Aberrazioni dell'odio e dell'intolleranza. Per aggiungere poi un'altra prova della spudorata mala fede di taluni avversari degli Ebrei, e della supina ignoranza di altri, dirò, che allorquando oggi ancora, si vogliono citare i due passi del Talmud, dei quali siamo venuti sinora discorrendo, si suole in entrambi tradurre la parola goim che vale idolatri o gentili, coll'altra cristiani, siccome fece anche poche settimane or sono un sedicente abate Chabauty nelle colonne dell'Antisémitique [(108)]. Dimostreremo ora che la parola goim non deve mai intendersi applicata ai Cristiani ma, prima di farlo, vogliamo avvisare il signor Chabauty che i due passi incriminati, di cui ci siamo venuti sinora occupando, sono scritti entrambi nella prima metà del secondo secolo dell'èra nostra, in una epoca, cioè nella quale non si parlava ancora nè di Cristiani, nè di Cristianesimo, ed in cui le due religioni di Mosè e di Cristo confondevansi quasi ancora in una sola; e sono scritti appunto da quel Simeon ben Johai che, condannato a morte dalla tirannia pagana, si tenne per quattordici anni nascosto in una caverna, nutrendosi di erbe e di radice.
Se questo sapeva il signor Chabauty, traducendo goim per cristiani die' prova di impudente mala fede; se non lo sapeva, di supina ignoranza, perocchè, lasciando anche in disparte l'osservazione, certo non trascurabile, della poca importanza che in quell'epoca aveva il Cristianesimo, non occorre davvero grande acume per comprendere che se Simeon ben Johai si lasciò trasportare dall'odio, è ben naturale che i suoi strali fossero diretti agli atroci suoi persecutori e non a coloro che in quei tempi dividevano cogli Ebrei i dolori del martirio.
Parrebbe quindi sprecata ogni parola per dimostrare che, egli almeno, colla parola goim non potè alludere ai Cristiani [(109)].
Siccome però questa parola, che alla lettera significa stranieri, viene usata nel Talmud, anche da scrittori ben più moderni che non sia Rabbi Simeon ben Johai, e non mai in senso di benevolenza, così ci converrà soffermarvici sopra alquanto, per dimostrare falsa e calunniosa l'opinione di quei nemici degli Ebrei che sostennero doversi questa parola tradurre con quella di cristiano.
Se si ammettesse questa interpretazione sarebbe facile scavare nel Talmud non poche massime e sentenze dove si parla del goi, e farsene un'arma per dimostrare l'ebreo nemico delle popolazioni in mezzo a cui vive.
Sventuratamente pei sobillatori l'interpretazione che essi vorrebbero dare alla parola goi (plur. goim) non regge alla critica.
Il Talmud, considerato nello spirito che lo informa, non è intollerante, neppur verso la idolatria: “Gli stranieri fuori di Palestina non sono idolatri, ma essi seguono semplicemente i costumi de' padri loro.” [(110)], e, come corollario di questa massima, l'altra: “L'esercizio della carità e della giustizia son le uniche condizioni che il Giudaismo impone per l'eterna salute” [(111)]. Tanto meno quindi esso può essere intollerante verso i monoteisti a qualunque religione appartengano, ed effettivamente i dottori del Talmud fanno enorme differenza fra idolatri e monoteisti. È idolatra chiunque non rispetti i sette precetti imposti da Dio ai figliuoli di Mosè [(112)]:
1. Costituirsi tribunali.
2. Non bestemmiare.
3. Non servire ad idoli.