Per tal guisa, Atene potè godere largamente della munificenza dei dominatori. E non Atene soltanto. Accorreva quivi tutta la gioventù della Grecia, dell’Oriente, dell’Asia, dell’Asia Minore, dell’Arabia e dell’Egitto. Atene era il maggior centro intellettuale di una buona metà dell’impero, e su tutto questo paese, nella pienezza della sua civiltà, venivano adesso a diffondersi i benefici della innovazione del governo romano.
Ma, assai più significativa di queste indicazioni isolate, noi possediamo di Costanzo una lettera ufficiale, concernente la nomina di un filosofo, Temistio, a membro del senato di Costantinopoli, in cui si contengono quelli che oggi si direbbero i criteri informatori di un programma di governo nei rispetti dell’istruzione pubblica, lettera, per cui può affermarsi che da questo momento, non solo nella tacita pratica di ogni giorno, ma nelle più solenni teoriche ufficiali, bandite dai gradini del trono, le armi hanno definitivamente ceduto alle toghe.
«L’uomo — scrive l’imperatore — che queste mie parole esaltano, non professò una filosofia insocievole; ma quella dottrina, che egli apprese con fatica, ora, fattosi banditore dell’antica sapienza e sacerdote dei sacrarii e dei templi della filosofia, con maggior fatica impartisce a chi la ricerca». «Egli, per quel che può, guida ciascun uomo, affinchè curi di vivere secondo ragione e sapienza».
«Niuna, invero, tra le cose umane, può riuscire a buon fine senza l’ausilio della virtù, nè nella vita domestica, nè in quella cittadina; onde i filosofi, che educano ed esercitano in questa i giovani, potrebbero bene essere detti padri comuni. Essi, ai padri appunto, insegnano i compiti della educazione, ai figli, quali cure debbano avere verso i padri. Ma son queste piccole cose; la verità è che giudice e rettore universale è il filosofo. Egli è colui che insegna quali siano i doveri verso il popolo, quali verso i governanti: è insomma la regola infallibile di tutta la vita civile. Così che, se accadesse che tutti gli uomini sapessero operare da filosofi, la loro vita sarebbe liberata da ogni malvagità, verrebbe a togliersi ogni pretesto alla iniquità e cesserebbe il bisogno delle leggi, giacchè quelle cose, da cui ora gli uomini si rattengono per timore, essi allora abborrirebbero spontaneamente.»
«Io, essendomi sempre adoperato con zelo perchè la filosofia risplenda dovunque, voglio che essa fiorisca sopratutto nella nostra città. Questo io so appunto che le tocca ora per merito di Temistio, e che per lui Costantinopoli va gloriosa del concorso di tanti giovani, amatori della filosofia, ed è già divenuta sede universale della dottrina, così che tutte le altre accordano ad essa di buon grado la palma del sapere e riconoscono che dalla nostra città, come da pura fonte, si diffondono per ogni dove i dettami della virtù». «E se circondare la città di mura, se adornarla di edifizi, se la sua popolosità sono segni dell’affetto del principe, quanto non ne sarà segno maggiore accrescere il Senato di un tanto uomo, che renderà migliori le anime di quelli che vi abitano, e, fra gli altri edifici, innalzerà il Ginnasio della virtù! Chi a una città appresta gli altri doni, largisce i beni migliori, ma chi ha cura della sua saggezza e della sua coltura, quegli le porge il bene più prezioso, che molti agognano e che soltanto pochi conseguono.»[574].
Così, ispirandosi a Platone ed a Marco Aurelio, scriveva al senato di Costantinopoli Costanzo II., in onore di Temistio. E questi, che, sebbene di opposta fede religiosa, fu il migliore interprete del di lui pensiero e della di lui politica, così, in altra occasione, commentava, sia pure con l’enfasi e con l’iperbole consuete alla letteratura del suo tempo, i meriti di Costanzo verso l’istruzione pubblica in Costantinopoli: «Fin ora, in questa città, gli uomini godevano solo della sua bellezza, perchè vi si portavano i prodotti di tutta la terra, ma niente se ne poteva esportare, salvo che sabbia e immondizie. Ora invece si può trafficare ed esportare da Voi, non oro o legname, o porpora, come da una miniera o da una foresta, o da una tintoria, e neanche vino, o legumi, o frutta (tutte queste cose, io penso, anche gente migliore può convenientemente ritrarle da gente peggiore), ma le due grandi mercanzie del nuovo emporio, che il principe volle a Voi fornire: la virtù e la saggezza.»
«E qui verranno a Voi, o cittadini di Costantinopoli, non già mercatanti o marinai, o volgare plebaglia, ma gli eletti, i cittadini d’ogni città, i più amanti della dottrina, il fiore della Grecia, e saran merci solo la dottrina e l’istruzione. Credete dunque che a torto le Muse si compiacciano di andare al campo, a fianco del nostro imperatore, e di procacciargli luminose vittorie, nelle quali nulla Marte ebbe che vedere?»[575].
VII.
Nonostante così largo e così illuminato mecenatismo, è pure probabile che i tre figli di Costantino abbiano infirmato quell’ampiezza di esenzione dai pubblici oneri, goduta da professori e da medici, che noi vedemmo concessa dal padre loro con la più sconfinata liberalità. Ce ne fa nascere il dubbio il confronto di una legge del successore, Giuliano l’Apostata,[576] la cui politica fu sostanzialmente una reazione al governo precedente, il confronto — dico — di quella legge con parecchie altre dei figli di Costantino.[577]
In essa, come è stato osservato,[578] Giuliano, riconfermando le immunità largite ai medici dal fondatore di Costantinopoli, invoca il precedente, non già dei figli di Costantino, ma dei veteres principes, mette in vistoso rilievo la equità e la liberalità sua di donatore, e conclude, facendo notare che così i beneficiati avrebbero potuto passare tranquillamente «il resto della loro vita.»