Ma non basta, che un ebreo abbia osato assumere contro di lui la difesa di una sua sorella; egli vede “in Inghilterra il giudaismo onnipossente, mercè la sua alleanza con la Gran Brettagna. Interessi comuni stabilirono un cordiale accordo fra quelle due nazioni commerciali,” egli vede, o sogna, che il giudaismo mette a disposizione dell'Inghilterra, “l'influenza finanziaria di cui dispone ed il suo concorso commerciale” e raccapricciando, egli inglese, scorge che, “intanto che l'Inghilterra e la Russia si contendevano il primato sulla Turchia, il giudaismo servì d'ausilio alla prima facendo una guerra inesorabile alla Russia.”
Acciecato dall'odio pel suo paese, — nobile sentimento invero — il bey volle fulminare colla sua penna d'oca, molto d'oca, gli Ebrei che egli crede gli alleati dell'Inghilterra e lo fece con tanto acume, con tanto buon senso, che, dimenticando di avere scritto i brani che ho finora citato, scrive a pag. 55, del suo povero opuscolo, queste parole: “Quando l'Inghilterra e la Francia erano arbitre dell'Europa, il giudaismo si basava sulle loro influenze... dopo il 1867 disertarono la bandiera tricolore e la croce di San Giorgio.”
Ma perdoniamo al bey queste sue contraddizioni; perdoniamogli anche la sua ignoranza assoluta della nostra lingua che gli fa scrivere, come a pag. 63, questa pretesta per questo pretesto, o come a pag. 64, ciurma di intrighi invece di non so che; ed occupiamoci alquanto del suo opuscolo.
Prima però completiamo, con due citazioni dell'opuscolo stesso, il ritratto morale dell'autore. Il bey fu militare, e pose, è lui che lo dice, la sua nobile spada al servizio di un generale che proteggeva i briganti (pag. 5). Fu forse al servizio di questo generale che egli imparò la lealissima arte di polemica, di cui parla a pag. 75. “Fu necessario che io mi recassi a Parigi per impossessarmi (leggi: rubare), di trofei negli stessi uffici dell'Alleanza Israelitica.”
Ed ora vediamo cosa ci sa dire contro gli Ebrei questo rinnegato inglese, questo seida di un generale che protegge i briganti, questo polemista, che va in casa altrui, ad impossessarsi di trofei.
Avverto però che non rileverò le accuse contro gli Ebrei che il bey ripete, se già in altra parte di questo libro io abbia avuto ad occuparmene:
A pag. 13 accusa l'Ebreo di mancare d'amor proprio e soggiunge: “se voi l'insultate non ne farà caso alcuno.” Chi ha vissuto in società sa che vi sono Cristiani ed Ebrei assai suscettibili in materia d'onore, e Cristiani ed Ebrei privi di amor proprio: io, per esempio, conosco un bey, che professò tutte le religioni meno l'ebraica, e che non si risentì quando il prof. Ottolenghi lo minacciò per le stampe di prenderlo a pedate... nel beylicato.
Del resto questo bey ha, fra le tante sue virtù, quella di veder sempre il fuscello che è nell'occhio dell'Ebreo e di non veder mai la trave che è nel suo.
Se così non fosse, come oserebbe questo bey accusare gli Ebrei di essere insensibili ad ogni soddisfazione di amor proprio, e soltanto avidi di denaro, ricordandosi di aver scritto a pag. 216 di un altro suo libello, gli Inglesi in Oriente, queste precise parole:
“La stampa in Londra (dice lui), fu unanime a riscontrarvi dei meriti, (in una sua opera); questa fu la sola soddisfazione e il solo vantaggio, a ricompensa delle mie fatiche, un centinaio di sterline m'avrebbe meglio pagato.”