In quei tempi le accuse, assurde o meno, erano sempre egualmente buone. Bastava che un facinoroso qualunque le ponesse in giro, perchè si desse di piglio alle armi, si corresse al ghetto, e si punissero gli Ebrei col saccheggiarne i beni. L'intiero popolo ebreo potè per secoli far sua l'amara esclamazione del romano proscritto. “La mia villa di Alba mi ha perduto.”

Col progresso dei tempi si capì che era assurdo parlare di fontane avvelenate, o di oltraggi al Santissimo Sacramento; ma l'accusa di antropofagia rimase, come quella che oltre a colpire più facilmente le immaginazioni della plebe, sempre avida di racconti di misteriosi delitti, era sorretta da un altro importante fattore.

Per ogni fanciullo che gli Ebrei erano accusati di aver ucciso, la Chiesa cattolica acquistava un martire di più.

E ciò che importa, e che spiega assai cose, un martire che faceva miracoli.

La narrazione di questi miracoli, quali ce li dà un autorevole e moderno scrittore cattolico, Rohrbacher, è troppo interessante, perchè noi, a costo di ripeterci, resistiamo al desiderio di metterla sotto gli occhi dei nostri lettori.

“L'anno 1250 gli Ebrei di Saragozza attaccarono con chiodi contro la parete un fanciullo cristiano di sette anni, gli squarciarono, in odio di Cristo, il costato con una lancia e lo seppellirono di notte sulla riva. Ma in mezzo alle tenebre il luogo era irradiato d'una splendida luce. Accorsivi i Cristiani, trasportarono le reliquie con gran pompa alla chiesa principale, dove accadde un gran numero di miracoli. A quella vista l'ebreo Mosè Albayhuzet, che aveva rapita la vittima innocente, abbracciò il Cristianesimo. Ecco quanto riferisce lo storico aragonese Girolamo Blanca, giusta gli Archivi della chiesa di Saragozza.

“Nel 1255 i principali ebrei di tutta Inghilterra sì adunarono a Lincoln per rinnovare la passion di Cristo su d'un fanciullo di otto anni per nome Ugo. Uno faceva da preside Pilato, altri l'officio di carnefice. Fecero soffrire al giovinetto tutti gli oltraggi che il Vangelo riferisce aver i loro antenati fatto patire al Salvatore del mondo. Lo batterono crudelmente colle verghe, gli conficcarono in capo una corona di spine, lo affissero ad una croce, gli diedero a bere del fiele e finalmente gli trafissero il costato con una lancia.

“Tale fu il loro pasquale sacrificio che solevano immolar ogni anno, se l'occasione lo permetteva, come confessarono dappoi. Per colmo di scelleratezza gli strapparono le viscere per servirsene a magiche operazioni. Nascosero profondamente sotto terra il corpo, per tema che i Cristiani ne venissero in cognizione; ma la giustizia di Dio non lasciò impunito questo misfatto. La terra ogni notte rigettava il corpo della vittima. Gli Ebrei, avendolo così più volte sepolto, finirono col gettarlo in un pozzo.

“Intanto la madre del fanciullo cercava dappertutto il suo figliuolo. Avendo saputo che era entrato nella casa d'un ebreo, vi penetra, fruga per tutto, guarda entro il pozzo e vi scorge il corpo del figlio. Senza dir nulla avverte il giudice; il padrone della casa viene arrestato, confessa tutta la serie delle cose (anche il miracolo dunque?) e viene attaccato alla coda di cavalli per essere squartato. Novanta ebrei sono condotti nelle prigioni di Londra per subirvi il supplizio che meritano. Il corpo del fanciullo cavato dal pozzo è solennemente trasportato, come il corpo di un martire, nella Chiesa cattedrale. Il re Enrico III fa procedere giuridicamente contro tutti gli Ebrei d'Inghilterra, affine di distoglierli col terrore dei castighi dal commettere ancora simili misfatti. Ecco quanto riferisce tra gli altri Matteo Paris, autore del Paese e del Tempo.

“Un ebreo di Germania aveva una nutrice cristiana, chiamata Agnese, la quale insegnava alla moglie di lui le preghiere de' Cristiani. L'ebreo, accortosene, entra in furore, va a trovar la nutrice addormentata, l'uccide con tre colpi di pugnale nel cuore, sotto gli occhi di sua moglie, poscia se ne va alla sinagoga. La moglie, presa da spavento, si chiude nella propria camera. L'ebreo di ritorno non trova più il cadavere della nutrice, e s'immagina che l'abbia trasportato la moglie; questa non trovandolo più, pensa che l'abbia levato il marito. Nè l'uno nè l'altra cerca più oltre. Quaranta giorni dopo passa una donna forestiera che li saluta affettuosamente (splendido, quell'avverbio!!) da parte della nutrice Agnese. L'ebreo allora domanda alla moglie: “Come avviene ch'ella viva? Non l'ho io ammazzata?” La moglie risponde: “Egli è che il Cristo suo Signore è abbastanza possente per risuscitare una defunta. — Ed ecco, ripigliò l'ebreo, quel ch'io ho sempre temuto, che ella non ti faccia apostatare. — ” E tosto legolla e la rinchiuse per due anni in una stanza. Essendo l'ebreo andato lontano, la donna fuggì con due figlioletti ed un terzo ond'era incinta e si rifuggì nella chiesa dove ricevette il battesimo col nome di Geltrude, con grande allegrezza de' fedeli, che sapevano esser lei ricchissima (qui sta il busillis) ed onestissima donna. Ella dimorò nella diocesi di Colonia, dove incontrò la nutrice Agnese che portava tuttora le cicatrici dei tre colpi di pugnale. Essa disse ch'era stata guarita all'istante medesimo, e che erasi sottratta clandestinamente per non accendere di più il furore dell'ebreo. Tutti questi fatti vennero a cognizione di Corrado Arcivescovo di Colonia. Agnese mori l'anno 1265: Geltrude viveva ancora quando Tommaso Cantipratese ne scrisse la storia.