Qui, nella terra sacra ai grandi Vespri asiatici dell’88 a. C., una tassa straordinaria imposta da Sulla, quattro anni dopo (84 a. C.), e che a lui venne anticipata dai capitalisti romani, salì, nel giro di pochi anni, in forza degl’interessi pagati, al sestuplo dell’importo originario[408]. Per saldarla, le città dovettero cedere ai creditori gli edifizi pubblici, le riserve metalliche, i capolavori d’arte, gli schiavi, gli oggetti preziosi; e i privati, dopo aver subìto per lunghi anni torture, capestri e prigionie, e, dopo essere stati costretti a giacere all’aria aperta, bruciando d’estate per l’arsura, gelando d’inverno, immersi nel fango e nel ghiaccio, per il freddo, dovettero sacrificare all’ingordigia romana, le loro case, le loro terre e fin la libertà delle mogli, dei figli, di se stessi[409]. A rammentare quanto avevano sofferto, la schiavitù, esclama Plutarco[410], segnava un’ora di tregua e di pace! Più tardi, nel 63, la provincia subì lo sgoverno del pretore L. Valerio Flacco. Egli — si disse — addossava alle città delle somme enormi per l’equipaggiamento di flotte immaginarie, e a ciascuna, altre somme per i suoi personali bisogni[411]. Il suo governo oscurò la trista fama di quello di Verre in Sicilia, ma non gli fu impossibile trovare, quale suo difensore, lo stesso implacabile accusatore del famigerato pretore siciliano, nè difficilissimo ottenere dai tribunali romani l’assoluzione! Più tardi ancora, Bruto e Cassio si faranno anticipare da tutte le città asiatiche il tributo di ben dieci annate e il triumviro Antonio, entusiasta del suggestivo precedente, reclamerà subito dopo, quale doverosa obbligazione, un nuovo anticipo decennale....[412].

Cicerone, che pure più volte aveva cooperato ai danni delle province asiatiche[413], era nondimeno costretto a riconoscere le terribili responsabilità, che gravavano sui metodi romani. «Io so», egli scriveva al fratello, proconsole nella provincia d’Asia, subito dopo il suo cliente L. Flacco, «io so che l’opinione pubblica apprezza e loda il tuo grande interessamento. Le città non contraggono più debiti, e molte sono state in grazia tua liberate dall’enorme fardello degli antichi. Moltissime, quasi deserte, tra cui due, una la più gloriosa della Ionia, l’altra della Caria — Samo ed Alicarnasso — ti sono debitrici della propria resurrezione.... L’onore, le fortune e la tranquillità dei cittadini più agiati hanno cessato di essere alla mercè della calunniosa delazione, tremenda ministra dell’ingordigia dei pretori. Gli oneri sono equamente ripartiti.... Immenso è il beneficio che tu hai arrecato all’Asia con l’abolizione dell’iniquo e gravoso tributo che essa pagava agli edili.... Un alto personaggio si è lagnato pubblicamente in Roma perchè il tuo editto contro ogni percezione di imposte straordinarie a titolo di giuochi pubblici, gli aveva impedito di risparmiare circa 200.000 sesterzi (50.000 lire). Figurarsi un po’ l’ammontare dell’imposta, allorquando chiunque bandiva a Roma dei giuochi poteva permettersi un simile salasso!» Io mi spiego gli scatti d’ira e di protesta del tuo primo anno di governo: «l’iniquità, l’ingordigia, l’insolenza, avevano trasceso ogni misura, e ti rivoltavano....»[414].

Ma la realtà era più eloquente della calda prosa ciceroniana. Abbiamo più innanzi riferito la imposta straordinaria, con cui Sulla volle castigare il paese, e gli utili enormi, che dalla sventura ebbero a ritrarre i finanzieri romani. Ebbene, senza i loro anticipi usurarî, gli Asiatici, più tardi, non saranno in grado di corrispondere l’eguale e regolare imposta, istituita — sia pure per breve tempo — da Sulla medesimo. Il male era così radicato da impedire che le vittime facessero a meno del cancro che le divorava!

