Ebreo d'un bey!

E se avesse meglio pensato ai casi suoi come avrebbe potuto scrivere a pag. 41 della sua compassionevole catilinaria contro gli Ebrei queste parole: “Gli Ebrei meriterebbero che si stigmatizzassero (sintassi beylicale!) col nome di lupi sotto pelle d'agnello; perchè in fin dei conti, tale è il nome che si deve dare a coloro che pretendono aver in una volta due nazionalità distinte.”

Nessun professore, ebreo o cristiano, potrebbe minacciare impunemente un lupo di pigliarlo a pedate; l'agnello è tipo di mansuetudine; io non farò dunque a quelle brave bestie il torto di paragonarle a chi so io; ma, ti domando, o bey, se chi ha in una volta due nazionalità distinte deve paragonarsi ad un lupo mascherato d'agnello, a che si deve paragonare un bey che — avuta l'immeritata fortuna di nascere suddito inglese — pianta un bel giorno in asso patria e religione e diventa prima diplomatico turco, poi mussulmano, poi ufficiale turco, finchè un bel e giorno, piantata anche la Turchia, offre prima la sua nobilissima spada ai Candioti che non sanno che farsene, e poi la vende, per pochi copecchi, al Governo russo?

Per siffatte palinodie il regno animale non offre paragoni, ma la nobiltà di carattere che le inspira è quella che si suole volgarmente attribuire ai rettili.

Ma questo spaccamontagne di bey ha una faccia tosta tutta sua per asserire senza provare; si vede proprio che le sue imprese militari, al servizio di generali che proteggevano i briganti, non gli hanno lasciato tempo di apprendere il quod gratis asseritur, gratis negatur.

A pag. 30, per esempio, egli mi caccia là l'osservazione che gli Ebrei non hanno mai fatto grande paura ai loro conquistatori, i Romani.

Ecco, dirò: io non sono un bey; io non ho al mio servizio tre o quattro nazionalità diverse ed altrettante religioni, ma un po' di storia, umilmente, l'ho studiata anch'io, e credo che nessuno mi smentirà se dirò che, malgrado le asserzioni di tutti i bey del mondo, gli Ebrei seppero tenere in scacco per lungo tempo dinanzi a Gerusalemme quella potenza romana che pur faceva piegar tutto dinanzi a sè, tanto che Tacito, — sa il bey chi è Tacito? — ebbe a scrivere: Augebat ira quod soli Judæi non cessissent [(338)]. E lo stesso Tacito, a proposito di quegli Ebrei, che il nostro bey taccia di vili o poco meno, dice altrove [(339)] che non temevano la morte; e lo provarono del resto, in quelle guerre, i difensori di Massada che, anzichè cedere alle armi romane, scannarono prima le loro donne ed i loro fanciulli, poi si uccisero scambievolmente.

Eroismo barbaro, se vogliamo, ma di cui non sono certo capaci i bey mercenari che servono, contro la loro patria, generali che proteggono i briganti.

Ma non creda il grafomane bey che noi vogliamo fargli l'onore di seguire passo a passo la sua tantafera; come pigliar sul serio l'esposizione ad usum bey che egli fa della storia biblica? Aspetteremo ad occuparcene che egli abbia scoperto la storia dei Filistei e quella dei Faraoni, di cui deplora la mancanza e quando egli, dopo averla scoperta ed illustrata, ci avrà mostrato la verità delle sue gratuite deduzioni, allora soltanto consentiremo ad occuparcene.

Intanto gli diciamo una cosa sola: se egli professava nel quarto d'ora in cui scriveva, una religione — questo bey ne cambia più spesso che di camicie — che ammette la Rivelazione, la sua raffazzonatura della storia biblica è empia; se egli non l'ammette, empietà per empietà, leggeremo più volontieri i libri del Voltaire che, almeno, riboccano di quello spirito che manca completamente negli sproloqui beylicali.