il nuovo genere di asta venne bandito, i nuovi censori, stimolati dal pungolo del dispendio enorme, che loro era costata la carica, non tardarono a volersene rifare sulle viscere degli amministrati[397].

La cosa non andava diversamente riguardo all’ordinamento giudiziario.

È inutile, anche a tale proposito, svolgere i particolari teorici del lacunoso ed oscuro ordinamento giudiziario della Sicilia, che aveva preceduto il dominio romano e che questo si diceva avesse rispettato. La teoria non contava nulla; contava moltissimo la pratica; e la pratica di Roma repubblicana fu, di solito, assai poco esemplare. Il governatore poteva ciò che voleva, o, meglio, giudicava a priori in luogo di quelli che ne avevano il diritto, imponendo a costoro il proprio giudizio, che, novantanove volte su cento, corrispondeva al soddisfacimento dell’interesse proprio o dei propri accoliti. Ma la sua fertile fantasia sapeva escogitare anche di meglio; sapeva, nel solenne editto, comminare delle pene a chi indebitamente si fosse attribuita la funzione di giudicare[398], salvo a far dipendere la decisione sulla legalità o meno della carica dalle disposizioni del giudicante. E poteva anche di più: se la prima sentenza, per sciagura, tutt’altro che consueta, non fosse andata a suo genio, il governatore invitava nuovamente coloro che erano stati assolti o condannati a convenirgli dinanzi a giudizio[399]. Era il colmo, ma era, pur troppo, la realtà!


La Sicilia fu governata atrocemente; ma essa fu anche, con l’Asia Minore e con la Grecia, il Paese nel quale la concorrenza dei dominatori agli indigeni fu più crudele e fortunosa. Non per nulla i timocratici comizi centuriati del 242 avevano deliberatamente forzato il senato romano a iniziarne la conquista! Così tutto quanto di vitalità indigena, morale, intellettuale, economica, vi era fin allora fiorita, la conquista romana si affrettò a soffocare, a stroncare o a confiscare a vantaggio di gente d’oltre mare. Questa invadenza forestiera riescì all’Isola non meno fatale della soffocazione o dell’esaurimento impostole dal governo. Il passaggio dei campi e delle aziende agricole, ai più cospicui cittadini romani, portò direttamente al latifondo, all’impiego su larga scala del lavoro servile, cioè ad un nuovo esaurimento del suolo, alla provocazione di torbide e cruente discordie, fra cui, non ultime, le Guerre servili.

Della decadenza della Sicilia, e, in conseguenza, delle città greche, che vi sorgevano e vi avevano gloriosamente brillato, noi abbiamo prove eloquenti. In soli tre anni, dal 73 al 71 a. C., a detta di Cicerone, gli agricoltori di Leontini erano discesi da 84 a 32; quelli di Mutyca da 187 ad 86; quelli di Agyrrium da 250 ad 80; quelli di Herbita da 252 a 120[400]. In quattordici anni, dal governo di C. Norbano a quello di Verre, la produzione dell’isola, era scemata in misura tale, da riescire impossibile, anche con mezzi straordinari, l’esazione di tutto quanto altra volta s’era potuto ricavare con la mitezza e la legalità[401]. «Il Paese sembrava» oramai «desolato dai torbidi di una guerra lunga e crudele. Le pianure e le colline, per l’innanzi sì floride e ridenti, erano precipitate nell’abbandono e nella devastazione. La terra stessa sembrava piangere ed invocare i perduti coltivatori.... Il territorio di Etna, un tempo ben coltivato e fonte principale degli approvvigionamenti romani, e la piana di Leontini, che mai aveva saputo o fatto sapere cosa significasse carestia, apparivano allora così orridi e sfigurati da costringerci a ricercare invano in quelle — tra le più ubertose regioni della Sicilia — l’aspetto della Sicilia medesima....». Tutto un’esercito di agricoltori era fuggito, rinunziando, non solo alla terra, ma al focolare della patria.[402]. «L’incendio attizzato dalla violenza dei decumani, aveva distrutto, non solo le proprietà, ma tutti i beni dei contadini; dai beni era passato a violare le guarentige dei liberi.... Alcuni erano stati impiccati, altri flagellati a verghe, altri imprigionati.... altri condannati dall’Esculapio o dall’usciere del pretore.... Neanche la furia di schiavi ribelli e fuggiaschi avrebbe osato altrettanto!»[403].

Le altre città greche.

Tutto quanto è stato detto della Sicilia, è mestieri ripetere dell’Asia greca, l’una e l’altra, ed in pari misura, territorî classici della decima e della devastazione romana[404]. Ivi, l’abbiamo notato, sterminata fu la copia degli speculatori, romani e italici, piccoli e grandi, che l’invasero[405]: i massacri, ordinati da Mitridate nell’88, costarono la vita a 80.000, fors’anche a 150.000, Italici[406], e molti dovettero essere gli scampati alla strage. Ivi stesso più colpevole che in Sicilia fu la condotta dei magistrati della Repubblica, e, giacchè il bottino era più abbondante, più sottile il meccanismo e più intensi gli armeggii delle loro clientele[407].

Quelle terre infelici, che, sotto il piede di Roma, venivano d’un tratto a scontare la felicità conquistata sotto il governo dei Seleucidi, o dei loro successori, toccarono anche la mala sorte di essere, nel lungo periodo di Roma repubblicana, teatro di taluna fra le più grandi guerre del tempo: la triplice mitridatica e la seconda e la terza guerra civile, le quali, se apportarono al tesoro romano, o a quello privato dei singoli generali romani, immense ricchezze, determinarono colà la più tremenda delle catastrofi. Pur troppo, anche in questa contingenza, essa fu, il maggior numero di volte, consapevolmente organizzata dai conquistatori.