Analoga era la condizione delle rimanenti città, sparse pei territori, che più tardi costituirono la provincia di Bitinia e del Ponto, e, più tardi ancora, l’altra della Tracia. E per quanto esse siano state, talora, trattate con una certa mitezza, fino a ricevere il titolo di libere[415] (ma non per questo, il più delle volte, di esenti da tributo)[416], le necessità di Roma e della sua politica estera non valsero a raddolcirne la sorte. Più interessante è, per la serie delle nostre osservazioni, il destino delle città greche di Creta e della Cirenaica, di cui la prima, per quanto, in età storica, decaduta dall’originaria grandezza, non discese mai così basso come dopo la conquista romana, che seguì a un lungo periodo di astiosa protezione. Dopo fiera, tenace resistenza, le principali città caddero, l’una dopo l’altra, in mano dei conquistatori, e la devastazione e il saccheggio, che ne accompagnarono la resa, non permisero che mai più si rilevassero (67 a. C.)[417]. Delle città cretesi, la sola Cnosso potè d’ora in avanti dirsi in certo modo degna di tal nome; ma nel 36 a. C., la sua popolazione era così rada, da dover essere ricolmata dalla colonizzazione romana[418].

La Cirenaica, la cui storia costituisce qualcosa d’indipendente dagli altri Paesi greci, da cui ebbe diverse le cause dello sviluppo e della decadenza, fu, nel 96 a. C., lasciata in eredità a Roma dai principi dell’Egitto, i Tolomei. I fortunati eredi non credettero, per motivi loro particolari, di farne una nuova provincia; essi si affrettarono però a confiscare in favore del demanio pubblico i beni degli antichi sovrani[419], a stabilire un’imposta sui principali prodotti del Paese[420], ad obbligare la popolazione alle consuete requisizioni militari[421]. Più tardi la contrada divenne senz’altro provincia, e per l’appunto stipendiaria[422]. Ma il Paese venne tosto depredato, oltre che dai barbari, dai pubblicani. Il sylphium, che aveva costituito un tempo la sua ricchezza e la sua specialità, era, nell’età di Plinio (sec. I-II d. C.), disparso: i pubblicani vi avevano sostituito le colture armentizie, e, più tardi, gli abitanti medesimi, incapaci di resistere alla pressione tributaria («ob intolerandam vectigalis nimietatem»)[423], avevano sradicato gli ultimi campioni di quel prezioso prodotto locale.

Gran che di diverso non avvenne, o, almeno, nella enorme oscurità che c’ingombra, possiamo arguire non avvenisse, dei confiscati ex-demanî regi della Cirenaica. Questi furono in sulle prime concessi in fitto ai pubblicani, i quali vi introdussero, come nel resto del Paese, la pastorizia. Poscia, trascurati dal governo, divennero preda del primo occupante, e possiamo essere sicuri che tali furono, assai più che i Cirenesi, i barbari invasori ed i cittadini romani[424].

Ma al pari delle province consorelle, la felice Cirene ebbe a patire, oltre che dai pubblicani, dallo sgoverno dei magistrati. La guerra civile fra Cesare e Pompeo arrecò alla provincia disastri incalcolabili. La successiva amministrazione del triumviro M. Antonio fece quanto poteva per aggravarli, e, sempre di lì a poco, in seguito al passaggio della regione dal governo di Antonio a quello di una figliuola di Cleopatra, spettò ai ministri egiziani il tristo vanto di completarne la rovina[425]. Neanche l’Impero le portò pace. Nel 21 d. C., il proconsole della Cirenaica, Cesio Cordo, veniva accusato, e quindi condannato, per concussione. Trentasei anni dopo, nel 59, un tal Pedio Bleso, rinnovando, in questi primi tempi, relativamente tranquilli, dell’età imperiale, le gesta di Verre, osò violare il tesoro di Esculapio e far pubblico mercato dell’arrolamento militare. Ancora, undici anni dopo, troviamo, per colpe analoghe, condannato all’esilio e alla restituzione del mal tolto, un tale Antonio Flamma[426].

