Nel 1506, a Venezia, un giovane israelita ungherese venne arrestato per sospetto di voler rapire un fanciullo cristiano, ma, da saggi giudici, riconosciuto innocente, tosto posto in libertà.
Questo fatto ce lo narra il Sanuto nel volume sesto [(256)] dei suoi diarii, e lo diamo nel suo testo originale, poichè le parole dell'illustre storico mettono in più chiara luce e la illuminata giustizia veneta, ed il retto e sano criterio dei nostri padri.
“22 marzo 1506.
“In questo zorno hessendo gran Conseio suso, achadete chel fo retenuto un zudio hongaro, nominato Isaach, qual studiava et stava perhò in questa terra, et venuto zoso Gran Conseio, ser Hieronimo Quirini et ser Antonio Zustignam dotor, Avogadori, lo andono a examinar. Par chel ditto a San Stin [(257)] in certa calle havesse trovato un puto di anni 2 ½ in zercha, smarito, e lui lo tolse soto la vesta e lo voleva menar via ut dicitur a marturizarlo como fo il bia Simon a Trento et Sebastian Novello a Porto Bufole del 14.. [(258)], et visto da alcuni, tandem fu preso detto zudio che fuziva e si buttò al aqua. Et cussì li Avogadori fe la soa examination con interprete et formò il processo. Quello seguirà noterò di sotto, unum che la matina in Rialto alcuni zudei dal vulgo fonno batuti et quasi lapidati. Ma judico nulla sia et nulla seguirà et esser cossa falssa.”
“24 marzo 1506.
“In questa matina in quarantia criminal fu rilassato il zudeo retento per cazon del puto, atento nulla erra con effecto, et cussì li Avogadori messeno di rilassarlo e fu preso.”
Così si vedeva e si giudicava in Venezia nel 1506!
Verso il 1530, un ebreo, di Amasia, presso Erzerum, venne accusato dell'assassinio di un cristiano il quale era stato bensì visto entrare nella casa dell'ebreo, ma non era stato visto uscirne. Secondo il solito i correligionari dell'accusato furono coinvolti nel processo. I disgraziati vennero sottoposti alla tortura, e, sotto l'angoscia di inenarrabili sofferenze, confessarono di aver assassinato un cristiano; tutti furono appiccati, ed un medico, Jacob Abiob, bruciato vivo. Ma l'accusa non era che una orribile calunnia ordita da falsi testimoni e la prova non tardò a farsene palese: la pretesa vittima ricomparve. La causa venne allora portata a Costantinopoli, dinanzi al Tribunale di Solimano II, che non soltanto punì i calunniatori, ma ordinò che altre accuse di questo genere, contro gli Ebrei, che potessero riprodursi, dovessero portarsi dinanzi al divano di Costantinopoli, ogni altra giurisdizione esclusa.
Bastò questa disposizione, bastò l'idea di trovarsi dinanzi a giudici relativamente illuminati, perchè, per ben tre secoli, la calunnia non rialzasse più il capo negli Stati del sultano [(259)].
Anche nel secolo nostro simili casi si riprodussero sovente, troppo sovente per un secolo che ha la pretesa di essere quello dei lumi. Pur tacendo di altri fatti, ricorderemo come a Damasco un rispettabile e venerando cappuccino italiano, il padre Tommaso, ed un suo domestico, scomparissero nel febbraio 1840. Un barbiere ebreo e sette mercanti ebrei furono arrestati sotto l'imputazione di averli uccisi per compiere un sagrifizio rituale. Il processo venne istruito in modo, che, lord Palmerston, nella seduta della Camera dei Comuni inglesi del 22 giugno 1840, ebbe a dichiarare “esempio di barbarie e di atrocità inaudite nel nostro secolo, e quali non potevansi aspettare in un paese che è in relazione col mondo civile [(260)].” Atroci tormenti strapparono agli sventurati accusati una specie di confessione che smentirono energicamente dopo. Il console d'Austria, signor Merlato, tentò invano di calmare l'emozione popolare. Una sollevazione dei cristiani siriaci ne seguì, e, malgrado i passi fatti al Cairo, da sir Moses Montefiori e da Cremieux, in favore dei loro correligionari, malgrado che il Vicerè d'Egitto, Mohammed-Ali, prosciogliesse gli Ebrei da ogni accusa, il popolaccio non fu meno convinto, e lo è ancora adesso, che il padre Tommaso venne sacrificato in obbedienza ai riti talmudici delle feste pasquali.