XII.
Ciò che Vespasiano aveva appena iniziato, ciò, a cui taluno ha creduto che Adriano e Antonino Pio avessero dato mano, in Roma e nelle provincie, o in qualcuno dei centri più notevoli dell’impero, ha la sua piena attuazione con Marco Aurelio.
Di lui narrano i suoi biografi com’egli ripetesse sovente il detto di Platone che le città sarebbero state fiorenti solo quando avessero regnato i filosofi, o quando i principi fossero stati filosofi[377]. Come tutte le anime profondamente intellettuali, egli nudrì infatti una grande fiducia, e una più grande illusione, nella potenza della ragione, nell’opera educativa della scienza, nell’efficacia pratica del magistero dell’insegnamento. Questa sua fede è anzi tutto palese dal culto, ch’egli ebbe per coloro, che l’avevano educato ed istruito. Egli amò di un amore infinito il suo maestro Frontone, spirito mediocre, moralmente e intellettualmente, e a lui, come segno tangibile di quel ricordo, consacrò una statua nei locali del Senato. Elevò Procolo alle supreme cariche del governo, e onorò di ricordi marmorei Giunio Rustico, altro suo intimo, spirituale confidente. Di tutti Marco Aurelio custodiva le immagini fra quelle dei suoi Penati, e a loro, quando essi non furono più, offeriva voti e sacrifici.[378] Ma il più durevole monumento, in loro onore, è consegnato nelle pagine dei suoi Pensieri, ove egli scolpì nell’oro della prosa, moralmente più bella di tutta l’antichità classica, le virtù e gl’insegnamenti, di cui essi gli erano stati esempio e maestri[379].
Di un principe, che così fortemente sentiva la virtù dell’insegnamento, dovevano attendersi grandi rinnovamenti nel campo della pubblica istruzione. Nè l’aspettativa dei contemporanei rimase delusa.
Sino a Marco Aurelio, dall’età gloriosa di Atene, l’insegnamento superiore era quivi rimasto cosa privata, in mano di privati scolarchi, nel cui magistero lo Stato entrava solo per offrire il luogo di convegno necessario alle lezioni. Ma nel 176, narra lo storico Dione Cassio, Marco Aurelio, venuto in Atene, dopo essersi iniziato nei Misteri Eleusinii, vi istituì cattedre ufficiali, con docenti pubblici per ogni disciplina, retribuiti di regolare stipendio annuo[380]. La data è forse inesatta. Nel 176, Marco Aurelio aveva certamente istituito, già da tempo, una cattedra di retorica, ed egli, venuto in Atene, aveva potuto intrattenersi in dotte dispute col retore, che allora l’occupava, e che non era il primo. La cronologia va dunque spostata a qualche anno innanzi[381]. Ma non è neanche esattissimo il riferimento di cattedre istituite per ogni disciplina (ἐπὶ πάσης λόγων παιδείας), di cui è fonte lo stesso Dione.
Noi sappiamo in verità di cattedre imperiali di retorica e di filosofia, inaugurate in Atene da Marco Aurelio e continuate dai successori. Ma nè di lui nè degli altri ci rimane menzione alcuna di cattedre di grammatica, di medicina, di musica etc., quali noi aspetteremo dalla dizione dello storico romano. Sebbene non sia sempre prudente concludere da un argomento ex silentio, è tale, nel caso presente, la copia delle circostanze favorevoli, e la natura delle altre fonti sussidiarie, che noi possiamo essere sicuri che quelle due soltanto furono le discipline, per cui Marco Aurelio ebbe ad istituire in Atene delle cattedre imperiali.
La cattedra di retorica, istituita dall’imperatore, fu una sola, e primo titolare, da lui direttamente nominato, fu il sofista Teodoto. Ma ebbe questi l’incarico di insegnare tutta la materia, che vi si atteneva, o non piuttosto una parte di essa, la materia pertinente all’oratoria civile e giudiziaria, a quello, che si diceva il λόγος πολιτικὸς e δικανικὸς?[382]
Questa seconda opinione, accolta dai più, è, secondo il mio modo di vedere, l’effetto di un equivoco nell’interpretazione di Filostrato. Filostrato, invero, dice che l’imperatore «propose ai giovani Teodoto per la sua celebrità, dichiarandolo atleta τῶν πολιτικῶν λόγων», ma lo dice anche «decoro dell’arte retorica»[383], e soggiunge che Teodoto visse altri cinquanta anni, tenne la cattedra per due, e, quanto all’arte del dire, riuscì pari così nel genere giudiziale (τοῖς δικανικοῖς) come nel più alto genere sofistico (καὶ τοῖς ὐπερσοφιστεύουσιν). Or bene, da questo — o io m’inganno — consegue chiaramente che la cattedra, il θρόνος, occupato da Teodoto, non fu soltanto un θρόνος λόγων πολιτικῶν, ma un θρόνος σοφιστικὸς nel più largo senso della parola.
Ma la cattedra di retorica non fu la sola, nè la più importante tra quelle istituite dal secondo degli Antonini. La vera, la grande innovazione riguarda invece l’insegnamento della filosofia. Marco Aurelio istituì parecchie cattedre di questa disciplina; quante con precisione non è noto; ma la cifra più ragionevole è ancora quella di otto,[384] due per ciascuno dei quattro principali indirizzi filosofici del tempo, il peripatetico, il platonico l’epicureo, lo stoico. Ed invero, poichè, per queste scuole soltanto, noi sappiamo che furono nominati dei docenti ufficiali,[385] poichè sappiamo che di peripatetici ve ne furono precisamente due,[386] non è possibile pensare, come si è fatto, che Marco Aurelio avesse reso ai restanti indirizzi filosofici (tra cui era anche lo stoico, quello al quale egli stesso aveva consacrato la sua vita) meno onore che al peripatetico. Se anzi una diversa illazione fosse da ricavare, essa sarebbe questa: che le cattedre imperiali di filosofia, in Atene, potevano magari, per qualche scuola, essere superiori a due, e, nella loro cifra totale, superiori ad otto.
Era ben difficile che il regno di Marco Aurelio, quel suo governo, che fu definito di filosofi, avesse una più tangibile espressione della sua intima essenza. L’Università ateniese, così come egli ebbe a concepirla, fu quasi interamente una facoltà filosofica. Secondo il suo pensiero, i giovani dovevano essere anzitutto largamente istruiti nelle discipline filosofiche; solo in via secondaria, nelle discipline puramente letterarie; lo scopo professionale, poi, non doveva trovarvi, come non vi trovava, quartiere.