Ma, si dirà, sien pure gli idolatri quelli che il Talmud designa col nome di goim, non è però men vero che egli inculca l'odio ed il disprezzo verso di loro, ciò che è sempre contrario ai precetti di carità e di tolleranza.
Obbiezione questa giustissima in bocca di coloro che, conoscendo i santi precetti del Vangelo, vorrebbero che ogni libro di ogni religione a quelli si informasse.
Ma il Talmud non è il Vangelo, ed errerebbe a partito chi volesse confrontare l'uno coll'altro. Il Vangelo è, come il Pentateuco legge rivelata, il Talmud è legge tradizionale. Nei primi è Dio che parla, nel secondo è l'uomo, con tutte le sue debolezze, con tutti i suoi difetti.
Ed il Talmud, non dimentichiamolo, fu composto, quando le persecuzioni, atroci, efferate dei Romani contro gli Ebrei, imperversavano ancora. Il Talmud è il libro di una gente oltraggiata nella sua fede, cacciata dalla sua patria, conculcata nella sua nazionalità, libro umano e non divino, sicchè se lascia talvolta trapelare l'odio dell'oppresso contro l'oppressore, non si può biasimarlo, senza involgere nello stesso biasimo ogni grido di dolore, ogni imprecazione che esca dal petto di una nazione oltraggiata, vilipesa, martirizzata.
Leggiamo le opere dei primi Cristiani che ebbero comuni cogli Ebrei i patimenti e le sofferenze, e vediamo se, malgrado le massime di sublime carità, bandite dal Vangelo, non rivelano l'odio verso il Pagano oppressore e tiranno.
Perdonare agli oppressori, lambire la mano che vi schiaccia, sono atti di virtù eroica, ma appunto perchè tali sarebbe assurdo il far colpa a chi non se ne sente capace.
Ciò che importa notare è che la legge giudaica non fa espressa distinzione dallo israelita al non israelita (nochrì) in alcuna di quelle leggi che la giustizia e l'umanità hanno suggerite a tutti i popoli civilizzati. Per esempio i precetti: Non commettere omicidio, non commettere adulterio, non rubare, sono espressi in modo illimitato ed assoluto; e questi misfatti sono indistintamente proibiti, sia che si tratti di commetterli a danno di un israelita o di un non israelita. Ciò fu chiaramente enunciato dal rabbino Eliezer figlio di Natan, vivente in Magonza verso il 1140, e fratello ad un genero di Rascì [(114)].
Ed anche i Talmudisti, se talvolta si lasciarono sfuggire qualche espressione di ira verso gli oppressori, non mancarono però di inculcare il perdono delle offese, una delle più sublimi fra le virtù evangeliche.
“Perdona a chi ti ha maltrattato, e dà a quello che a te ha rifiutato; se tu cerchi di vendicarti lo rattristerai e ti pentirai del male che avrai fatto. Se invece tu perdoni e ti mostri liberale, te ne rallegrerai in ogni tempo ed in ogni momento” [(115)].
Ed altrove: