E passo ad un altro capo d'accusa.
L'articolaio suo è andato ad esumare, dai libri di uno dei tanti Ebrei rinnegati, il Drach, una vecchia, vecchissima accusa contro gli Ebrei.
“Ancora ai nostri giorni, egli dice, un tribunale di tre Ebrei, talvolta i meno civilizzati ed i più ignoranti del luogo, ma che dinanzi alla sinagoga ha piena autorità, si arroga il diritto (noi gemiamo di doverlo dire) di sciogliere i loro correligionari dai loro giuramenti, di annullare le loro promesse ed i loro impegni più sacri, così pel passato, come pel futuro.” Che il Drach fosse un malvagio ed un mentitore impudente, sapevamcelo da un pezzo; che il suo articolaio non conoscesse verbo del Talmud, se non a traverso le opere venali degli Ebrei rinnegati, aveva avuto cura di avvertircene egli stesso con queste parole (pag. 215, vol. vi):
“Alle rivelazioni dei Rabbini convertiti si dee pressochè esclusivamente quella qualunque (assai scarsa!) siasi cognizione in cui ora siamo (parli per sè, il dotto articolaio, chè gli uomini di buona fede sanno attingere ad altre, meno impure, sorgenti) di quella perversa legge (il Talmud).” Ma che nel secolo xix toccasse rispondere, per la millesima volta, ad un'accusa di questo genere, e che quest'accusa fosse riferita dal giornale di una Compagnia meritamente celebre per vastità di dottrina ed acutezza di mente, è cosa che davvero non mi sarei mai aspettato.
Siccome però tengo per assioma il precetto che a qualunque anche stolida accusa convenga rispondere, così rispondo al Drach ed allo articolaio.
Anche in questo caso si verifica il detto volgare, che non c'è fumo senza fuoco, ma è un fuocherello ben piccolo, glielo accerto, in paragone di quello dei roghi che bruciarono tanti poveri Ebrei ed anche, une fois n'est pas coutume, il R. P. Malagrida, che io tengo per altrettanto innocente quanto, quei poveri Ebrei.
Mi stia dunque a sentire, Riverito Signor mio!
È vero che una volta all'anno l'Ebreo si fa prosciogliere dalle promesse non mantenute; ma bisogna distinguere, perchè, come Ella mi insegna: Qui bene distinguit, proximus est veritati.
Non si tratta dunque, come il Drach rabbinicamente insinua, e l'articolaio pecorescamente copia, di promesse fatte a qualsivoglia persona o di giuramenti fatti a privati, a tribunali, a principi; si tratta soltanto di voti religiosi fatti a Dio e non adempiuti per cause indipendenti dalla volontà di chi li ha fatti [(325)].
Ora giova avvertire due cose: e cioè che se un Cattolico si trova nello stesso caso, ricorre alla Santa Sede, che avendo ricevuto da N. S. Gesù Cristo facoltà di sciogliere e di legare, lo proscioglie dal voto; l'Ebreo, che non ha autorità spirituale, ricorre a tre, che chiamerei probiviri, i quali adempiono ad un atto di carità, tranquillizzandone la coscienza. Oltre a ciò, è a sapersi che gli Ebrei non furono mai troppo teneri dei voti. Nell'Ecclesiaste è detto: “Meglio è che tu non voti, che se tu voti e non adempi” (v. 5) e Rabbi Meir commentando questo versetto soggiunge: “Ma meglio assai non far nessun voto” [(326)]. E forse il buon Rabbi nell'emettere tale parere, aveva presente il versetto 14 del vi dei Numeri, nel quale il Signore comandò che chi ha fatto un voto e lo ha osservato, debba, tra gli altri sacrifizi, offrirne uno in espiazione del peccato di aver fatto un voto.