E nel Cunto de li Cunte, il trattenimento della Giornata iii, Rosella, di cui ecco l'argomento: “Lo Gran turco, pe' farese no vagno de sango de signore, fa pigliare 'no prencepe. La figlia se ne 'nnamora; e se ne fujeno. La mamma l'arriva e le so tagliate le mano da lo Prencepe. Lo Gran Turco ne more de crepantiglia. Ma jastemmata la figliola da la mamma, lo Prencepe se ne scorda, ma, dopo varie astuzie, fatte da essa, torna a memmoria de lo marito e se gaudeno contente.”
Nè mancano monumenti che ci abbiano portato le prove di siffatta credenza. Il sacrificio di un bambino è rappresentato infatti su certi monumenti del medio evo, ma queste scolture portano dei segni evidenti della dottrina gnostica delle emanazioni, che non ha nulla a che fare cogli Ebrei [(302)].
In uno dei lati d'un cofanetto trovato presso Volterra, e che fece poi parte della collezione del duca di Blacas a Parigi, si vede raffigurato un fanciullo colla testa e le braccia pendenti nell'abbandono della morte: due uomini sono occupati a lavare il cadavere immerso per metà in una vasca. L'altro lato rappresenta questo cadavere posato su di un rogo le cui fiamme l'inviluppano. Uno degli assistenti volge la testa e se la nasconde fra le mani con un gesto di pietà e di orrore. Su un lato opposto del cofanetto è rappresentata la purificazione del cadavere.
Indubbiamente queste scolture rappresentano un rito religioso nel quale viene sacrificato un fanciullo.
Ma a chi apparteneva quel cofanetto? Ad Ebrei certamente no. Ed a noi basta quindi averne accennato l'esistenza per dimostrare come, questi riti sanguinosi sian forse stati, per lo passato, praticati da sêtte che cogli Ebrei non ebbero nulla di comune, e lasciamo ad altri il decidere se il cofanetto di Volterra appartenesse ai Templari, ai Gnostici od a qualsivoglia altra setta.
Anche un papa, Innocenzo VIII, fu accusato di aver fatto rapire de' fanciulli per sgozzarli e bagnarsi nel loro sangue [(303)], e la stessa accusa fu ripetuta quasi un secolo dopo contro un re di Francia, Francesco II, il marito della bella ed infelice Maria Stuarda, come ne fa fede il seguente brano della Histoire Nationale de Paris et des Parisiens, par H. Gourdon de Genouillac (tom. ii, 1882, pag. 3–4):
“Il y eut un certain nombre de gens pendus, vers la fin du 1559, pour avoir répandu une calomnie contre Catherine de Médicis et son fils; voici le fait: Le jeune roi s'étant trouvé malade à Fontainebleau, les médecins l'envoyèrent a Blois pour y respirer l'air natal, mais les gens du pays, prétendirent que ce n'etait pas de la fièvre quarte, comme le prétendaient les médecins, dont souffrait François, mais bien de la lèpre, et on raconta que plusieurs enfants avaient disparu depuis l'arrivée du roi, que ces enfants avaient été mis à mort pour que le roi pût prendre des bains de sang, remède qui convenait d'autant mieux au royal malade, que sa mère ne l'avait conçu que lorsque, d'après l'ordonnance du premier médecin Fernel, elle s'était décidée, après dix ans de stérilité, à ne remplir ses devoirs d'épouse que pendant certaines époques, où d'ordinaire les femmes s'en abstiennent. Ce bruit, habilement semé par les calvinistes, trouva vite de l'écho; des bords de la Loire il arriva à Paris, où il fut colporté partout, et le parlement dut sévir contre ces propagateurs; ce fut un prétexte tout trouvé pour arrêter et envoyer à la potence le gens suspects. On ne négligea pas de s'en servir, et plus d'un Parisien bavard alla réfléchir au Châtelet au danger qu'on court lorsqu'on a la langue trop longue.”
Malgrado la severa lezione, qualche secolo dopo la calunnia ricomparve in Francia, non più contro un re, ma vaga ed indeterminata; si accusarono delle sparizioni, pur troppo reali, di vari giovani, ora una principessa che si dilettava di bagni di sangue, ora, naturalmente, gli Ebrei; chi fossero i colpevoli ce lo dica il seguente brano delle Mémoires tirés des Archives de la Police de Paris, pour servir a l'histoire de la morale et de la police depuis Louis XIV jusqu'à nos jours, par I. Peuchet (Paris, Levavasseur, 1868, 6 vol. in-8. Tom. i, pag. 144 e segg.):
“Eran già varî anni, dacchè il signor de la Reynie copriva, con soddisfazione generale, l'ufficio di luogotenente generale di polizia, allorquando nei principali quartieri di Parigi si diffuse repentinamente un grave panico occasionato da straordinarie sparizioni di persone.
“Nello spazio di circa quattro mesi, ventisei giovani, il più giovane dei quali aveva raggiunto il diciasettesimo anno, ed il più vecchio non toccava il venticinquesimo, sparirono, lasciando le rispettive famiglie inconsolabili per la loro perdita. Voci misteriose e contraddittorie circolavano a questo proposito nel sobborgo Sant'Antonio, che aveva in questa guisa perduto quattro o cinque bei giovani, figli di ebanisti e di mercanti di vecchi mobili. Le donnicciuole pretendevano che una principessa, la cui vita era posta in pericolo da una malattia di fegato, lottasse contro il male tuffandosi tutti i giorni in un bagno di sangue umano. Altri affermavano che gli Ebrei, per odio al Dio crocefisso, crocefiggessero di quando in quando dei Cristiani. Questa pazza opinione fortunatamente non prevalse. Ad ogni modo però Parigi era in preda al terrore ed alla desolazione. Il duca di Gêvre ne parlò al Re, e questi, quando il luogotenente di polizia si recò da lui, per l'ordinaria relazione, si lagnò vivamente che si tollerasse un simile succedersi di rapimenti che, senza dubbio, erano seguiti da morte violenta, perchè nessuno degli scomparsi aveva mai fatto ritorno.