E come moralità di uno dei tanti apologhi che formicolano nel Talmud:
“Il giusto non deve mai provocare la punizione di Dio sul colpevole” [(133)].
Nè il Dio degli Ebrei è animato da quello spirito di crudeltà e di intolleranza che i nemici del Giudaismo gli prestano, per poi torcere contro gli Ebrei il noto detto che non Dio ha fatto l'uomo a sua immagine, ma che ogni uomo si foggia un Dio ad immagine sua. Mentre i pagani sono vinti dagli Ebrei, Dio geme e sclama:
“Ebrei e pagani sono opera delle mie mani, potrei io annientare gli uni per far trionfare gli altri?” [(134)].
Ed altrove:
“Il Signore così protestava a Mosè: Ebreo o gentile, uomo o donna, servo o libero, tutti sono eguali per me; ogni buona opera è accompagnata dal premio” [(135)].
E questo principio si riscontra, ad ogni pie' sospinto, nel Talmud.
“Giuro pel cielo e per la terra, risponde un dottore, che ebreo od idolatra, uomo o donna, schiavo o ancella, tutti sono giudicati secondo le loro opere e su tutti può scendere lo spirito divino” [(136)].
E questo giuramento, monumento insigne di tolleranza, e quale difficilmente si troverebbe nei codici religiosi di altre nazioni, trovasi ripetuto nel Tanà Devè Eliau, libro antichissimo dei tempi talmudici, e così autorevole presso gli Ebrei che la pietosa leggenda lo attribuisce al profeta Elia.
Nè, checchè siasi preteso in contrario, questo spirito di tolleranza venne meno negli Ebrei moderni.