Quale fu l’opera di Antonino Pio riguardo alla statizzazione dell’insegnamento privato nelle città dell’impero? Eccoci dinanzi a uno dei più tormentosi problemi del suo governo. La biografia sua, contenuta nella Historia Augusta, narra che egli «conferì onori (honores) e stipendi (salaria) ai retori e ai filosofi residenti nelle provincie».[367] Non ostante la organica fallacia della fonte, da cui si è costretti ad attingere,[368] la notizia, per quella parte che possiamo controllare su altri elementi, è esatta. Ed invero gli honores, accordati da Antonino Pio, furono, in massima parte, le esenzioni dai pubblici carichi, di cui abbiamo precedentemente discorso, che vennero largite ai retori, ai grammatici e ai medici. Ma è la notizia ugualmente esatta per la parte che riguarda gli stipendi, fossero pure limitati, come la nostra fonte li vuole, ai retori e ai filosofi? Le ragioni del dubbio esistono, sebbene i moderni studiosi dell’argomento, intenti piuttosto a seguire lo sviluppo della scuola, che a indagare quanta parte di merito, o di responsabilità, risalga a questo o a quell’imperatore, abbiamo preferito sorvolarvi.

Ed invero, mentre nessuna fonte discorre di filosofi nominati e stipendiati da Antonino Pio, dall’elenco dei retori, i quali insegnarono in Atene, per tutta l’età degli Antonini, che si ricava dalla Biografie dei sofisti di Filostrato — opera tanto più attendibile della Historia Augusta — noi apprendiamo che il primo insegnante, il quale, stipendiato dall’imperatore, abbia salito la cattedra di retorica in Atene, fu il sofista Teodoto, nominato, non già da Antonino Pio, ma dal suo successore, Marco Aurelio.[369]

Tale notizia contraddice categoricamente al passo della Historia Augusta dianzi citato. Se non che, quasi tale contraddizione non bastasse, lo stesso Filostrato, altrove, informa che il primo a salire la cattedra di retorica in Atene fu invece Lolliano di Efeso[370], il quale fiorì sotto Antonino Pio — essendo stato scolaro di Iseo, sotto Traiano,[371] e maestro di Teodoto — e raggiunse la pienezza della sua gloria sotto Marco Aurelio[372].

Per uscire da questa e dalle precedenti difficoltà, si sono tentate parecchie vie. Non si è certamente potuto supporre che, a proposito di Lolliano, si parli di una cattedra privata, giacchè, in tal caso, non lo si sarebbe detto «il primo maestro di retorica in Atene», ma si è pensato che egli ricoprisse una cattedra ufficiale senza stipendio, e che Marco Aurelio avesse per primo applicato in Atene delle disposizioni, che Antonino Pio avrebbe emanate per tutte le provincie, relative agli stipendi dei retori e dei filosofi[373].

La prima parte dell’ipotesi è per se stessa risibile: una cattedra ufficiale senza stipendio è un non senso, e, in ogni modo, essa contraddice all’introduzione dei salaria, vantata dal biografo di Antonino Pio. Nè più valida è la seconda. O il provvedimento di Antonino Pio fu tradotto parzialmente in pratica, e nessuna città poteva essere da lui presa in considerazione prima di Atene, o non lo fu, ed allora tanto la dizione della Historia Augusta, quanto il passo di Filostrato contraddicono all’assunta interpretazione.

Eppure, è assai più difficile pensare che Filostrato, avendo sott’occhio fonti abbastanza prossime agli avvenimenti illustrati, abbia errato e si sia grossolanamente contradetto, anzichè ammettere che noi ci sbagliamo nell’interpretare la sua compendiosa esposizione, tanto più facilmente intelligibile ai suoi contemporanei. E, se Filostrato non ha errato, la soluzione, o mi inganno, non può essere che quella sola, la quale parmi risulti anche dal confronto dei suoi due passi in discorso: il sofista Teodoto fu il primo ad ascendere una cattedra ufficiale, istituita e stipendiata dall’imperatore, dietro nomina imperiale; Lolliano, invece, fu il primo a salire una cattedra, anch’essa ufficiale, ma non di fondazione imperiale, bensì di fondazione comunale[374].

Così noi siamo in grado di conciliare i due passi di Filostrato fra loro e con quello della Historia Augusta, interpretando da un lato che fu solo Marco Aurelio il primo a istituire delle cattedre sovvenute dallo Stato, e sulle quali più direttamente si esercitò l’ingerenza del principe; dall’altro, che Antonino Pio impose a talune città il dovere, o concesse la facoltà, di istituire un certo numero di cattedre e di stipendiare all’uopo dei retori e dei filosofi, come ci dicono e la sua biografia e la biografia di Lolliano in Filostrato.

Cotale imposizione di cattedre, in qualche municipio, era certamente nelle normali attribuzioni dell’imperatore, ma spettava egualmente a lui concedere ai municipii di istituirne delle altre. Come troveremo più tardi chiaramente formulato per legge,[375] i comuni non erano autorizzati a spese, che non fossero consentite dal governo centrale. Siffatta impacciante tutela era per essi cominciata fin dal regno di Traiano, e il suo sistema si affinò ancor più sotto Antonino Pio. Quando per ciò gli storici lodano questo imperatore di avere, nei rispetti della pubblica istruzione, praticato, per le provincie, gli stessi criteri che per Roma e di avere conferito stipendi ai retori ed ai filosofi colà residenti, essi fanno uno dei migliori elogi dell’amministrazione provinciale di Antonino Pio, che per la prima volta avrebbe iscritto, come spese obbligatorie, nei bilanci comunali, quelle relative al mantenimento delle scuole.

Ma la nostra interpretazione ci conduce a risolvere un altro problema, che il succinto e fugace accenno della Historia Augusta poneva: i salaria, istituiti fin da Antonino Pio, furono prelevati sul fisco imperiale — come un tempo, sotto Vespasiano, lo stipendio ai retori di Roma — o sul bilancio delle singole città?

Le due opinioni sono state ugualmente sostenute.[376] Ma ciascuna di esse risponde soltanto a una parte della verità. I salaria furono, attraverso la loro non breve istoria, prelevati ora sul fisco imperiale, ora sull’erario delle singole città. Ma, nell’età di Antonino Pio, non ci troviamo ancora di fronte a delle istituzioni imperiali, onde, a sopportare il peso di quegli stipendii, dovettero essere appunto gli erarii comunali. Tutt’al più, specie dato il grande interessamento del principe per il benessere delle provincie e per la cultura dell’impero, egli potè, con le risorse del fisco, sovvenire talora i bilanci, esigui o stremati, dei singoli municipii.