Noi veniamo intanto a sapere che una di quelle condizioni speciali, che spingevano il governo ad accordare ai maestri la immunità dai pubblici oneri, quella immunità, che ad essi di regola non si largiva, era la singolarità dell’aggregato sociale, tra cui si sarebbe desiderato si svolgesse l’opera loro. Nel distretto minerario di Vipascum, s’era formata, o si sarebbe andata formando, una popolazione composta dei minatori e delle loro famiglie, che il bisogno o l’allettamento del guadagno avrebbe potuto stabilmente trattenervi. Per creare questa condizione di cose, da cui appunto dipendeva la vita della miniera, occorreva offrire, più che fosse possibile, sicuramente ed a buon mercato, qualcuno dei più importanti servizii. Il desiderio di raggiungere tale scopo avea fatto creare dei monopolii, che da un lato garantivano la bontà del servizio, dall’altro la suscettibilità del consumatore contro pretese eccessive.[137] Queste stesse cause e queste stesse preoccupazioni davano origine al privilegio in favore degli insegnanti elementari, i quali, in quella rara oasi, avrebbero trovato quella esenzione a muneribus, che, soli fra i pubblici docenti dell’impero, ignoravano, e che li avrebbe fatti accorrere numerosi a diffondere l’istruzione, ciò che precisamente lo Stato mirava a conseguire.
Quello che accadeva a Vipascum doveva accadere in tutti i distretti minerarii, che si trovavano in pari condizioni territoriali; doveva accadere in tutte quelle circostanze, in cui gli agglomeramenti di sudditi dello impero, su cui il governo aveva interesse di rivolgere la sua attenzione, presentavano analoghi caratteri. Le fonti non ci hanno specificato tutti i casi, in cui il provvedimento ebbe a ripetersi, ma noi abbiamo, ugualmente, il pieno diritto di non presumere isolata la franchigia dei maestri di Vipascum.
XIV.
Ma la impronta caratteristica, che il governo di Nerone lasciò nella storia dell’istruzione pubblica, non si rintraccia nelle scuole primarie o in quelle di retorica o di filosofia.
L’originalità del suo governo consistette invece nella introduzione di una nuova forma di educazione fisica nel piano generale dell’istruzione e della vita romana, non che il decisivo trionfo del culto dell’istruzione musicale: due fatti, che reagirono contro tendenze tradizionali, subirono discussioni e contrasti vivaci, e furono tutta opera personale del principe.
Lo spirito dell’educazione fisica romana era stato in categorico contrasto con quello dell’educazione fisica greca, e il costume ellenico, che aveva fatto schiava e prigione Roma in tutti i gradi e in tutte le forme dell’istruzione e della educazione intellettuale, era rimasto irrimediabilmente escluso dai termini dell’educazione fisica. Un frammento del De Republica di Cicerone rivela tutto l’orrore romano contro l’educazione fisica a tipo ellenico, arte ch’era fine a se stessa, suscitata da un desiderio di bellezza, che, come l’arte propriamente detta, prescindeva da ogni altra considerazione. L’esercizio a corpo nudo è, per il buon romano, una lesione del fondamento stesso della vita morale e civile[138]. «Quanto non è assurda, scrive Cicerone, l’educazione fisica dei giovani nei gymnasia, quanto fatua la milizia degli efebi greci! A quanti contatti e a quanti liberi amori non dà essa luogo!»[139].
L’uso degli esercizii fisici a corpo nudo avrebbe tratto i Greci alla mollezza e al servaggio. «Erano stati — si pensava — i gymnasia e le palestre a portare in copia nelle città l’inerzia e l’ozio, cattivo consigliero, e la consuetudine della omosessualità, e la corruzione dei giovani. Tutti dediti a dormire, a passeggiare, a regolare la vita e i movimenti, i Greci avevano poco a poco abbandonato l’uso delle armi, e, senza avvedersene, preferito essere agili e bei ginnasti, anzichè opliti e cavalieri valenti»[140].
E come, per il buon romano antico, l’educazione fisica doveva limitarsi, e subordinarsi, ai ristretti scopi della milizia e alle modeste esigenze della sanità del corpo[141], per il romano più intellettuale dell’età dell’impero, essa poteva al più, oltre che a questo,[142] tendere a completare le qualità del buon oratore, regolandone i gesti e i movimenti, aggraziandone l’attitudine e il passo, tramutandosi in una chironomia[143].
Le riforme augustee nell’educazione dei giovani non avevano derogato da codesti criteri. Era riserbato a Nerone sconvolgere, o iniziare lo sconvolgimento, di tanto salda ideologia e di tanta tradizione. «Nel suo quarto consolato, narrano Tacito e Svetonio, consoli lo stesso Nerone e Cornelio Cosso, egli istituiva in Roma, per la prima volta, una festa quinquennale, le cui norme furono appunto ricalcate su quelle della corrispondente solennità ellenica»[144]. Furono queste le Neronee. Si ebbe perciò, per la prima volta, in Roma, una solennità con gare di corsa di carri e di ginnastica, da rinnovarsi ogni cinque anni, a spese, non più dei magistrati preposti a quell’ufficio, ma dello Stato. E a tali concorsi — qui appunto risiedeva la innovazione, fonte di tanto scandalo — avrebbero dovuto partecipare, come vi parteciparono in grande copia, cittadini dell’aristocrazia romana, spettatrice tutta la loro classe, che avrebbe assistito al grande agone in costume greco.
La rara, periodica solennità richiedeva — ed era naturale — l’addestramento e l’allenamento dei partecipanti al concorso. E Nerone provvide, ed edificò in Roma, insieme con le sue terme, un gymnasium, l’edificio, presso i Greci, sacro all’educazione e all’allenamento fisico dei giovani, dei cittadini, degli atleti. E, nell’inaugurarlo, distribuì graeca facilitate l’olio ai senatori e ai cavalieri, segno indubbio degli scopi dell’istituto e delle classi sociali, a cui, nel suo pensiero, veniva destinato[145].