Quindi noi, conforme il nostro umilissimo obbligo, incominciamo la soluzione del quesito con una negativa, e di tale nostra negazione alleghiamo le ragioni seguenti:

I. Prima del 13º secolo dalla nascita di Cristo non si è parlato mai di questa grave accusa addossata al popolo ebreo, nè in tempi in cui niente si perdonava alla nazione ebrea, si saprebbe trovare conferma di ciò in qualsiasi documento, nè degli Ebrei dell'Oriente nè dell'Occidente. Perchè dunque dovevano gli Ebrei per così lunga epoca ommettere una crudeltà, e tosto dopo quest'epoca averla incominciata? Perchè non dovrebbero essi averla commessa del pari nei primordi del Cristianesimo, che quasi s'innalzava sulla loro rovina, ed allorquando la gelosia e l'amarezza dovevano esser maggiori? Perchè dovrebbero essi aver ommessa questa pratica ai tempi degli imperatori pagani, allorquando con maggior sicurezza potevano eseguirla? Perchè incominciare allora soltanto quando maggior pericolo li attendeva sotto principi cristiani? O come avrebbero taciuto questa cosa i Cristiani dei primi tempi, a cui tali fatti non potevano rimanere celati, mentre essi d'altronde non sanno mai abbastanza descrivere l'odio degli Ebrei contro di loro?

Ma per procedere alquanto innanzi colla storia intorno a questo fatto, e mostrar più chiaramente la sua falsità, osserviamo che intorno al 13º secolo, l'odio contro gl'Israeliti, in Germania particolarmente, erasi grandemente aumentato, e ciò principalmente a cagione di un certo monaco di nome Rodolfo, il quale, secondo ogni apparenza, tratto da ambiziosa imitazione di quelli che predicavano la crociata contro gl'infedeli in Oriente, instigò il popolo in Colonia, Spira, Magonza e Strasburgo a una simile crociata contro gli Ebrei, immaginandosi di acquistarsi così una fama in Germania come San Bernardo in Francia colle crociate contro i Maomettani; ma appunto il Santo Bernardo, in una lettera diretta ad Enrico Arcivescovo di Magonza, dannò il da colui eccitato eccidio degli Ebrei, lettera che s'incontra fra le sue epistole. Ciò nondimeno si continuarono nelle publiche prediche le veementi accuse; e varii frati si adoperarono valorosamente ad empire non solo le loro prediche, ma anche i loro libri di simili tragiche favole contro questa nazione, favole che facilmente irritavano il volgo insensato. Fra tali favole si è diffusa anche questa dell'uso del sangue cristiano in varie pratiche di religione o superstizione ebraica, e potrebbe ben essere che a ciò avesse dato occasione una sentenza dei dottori ebrei (spiegata da Elia levita nel suo Tisbì) la quale dice che niuno potesse sedere in Tribunale, vale a dire coprire onorevole carica se non avesse damim (la quale parola suona sangue ed anche denaro e qui è da intendersi nel senso di denaro).

L'epoca della favola ci è resa nota e chiara da Papa Gregorio IX, il quale, dopo scrupolose indagini intorno alle accuse che venivano date agli Ebrei, volendo impedire che si versasse il loro sangue, mandò fuori, nel 1235, una bolla pontificia, nella quale dichiara gli Ebrei immuni da questo e da altri delitti di cui venivano incolpati, e si lagna che tali accuse provengano dall'avarizia dei loro autori i quali agognano ai beni degli Ebrei, ed abusano della religione cristiana per palliare il proprio desiderio di arricchire; le quali cose egli ripete ancora in una bolla dell'anno seguente, come pure in un'altra diretta a San Luigi Re di Francia. Egli fu imitato, nell'anno 1247, dal Papa Innocenzo IV, in un'epistola agli Arcivescovi d'Alemagna, in cui esplicitamente rigetta come una falsità che gli Ebrei uccidano fanciulli cristiani e facciano uso del loro sangue.

E così pure gl'imperatori romani, incominciando dal decreto, intorno a ciò promulgato dall'imperatore Federico III, hanno riconosciuto gli ebrei innocenti rapporto a questa accusa; lo che apparisce dal formulario dei privilegi ad essi confermati, come da quelli che sogliono essere accordati dagli imperatori quando vengono eletti, come può vedersi presso Linneo, tomo i, addit. ad 1, 3, c. [(355)].

