“Chi versa il sangue dell'uomo sarà versato il suo sangue.

“Molti è vero, hanno le mani lorde di sangue umano, eppure muoiono tranquillamente nel letto loro. Ma il loro sangue sarà versato nel giorno del giudizio [(283)]”.

E se ciò non basta all'articolaio, se non gli basta la dichiarazione dell'Unità Cattolica di non aver trovato nel Talmud nessun precetto che comandi o consigli il nefando rito, ci stia a sentire; non potremo esser brevi, e ne chiediam venia ai lettori, ma vorremmo farla finita una buona volta con questa stolida calunnia.

Vi è all'Università di Praga, un I. R. professore di antichità giudaiche, che dopo essersi fatto una bella fama di cretino sostenendo i pretesi miracoli della stigmatizzata Lateau [(284)], e coprendo di contumelie i protestanti, ha pensato in occasione del processo di Tisza-Eszlar di riconfermarla, mandando fuori parecchie sue cicalate, intese a dimostrare come gli Ebrei facciano uso pei loro riti di sangue cristiano.

Queste cicalate provocarono le risa di tutti i dotti di Europa, senza distinzione di culto; fu provato che il Rohling è un vigliacco calunniatore, un ignorante di tre cotte, nella migliore ipotesi, un mattoide della più bell'acqua.

Ma tutte queste qualità che rendono il Rohling indegno di esser citato a qualsivoglia persona seria, lo costituiscono invece la più bella, la più luminosa autorità che possa opporsi all'articolaio della Civiltà. Similia similibus.

Ora questo Rohling, in una lettera, scritta il 19 giugno 1883, al famoso deputato antisemita ungherese Geza di Onody, lettera che venne riprodotta il 24 giugno nell'Ungarischer Grenzbotes di Presburgo scrive queste precise parole: “Avevo detto nella mia Antwort an die Rabbinen che io non avevo trovato nel Talmud — per quanto ne conosciamo delle edizioni stampate — nessuna prova dell'assassinio ritualmente ordinato agli Ebrei”.

Mentre quindi l'articolaio, poco civile e meno cattolico, con quella sicumera che si addice alla sua ignoranza, afferma nel 1881 questa legge di sangue fondata nel Talmud, due anni dopo, il suo degnissimo Rohling, professore di antichità giudaiche, è costretto ad affermare che non seppe trovare nel Talmud una riga che facesse al caso suo.

Prevediamo però l'obbiezione che si potrebbe farci. Si potrebbe dirci che la malafede del Rohling è uguagliata soltanto dalla sua crassa ignoranza, sicchè nessun uomo, per poco che si rispetti, è obbligato a prestar fede alle sue parole.

E rispondendo così anche l'articolaio sarebbe perfettamente nel suo diritto e nessuno saprebbe dargli torto.