Anche Cipro, al pari di Cirene, antico dominio dei Tolomei, veniva, nel 58, occupata da Roma, e riunita in provincia unica alla Cilicia. M. Porcio Catone, che ne era stato il conquistatore, poteva, con la confisca e la vendita all’asta del tesoro regio, raccogliervi ben 7000 talenti (L. 40.000.000)[427]. Ma assai peggio toccò a Cipro con l’annessione alla Cilicia. Nel 56 a. C. gli abitanti di Salamina, non più in grado di saldare con mezzi propri le imposte, dovettero ricorrere a dei prestatori romani, i quali non mancarono di far ascendere ad altezze vertiginose la somma prestata. I 106 talenti (L. 700.000 circa), cui infatti, nel 52-51, calcolati gl’interessi di legge, il debito sessennale ammontava, rappresentavano, a giudizio dei creditori, appena la metà della somma dovuta. Il pagamento ne riusciva impossibile[428]. Ma costoro non si scoraggiarono e, ottenuto dal governatore dell’isola uno squadrone di cavalleria, assediarono l’aula senatoria, e vi fecero perire per fame cinque dei componenti l’augusto consesso[429]. Il nuovo governatore romano, Cicerone, giunse in tempo a interrompere quell’orgia di rapacità e di ferocia. Ma non per questo ebbe uguale fortuna nell’imporre il rispetto della legge. I creditori, temendo che il loro ineseguibile debito divenisse nullo in virtù di una legge Gabinia, ottennero un decreto del senato, che lacerava senz’altro le clausole di tal legge. E, siccome ciò non bastava a garantire il pagamento delle usure pretese, ne ottennero un secondo, con cui venne regolata l’incostituzionalità del primo. Intermediario, anzi promotore dell’uno e dell’altro fu, per colmo d’ironia, M. Giunio Bruto, il futuro vendicatore della maestà delle leggi romane, oltraggiate da Cesare!

Cicerone alla lettura dei decreti del senato non ritrovò l’energia che occorreva per resistere, ma non si sentì da tanto da consegnare agli usurai, mani e piedi legata, una città, alla quale era legata tanta parte della gloria ellenica nell’epica guerra nazionale contro la Persia di quattro secoli innanzi. Invocò un temperamento: che il debito venisse saldato, ma gli interessi non esorbitassero dal tasso legale. I creditori, forti delle patrie influenze, non accettarono; i più ragguardevoli personaggi dell’aristocrazia romana gli si sferrarono contro, e l’affare rimase in tronco. Evidentemente, non tutti i governatori avrebbero nudrito gli scrupoli di Cicerone, e la sua prossima dipartita avrebbe risolto la vertenza in modo ben diverso di come egli aveva sperato[430].

Così, anche per volontà e per opera di uomini, periva la Grecia antica. Appiano, il più dedicato degli storiografi dell’età classica, narra come, durante la campagna d’Africa, a Cesare, attendato a piè delle ruine di Cartagine, fosse apparso in sogno un esercito infinito di doloranti, e come egli, destatosi di un tratto, coll’occhio ancora gravido di tanta simbolica visione, avesse affidato alle sue tavolette il proposito di colonizzare Cartagine[431]. «Quell’esercito in lagrime», commenta una squisita anima di storico moderno (Amedeo Thierry), «quell’esercito, che nel sogno, reale o immaginario, implorava pietà, era l’esercito infinito delle nazioni conquistate»[432]. Ricreare Cartagine, ricreare l’Italia, ricreare la Grecia, l’Asia, la Sicilia, l’Occidente, l’Oriente: ecco la grande riparazione, di cui Roma era debitrice alla civiltà umana. E fu il nobilissimo compito, che l’Impero raccolse, in espiazione, dalla Repubblica, e che mirabilmente eseguì.