Con eguali pubblici attestati furono gli Ebrei difesi da quest'accusa da Galeazzo e Bona Sforza Duchi di Milano, da Pietro Mocenigo, Doge di Venezia, e da altri grandi principi i quali facilmente si citerebbero, se ciò non ci portasse troppo in lungo.

Se poi nell'esame storico di questa cosa cerchiamo i giudizi d'uomini celebri intorno a questo fatto, troviamo che Pietro di Blois, nel libro Contra perfid. Jud., c. 8, dà chiaramente a divedere com'egli teneva la cosa per dubbiosa. Il dottor Martino Lutero nella parte undecima dell'antico Testamento, fol. 323, ha già da lungo tempo rigettata questa favola, che cioè gli Ebrei abbiano bisogno del sangue di un Cristiano, qual menzogna e follia. Lo stesso fece anche Horembek nei prolegomeni del suo libro De convertendis Judaeis, ed il professore, peritissimo nelle cose giudaiche, Wagenseil nel suo Infundibulo, pag. 99, ed in una apposita confutazione dell'opinione che gli Ebrei abbiano bisogno del sangue di un Cristiano, si è dichiarato contro questa calunnia. La rigettò anche di recente il celebre Basnage nel settimo libro della sua storia degli Ebrei. E ciò prescindendo da quanto hanno scritto a propria difesa contro questa falsa accusa in particolare Abarbanel nel suo Ezechiello, 36, 13; l'Ebreo Cardoso nel suo libro in lingua spagnuola “Los Excell.: decima calunnia de los Hebr. pagina 412”; Isacco Vira nel “Vindice sanguinis” e gli Ebrei di Metz in uno scritto pubblicato a Parigi nel 1670 col titolo: Factum servant de réponse au livre intitulé: Abrégé du procès fait aux Juifs de Metz.

Dacchè esiste la religione di Cristo, abbiamo veduto molte migliaia di Ebrei che l'hanno abbracciata, e fra questi neppure uno ha potuto deporre una testimonianza degna di fede in conferma di questa favola. Al contrario, il profondo dotto Cristiano Gerson, passato al Cristianesimo con onore sincero, ha combattuto questa favola, nella prefazione del suo Talmud degli Ebrei. Con lui è d'accordo il noto Pfeffercorn nel Spec. adhort. Jud. parte ii, dove egli fa una buona distinzione, dicendo che potrebbe ben essere che si sieno trovati degli Ebrei e che oggidì pure se ne trovino, che spinti da collera, odio e vendetta, uccidano segretamente un fanciullo Cristiano, nella stessa guisa che in mezzo a tutte le nazioni non può evitarsi qualche bricconeria; ma sostiene non potersi dare che ciò avvenga per aver essi bisogno del sangue di un Cristiano.

E il di sopra citato signor Wagenseil nella suaccennata confutazione, p. 163, attesta in nome della verità di Dio e del padre di Nostro Signore Gesù Cristo che fra tanti Ebrei battezzati che egli ha praticati, non ne ha trovato uno che confessasse che i suoi connazionali adoperassero in certi casi il sangue d'un Cristiano, per quanto egli intorno a ciò gl'interrogasse tutti accuratamente.

Noi potremmo a tutto ciò aggiungere la testimonianza di Tommaso, che viene ritenuto per un Ebreo convertito al Cristianesimo, il quale interrogato sopra questa cosa da Alfonso Re di Spagna, la negò, adducendo ragioni dedotte dalle leggi giudaiche, le quali non permettono ad un Ebreo simile uso del sangue, come puossi diffusamente riscontrare nel Scevet Jehudà, fol. 6, col. 2, ed anche nel Giudaismo svelato da Eisenmenger, tom. ii, cap. iii, pag. 226. Veramente gli annali della Chiesa dopo il tredicesimo secolo abbondano di diversi esempi di tali omicidii commessi dagli Ebrei, e fra questi molti furono raccolti da Genebrando nel quarto libro della sua Chronor., e dall'autore del libro intitolato: Quanto sia difficile a convertire il cuore di un Ebreo.