Il padre Gury espone dapprima la tesi di Titiro, conchiudente alla liceità del compenso. Dopo ciò reca la soluzione teologica, decidendo che quella compensazione è illecita, e che Titiro è obbligato alla restituzione. Nulla di più semplice, di più retto, di più naturale. Ma il signor Bert si era limitato a leggere dalla tribuna testualmente la tesi di Titiro, tacendo la soluzione del teologo, ed attribuendo al padre Gury precisamente la dottrina, che il dabben prete condannava.
Se questo fu possibile ai giorni nostri con un libro che come quello del padre Gury è scritto in una lingua accessibile a tutti e che è effettivamente diffusissimo, quanto più facile non sarà falsificare qualche brano del Talmud e fargli dire proprio il contrario di quanto era nell'intenzione dei compilatori?
Due esempi fra mille.
Si pretende che nel Talmud vi sia questo precetto: “Il migliore degli idolatri uccidilo.” Che il precetto manchi di carità e di tolleranza non vorremmo certamente negare, e dato proprio che lo si trovasse allo stato di precetto nel Talmud, non saremmo noi gli ultimi ad invocare i fulmini dell'opinione pubblica contro l'empio libro. Ma esiste proprio questa frase nel Talmud? Possiamo accertare che sì, e che essa si trova nel Talmud gerosolimitano alla fine del trattato dei Kidduscin, accanto proprio a quella testè citata che manda i medici all'inferno, ed a molte altre egualmente strane e bizzarre. Molte ipotesi furono messe innanzi per spiegare questa frase, e l'illustre Zunz concluse che il passo debba intendersi così: “Il migliore degli idolatri (parlando di un ebreo) dice uccidilo.” Ciò che sarebbe stata semplicemente una constatazione delle persecuzioni di cui gli Ebrei erano fatti segno da parte dei gentili, divenne in bocca ai nemici del Giudaismo, un feroce appello all'assassinio ed allo sterminio, fatto da quello stesso libro dove è invece sancita la massima: “Chi alza la mano contro il prossimo, quand'anche non lo batta, è chiamato colpevole [(97)].” Del resto volere basare una conclusione qualsiasi su qualche brano staccato del Talmud sarebbe cosa impossibile. Nessun uomo imparziale vorrà dire si debba interpretare alla lettera un libro in cui si trovano massime come questa: “Chiunque pronuncia una decisione al cospetto del suo maestro merita la morte [(98)].”
Un'altra accusa che si muove al Talmud e che è ripetuta, con non ammirabile unanimità, da tutti gli scrittori antisemitici a cominciare dal Wolf nella sua Biblioteca [(99)] e venendo giù giù fino agli ultimi libellisti, è che il Talmud insegni agli Ebrei: “Voi, voi siete degli uomini, ma gli altri popoli non sono tali.” Senza essere atroce come quello di cui ci siamo testè occupati, anche quest'altro passo sarebbe sufficientemente antisociale e ridicolo, sicchè si sarebbe non poco sorpresi di trovarlo in quello stesso libro dove sono pur scritte queste massime di assoluta tolleranza [(100)]: “Un non israelita il quale si governi dietro la legge di Dio, acquistasi merito, niente meno di un sommo pontefice; imperciocchè la legge dice [(101)]: L'uomo eseguendo le mie leggi si procura la vita; nè dice già i Sacerdoti, i Leviti, gli Israeliti, ma dice Adam l'uomo.”
“Benefica, o Signore, i buoni. I buoni è scritto e non gli Israeliti, i buoni quindi di tutte le nazioni [(102)].”
Per chiunque sia in buona fede, basta la citazione di questi passi tanto chiari, tanto espliciti, per far comprendere che in quello che nega la qualità di uomini ai non Israeliti deve essere incorso qualche errore di interpretazione; e l'errore c'è, ed evidente.
La proposizione che i non Israeliti non si chiamano uomini, si trova effettivamente nel Talmud [(103)], ma, isolandola dal suo contesto, la si riduce ad un senso che mai non ebbe nella mente di chi la dettava. Si sa che la legge mosaica [(104)] colpisce di impurità per sette giorni chiunque sia entrato in una abitazione ove si trovi un uomo morto. Ora un talmudista, volendo alleggerire questa prescrizione, disse che la era da ritenersi unicamente applicabile ai morti israeliti, i quali soltanto generavano impurità col loro contatto; i morti non israeliti non avendosi per gli effetti di siffatta legge a considerare siccome uomini. Questa opinione, tutta individuale, a proposito di una questione affatto bizantina, e rigettata, lo si noti, da tutti gli altri talmudisti [(105)], bastò, perchè da secoli si vada ripetendo che gli Ebrei, per obbedire al Talmud, devono considerare sè soli uomini ed avere in conto di bestie tutti i non ebrei [(106)].
Accusa altrettanto assurda e ridicola, quanto quella che si muove al Cristianesimo di aver negata l'anima alle donne, per ciò solo che Gregorio da Tours lasciò scritto nella sua Historia ecclesiastica, come nel concilio di Macon (a. 525) un Vescovo facesse la proposta, respinta dai suoi colleghi, non potersi la donna chiamar uomo, nè formar essa parte del genere umano!
Il Cristianesimo, che ha tra i suoi potissimi vanti di aver dato alla donna la parte che le spetta nel civile consorzio, è accusato di averle negata l'anima, il Talmudismo che eleva a massima il precetto: “Amato è l'uomo perchè fu creato ad immagine di Dio, amore straordinario gli fu manifestato perchè fu creato ad immagine di Dio” [(107)] è accusato di aver assimilato alle bestie la quasi totalità del genere umano.