Capisco che Ella mi dirà che ciò che si è detto dei Monita è calunnia nera, e verità invece sacrosanta quanto l'articolaio suo blatera contro il Talmud; ma io le risponderò pregandola a rileggere quanto è scritto nei precedenti capitoli e ad esaminare, con serena coscienza, se più sian convincenti gli argomenti miei o quelli dell'articolaio suo; ma siccome in quei capitoli io non pigliavo di fronte uno piuttosto che un altro nemico del giudaismo, e combattevo, non il calunniatore, ma la calunnia, così consenta che in questa mia lunga lettera io risponda a talune delle più impudenti osservazioni dell'articolaio suo.
Abilità miranda, malizia sopraffina od arte infernale, Riveritissimo Signor mio, è invero quella di cui fa prova l'articolaio suo, allorquando a pag. 4 e 5 del vol. V, pretende provare che l'Assemblea dei notabili ebrei, prima, ed il Sinedrio da poi, convocati a Parigi dal primo Napoleone, ingannarono la Francia ed il mondo, e facendo mostra di amore pei Francesi e per gli uomini civili in generale, proclamarono invece altamente il loro odio per tutti quanti non sono Ebrei.
Riassumo l'argomentazione dell'articolaio suo.
Egli dice: Gli Ebrei dichiararono in quelle solenni adunanze, di avere in conto di fratelli coloro che osservano i sette precetti noachitidi. E questo è vero. Ma, prosegue l'articolaio, fra questi precetti vi ha quello di non mangiar carne strappata da animale vivo, e l'altro di aborrire dal culto degli idoli. Ora nessun popolo, tranne l'ebreo, aborre dall'uso di carni strappate da animali vivi e l'ebreo considera idolatri i Cristiani pel culto di latria che rendono a N. S. Gesù Cristo, pel culto di dulia che professano alla Beata Vergine. Quindi gli Ebrei dicendo di aver in conto di fratelli coloro che osservavano i sette precetti noachitidi, venivano, alla fin dei conti, a dire che non avevano in conto di fratelli altro che se stessi.
Non mi affannerò io certamente a provare che il Dio della Bibbia rivelò a Noè ed a' suoi figli i sette precetti che i talmudisti dicono noachitici.
Son fole, indegne che Ella ed io ci perdiamo tempo.
Ma vorrà Ella negarmi che quei sette precetti rappresentino il minimum, per così dire, della morale?
Che vi ha dunque di strano se gli Ebrei dicono doversi considerare fratelli quelli soltanto che quei precetti noachitici osservano?
Per noi, educati alle idee di moderna tolleranza, di quella tolleranza che l'articolaio suo chiama massonica e che io dico cristiana, è infame eccettuare, teoricamente almeno, dalla fratellanza universale il cannibale e l'antropofago; alla S. V. Illma — nel cui giornale si tributano continui elogi alla cattolica Spagna, che non paga di aver bruciato Mori ed Ebrei in casa sua, ha distrutto, quasi, in America, le razze autoctone — alla S. V. Illma, siffatta eccezione deve sembrar naturale quando le sia provato che non si riferisce a' popoli cristiani o maomettani, ma soltanto agli idolatri ed ai cannibali propriamente detti. E questo lo proverò in poche righe, malgrado i sofismi, diremo rabbinici, dell'articolaio suo.
Cominciamo in amoenis, e cioè dal precetto di non mangiar carni strappate da animali vivi. Nessuna religione, dalla giudaica in fuori, dice l'articolaio suo, ha tale precetto siccome rivelato da Dio; sopra il che ricorda quanto è scritto nei Fioretti di San Francesco nel capo i della vita di Fra Ginepro: “Visitando un frate infermo, domandollo: Possoti io fare servigio alcuno? Rispose l'infermo: Molto mi sarebbe grande consolazione uno peduccio di porco. Disse Frate Ginepro: Lascia fare a me. E va e piglia un coltello, ed in fervore di spirito va per la selva dov'erano certi porci a pascere, e gittossi addosso ad uno e tagliali il piede e fugge lasciando il porco col piè troncato” violando così — prosegue l'articolaio — un precetto noachitico e rendendo indegni sè e il Frate infermo che mangiò il peduccio di porco, della carità universale ebraica.