Quasi contemporaneamente, a Rodi, sorgeva una simile accusa, sempre contro gli Ebrei, ma, il 20 luglio 1840, il Consiglio di giustizia della Porta, che aveva avocato a sè la trattazione dell'affare, assolse tutti gli Ebrei dalla accusa portata contro di loro dai Greci, di essersi impadroniti di un fanciullo greco, al solito intento di scannarlo e di servirsi del suo sangue per la Pasqua. Nè pago di ciò, il Governo turco, per dimostrare tutto l'orrore che gli inspiravano le inumane sevizie usate dal pascià di Rodi contro gli Ebrei accusati, lo destituì da ogni sua carica ed il sultano Abdul-Medjid, con un suo firmano, in data del 13 Ramazan 1256 (7 novembre 1840), che si leggerà fra i documenti, pose in piena luce l'innocenza degli Ebrei accusati a Damasco ed a Rodi.
Pochi anni dopo una cittaduzza italiana, Badia, in provincia di Rovigo, vedeva svolgersi un importante processo, di cui pubblicheremo più innanzi i documenti, processo che finì coll'assoluzione dell'ebreo imputato e colla condanna della sua calunniatrice.
Ricorderemo ancora un processo che ebbe luogo or sono venti anni a Saratoff, l'ultimo, crediamo, nel quale gli Ebrei venissero, malgrado le proteste delle autorità civili e militari, e dello stesso ministro di giustizia, condannati, e ciò, in seguito a testimonianze di persone peggio che equivoche e malgrado che la tortura non fosse giunta a strappare la menoma confessione a nessuno dei pretesi rei.
È troppo recente, e troppo presente alla memoria di tutti, un fatto accaduto due anni or sono ad Alessandria d'Egitto, perchè vi spendiamo sopra ulteriori parole.
Non possiamo però resistere al desiderio di fare qualche breve osservazione sul conto dello stranissimo processo che si svolse non ha guari in Ungheria. A Tisza Eszlar — paese situato, è bene notarlo, nella circoscrizione elettorale che inviò alla Tavola dei deputati il famoso antisemita Geza-Onody, — una ragazza quindicenne, di religione protestante, a nome Ester Solymossy, essendo sparita, gli Ebrei furono accusati di averla assassinata per scopo rituale. Mancava ogni base giuridica all'accusa; nelle acque del Tibisco si era persino ritrovato un cadavere che, quantunque deformato, appariva, indubbiamente, dagli indumenti che portava, quello della infelice scomparsa; sul cadavere non si riscontrava nessuna lesione che potesse far sospettare se ne fosse cavata una sola goccia di sangue; malgrado tutto ciò si voleva il processo; ed il processo, ad eterno disonore dell'Ungheria, ebbe luogo.
Non ce ne rammarichiamo noi; perocchè quel processo è la più fulgida testimonianza dell'innocenza degli Ebrei, confermata da tre conformi sentenze pronunciate, malgrado le esorbitanze di una folla briaca d'odio e sitibonda di sangue, fanatizzata dalle mene degli antisemiti.
Solo argomento a sostegno dell'accusa era, orribile a dirsi, la deposizione di un ragazzo quattordicenne, Maurizio Scharf, figlio ad uno dei principali accusati [(261)]. Come si giungesse a costringere un figlio a calunniare il proprio padre, ce lo dica una corrispondenza che il Figaro di Parigi riceveva da Vienna in occasione del processo.
“Per slegare la lingua a quel Maurizio Scharf, il Deus ex macchina di quel processo, il ragazzo quattordicenne che, con accanimento singolare, si era fatto accusatore del proprio padre, il cancelliere giudiziario Peczely, quel fenomeno di magistrato che nel corso del processo si seppe aver passato quindici anni della sua vita in galera per tentato assassinio, ricorreva ai seguenti mezzi: gli somministrava schiaffi e pugni in buona dose, gli anneriva il dorso con colpi del suo scudiscio da caccia e gli minacciava di fargli finire i suoi giorni in una oscura cella, talmente sucida che neppure un cane vi accetterebbe un pezzo di pane. Al contrario gli prometteva mari e monti nel caso in cui si decidesse a parlare.”
Nè diversi erano, sempre secondo la citata corrispondenza, i mezzi usati cogli altri imputati. Ora venivano gettati in qualche cella umida e fredda, ora si esponevano ai raggi del sole, quel sole della Pusztah che ha i suoi quaranta gradi al minimum, e quando si lagnavano di aver sete, si versavano loro nella gola torrenti d'acqua che li soffocavano. Del resto il knut non riposava gran fatto.
Più efficace ancora è la descrizione che, dei mezzi usati contro gli imputati di quell'iniquo processo, ci fa un eminente scrittore francese, il Cherbuliez — che mal si cela sotto il pseudonomo di Valbert — nella Revue des deux Mondes del 1º agosto 1883: “Il giudice d'istruzione [(262)], non potendo cacciar nulla dall'imputato Vogel, dopo avergli applicato un ceffone, chiamò i suoi sgherri, e minacciò di bastonarlo: rispose che quanto si voleva fargli dire era falso, siccome potevano confermare ventiquattro testimoni che desiderava si citassero. Tre pugni fortemente appiccicatigli sulla mascella ne fecero sgorgare il sangue; rifiutò di confessare. Gli si fece allora inghiottire tanta acqua che fu costretto a lasciarsi cadere a terra per poterla recere; quando l'ebbe rigettata, lo si costrinse a bere tre bicchieri di acqua salata. Rifiutò di confessare. Gli vennero allora legate le mani dietro il dorso, il commissario lo prese per uno dei ricci dei suoi capelli, un altro per l'altro e tirarono così forte che i due ricci restarono loro nelle mani. Rifiutò di confessare. Lo si spogliò, lo si fece coricare sulla paglia minacciando di appiccarlo pei piedi. Rifiutò di confessare. Poi lo si obbligò a correre sino ad Eszlar dinanzi al cavallo d'un panduro. Il calore era soffocante ed egli non si reggeva più, ma ricusò di confessare. Si finì col rinchiuderlo in una oscura cella. Vi dimorò tre settimane e vi cadde gravemente malato sempre chiedendo, invano, che si sentissero i suoi testimoni.”