Adesso, dunque, l’imperatore dichiara essere indegno di sè e del suo secolo lasciare senza onore i meriti letterarii e la cultura dei sudditi più eminenti. Siamo dunque dinanzi a una concezione parecchio lontana da quella, con cui egli aveva inaugurato il suo regno. Gli anni e l’esperienza avevano, anche a lui, insegnato quello, di cui, già da tempo, i suoi predecessori si erano convinti,[819] che, se nessun governo si regge, trascurando le sorti della pubblica cultura, o partendo in guerra contro di essa, tanto meno lo poteva il governo romano in Oriente; ed egli, al pari dei rappresentanti la religione cristiana, di cui era voluto essere il braccio secolare, aveva dovuto fare dei notevoli strappi alle estreme conseguenze del suo pensiero di credente.
Ancora tre anni, e, nella Prammatica Sanzione, riguardante l’Italia, l’imperatore si compiacerà, e ne sarà lieto, di mantenere gli stipendii per tutte le cattedre dell’Ateneo romano. Era la smentita di tutto il suo remoto passato, e ad essa non possiamo assistere senza provare un senso di amarezza e (perchè non dirlo?) anche d’esitanza. Erano questi atti conformi a una rinnovata opinione teorica o si trattava di un nuovo espediente di governo?
Frattanto le rovine del passato non si risollevavano. L’ultima gloria ateniese era precipitata, le scuole dell’impero erano intristite, gli ultimi argini contro il Medioevo irrompente erano stati strappati e travolti. Chi avrebbe avuto cuore di assolvere il responsabile, anche dopo la conversione?
CONCLUSIONE
I. La politica scolastica della repubblica e dell’impero. Il governo centrale e le scuole di Stato. — II. Il governo e le scuole municipali e private. — III. Lo Stato, i maestri, gli studenti; la libertà dell’insegnamento. — IV. Lo Stato e gli insegnamenti professionali. — V. Le biblioteche pubbliche e loro amministrazione. — VI. Lo Stato, le Accademie, i Musei; la cura delle opere d’arte. — VII. L’imperatore, il Senato e la suprema direzione della istruzione pubblica. — VIII. L’amministrazione centrale e provinciale. — IX. Gli impulsi indiretti del governo alla istruzione pubblica; il tentativo d’una educazione ufficiale; lo Stato e l’educazione fisica. — X. La decadenza intellettuale, e la vanità effettiva dell’opera dello Stato.
I.
Io mi propongo di tracciare, in questo capitolo, le linee generali della politica dello Stato romano verso l’istruzione pubblica durante i primi secoli dell’êra cristiana, e, fondandomi sugli elementi successivamente sottoposti all’intelligenza del lettore, esporre in una sintesi conclusiva, e in modo sistematico, il meccanismo — (e i principii direttivi del suo funzionamento) — in quegli anni messo in opera, a vantaggio della pubblica istruzione. La politica dell’impero verso l’istruzione pubblica è un naturale svolgimento di quella dell’età repubblicana, e, come questa, non mira all’attuazione di un piano determinato a priori, ma procede a tentoni, per mille imprevisti casi ed atti, fino a terminare, nei secoli V. e VI., con l’inaugurazione di una vera e propria scuola di Stato.
Ma se la pratica è conseguente, le teoriche espresse dalle due età sono l’una diametralmente opposta all’altra. Si voglia codesta teorica, per il primo periodo della storia romana ritrovare tutta intera, e in modo assoluto, nelle parole de La repubblica di Cicerone, là dove si afferma che nelle buone tradizioni nazionali romane non trovava posto alcun sistema di educazione pubblica ed uniforme per tutti i fanciulli di nascita libera;[820] o si vogliano le parole di Cicerone, come è forse più probabile,[821] interpretare con discrezione e cautela maggiori del consueto, l’impero può in ogni modo contrapporre ad esse una molto diversa teorica. Che, se Costanzo II, in un documento ufficiale dirà, che il primo merito di un governo e di un principe è quello ch’egli si conquista verso la pubblica istruzione,[822] Simmaco, uno dei più grandi personaggi del secolo IV. ribadirà, rivolgendosi al primo magistrato romano, che «la prova della floridezza di uno Stato si desume dallo stanziamento di cospicue retribuzioni ai pubblici docenti»[823].
Ci troviamo dunque, come si vede, in aere e dinnanzi a concepimenti assai diversi. Per l’impero romano, lo Stato ideale è quello che largisce a sue spese la pubblica istruzione; per la repubblica, ogni paese civile poteva serenamente prescindere da siffatte preoccupazioni.
Per quali vie s’era compiuta tanta rivoluzione? La risposta non riesce difficile a chi con noi ha seguito, passo passo, lo svolgersi dell’amministrazione scolastica dello Stato romano.