Già notammo come, fin da Adriano e dai primi due Antonini, alla cura semplicemente edilizia delle città si era accompagnata l’altra delle loro opere d’arte. Ma adesso ci troviamo in un tempo, in cui più vivi e numerosi dovevano essere i motivi di una tale preoccupazione. La storia del periodo, che adesso s’inizia, segnala il disastro di demolizioni inconsulte, per opera di privati o di imperatori, gli uni e gli altri, sospinti da zelo religioso, da ignoranza, da misoarcaismo. La preoccupazione degli eccessi di tale andazzo è palese nelle costituzioni de operibus publicis, che si succedono fin da Costantino, e in esse è degno di rilievo l’insensibile sfumare della cura edilizia in quella delle antichità e delle belle arti, sì che difficile riesce segnarne il preciso confine.
Ma, in questa medesima età, dopo i lunghi torbidi di oltre un secolo, riappare altresì quella forma specifica di sorveglianza delle opere d’arte, che, creata dagli Antonini, assume via via nuove denominazioni. Troviamo ora, in Roma, un curator statuarum, addetto alla erezione e alla manutenzione delle statue urbane,[560] e, poco dopo, ma quale magistratura già da tempo in vigore, un centurionato rerum nitentium, a cura e tutela degli oggetti d’arte, nonchè dell’abbellimento dei pubblici monumenti della città[561]. E tutte queste non piccole preoccupazioni di un imperatore, sospinto dall’ironia della sorte a difendere, contro le ingiurie del tempo e le intransigenze dei seguaci della religione favorita, i segni superstiti del passato, che così vigorosamente egli aveva cooperato ad abbattere, devono andare, non soltanto a discarico di quella minima parte dell’opera sua, che fu accusata di irriverente iconoclastia artistica,[562] ma a merito grande — e positivo — della sua amministrazione.
VI.
I figli e gli eredi di Costantino proseguono, con diligenza unica più che rara, l’opera del padre nel campo della pubblica istruzione, e, sebbene, nel loro legiferare su questa materia, nulla di caratteristico li distingua dai predecessori, pure le disposizioni particolari, da essi emanate, sono la più meritoria esecuzione di ciò che quelli, fin allora, avevano creato e immaginato.
Verso il 342 o 343, Costante chiamava a insegnare a Treviri — uno dei maggiori centri di studio della Gallia — il più celebre sofista del tempo, Proeresio, e lo faceva suo commensale. Di qua, per esaudire un di lui desiderio, lo manda a Roma a impartire il suo insegnamento dalla maggior cattedra del mondo. E da Roma il fratello suo e collega, Costanzo II., colui che tra breve raccoglierà ancora una volta tutto l’impero nelle sue mani, gli concede di trasferirsi in Atene, e lo colma di doni regali, e lo nomina stratopedarca, incaricando al tempo stesso il prefetto dell’Illiria di celebrare il giorno del conferimento di tanta dignità con una solenne gara di eloquenza nella Università ateniese.[563]
Nel 344, Costanzo II. e Costante insieme largiscono una serie di immunità agli ingegneri, agli architetti, agli aquae libratores, e, per la prima volta, ai matematici, i quali, benchè la loro disciplina rientrasse nel circolo delle arti liberali, erano, fin a quel tempo, rimasti esclusi da ogni esenzione.[564]
E la determinante della liberalità — si dichiara — è ancora una volta quella, che aveva sospinto Costantino il grande: il bisogno di persone adatte alle professioni edilizie, cui quei beneficati attendevano, e, quindi, il desiderio di moltiplicarne il numero e di migliorarne la specie,[565] come in verità doveva essere richiesto dal nuovo incremento edilizio di Costantinopoli, di Antiochia e di altre città orientali.
Lo stesso Costanzo si cura di rifornire copiosamente, ed a proprie spese, la pubblica biblioteca di Costantinopoli, che sembra solo ora assurgere a quel grado di importanza, che nella nuova capitale si richiedeva,[566] non che di fornire Costantinopoli dei migliori maestri del mondo. Ed invero, nel 342, noi vi troviamo un retore di Cappadocia, fattovi appositivamente venire dall’imperatore,[567] e, nel 351, questi vi chiamava da Nicomedia, Libanio — uno tra i più insigni maestri di retorica di quell’età — nominandolo pubblico docente di sofistica con uno stipendio vistosissimo, e facendolo segno alle maggiori dimostrazioni di stima.[568]
E, come sempre avviene in questi casi, l’esempio del principe provoca l’emulazione fra le maggiori autorità dello Stato. Vediamo, in questo tempo, e il Senato e i governatori gareggiare di zelo per le sorti della istruzione pubblica nelle varie città e nelle varie province. Ciò che una volta era stato detto a carico del governo romano: ch’esso non si curava d’altro se non dei porti, degli edifici e dei pubblici passeggi, non solo sarebbe adesso contrario a verità, ma suonerebbe come audace calunnia. Per decidere sui problemi, relativi alla pubblica istruzione, le città si rivolgono ora ai governatori, che dispensano consigli, avanzano proposte e intervengono con le loro iniziative. Il retore di Cappadocia, che noi troviamo nel 342 a Costantinopoli, era stato, prima che dal principe, richiesto insistentemente dal Senato;[569] Libanio stesso si era recato a professare a Nicomedia, invitatovi dal pretore di Bitinia, che n’era stato sollecitato dalle preghiere di quella popolazione[570]. Nel 351, l’anno del ritorno di Libanio, quale pubblico docente a Costantinopoli, vive pratiche del Senato e del pretore di Bitinia avevano preceduto l’intervento imperiale.[571] E poco dopo, agli Ateniesi, preoccupati della decadenza della loro Università, il luogotenente imperiale della Grecia, Strategio, rispondeva, formulando acconce proposte, e consigliandoli a invitarvi sofisti valorosi di altre città. Libanio ci ha conservato un passo di quella risposta: «Voi», aveva detto Strategio, «che avete fama universale di inventori e di maestri dell’agricoltura, non trovate nulla di disonorevole a cibarvi di grano importato dall’estero; se faceste lo stesso per la istruzione pubblica, credete forse che la vostra gloria ne sarebbe compromessa?»[572] Ed anche ad Atene era stato chiamato Libanio.
«I Romani volevano», scrive uno degli antichi espositori della vita scolastica ateniese in questa età, «i Romani volevano che ad Atene ci fossero numerosi sofisti e numerosi scolari.»[573] E noi abbiamo gravi motivi per non dubitare di una riforma, quivi compiuta dal governo, verso il 340, alla morte di un altro fra i titolari di quella cattedra di retorica, il sofista Giuliano. Quando questi spirò, si ebbe una vera e propria ressa di concorrenti alla successione. Le brighe fra i candidati e le lotte tra i commissarii giudicanti e i senatori ateniesi dovettero essere vivacissime. Ne seguì la proposta di ben sei titolari, e il governatore romano non esitò a ratificarla. Così, invece di una, si ebbero sei cattedre ufficiali di eloquenza greca.